Sarà piccino, ma non è mica scemo. Ti guarda, ti ascolta e ti capisce, anche se ha sette mesi e non sa nemmeno parlare. Del resto, non è solo con le parole che noi adulti comunichiamo i nostri stati d’animo, no? Lo ha dimostrato uno studio appena uscito su un’importante rivista per neuroscienziati, Neuron, e l’idea che si sono fatti i ricercatori è che sia così per la grande importanza evolutiva della comprensione delle emozioni: tra i nostri antenati, cioè, chi era più capace di empatia, e stava meglio insieme agli altri, viveva più a lungo e più felicemente e si riproduceva di più.

Ma come fanno a capire se l’adulto è triste o allegro? Non possono certo utilizzare gli strumenti che impareranno a usare da grandi. Per capirlo, gli scienziati hanno preso un gruppo di piccoli tra i 4 e i 7 mesi di età, li hanno messi in braccio a un genitore e hanno acceso gli altoparlanti: un po’ ne uscivano voci, un po’ suoni di altro tipo, e poi frasi cariche di emozione. Intanto, con uno strumento non invasivo e del tutto innocuo, zitti zitti si sono messi a osservarne il cervello e a seguire il flusso del sangue verso le sue diverse zone. Quel che si è visto è che tra i bambini di 4 e quelli di 7 mesi c’è una bella differenza: mentre i più giovani hanno un’altra strategia e trattano le voci come tutti gli altri suoni ambientali, i più grandi utilizzano il cervello come noi e riconoscono il parlato con gli stessi strumenti cerebrali degli adulti. Per esempio, le zone anteriori del cervello, che sono coinvolte in funzioni superiori come la pianificazione e la decisione, rispondono di più alle frasi pronunciate in modo allegro piuttosto che arrabbiato. E siccome il mammese, cioè la lingua cantilenata che gli adulti parlano ai loro piccoli, ha toni cantilenati e rilassanti, probabilmente la chiave è proprio in quella parte di cervello. L’importante, spiegano gli scienziati, è che i nostri piccoli siano in fretta capaci di riconoscere un adulto amichevole da uno da cui difendersi, aggressivo e pericoloso.
