Di Andrea, che aveva perso l’amore, Fabrizio De Andrè diceva cha aveva “in bocca un dolore, la perla più scura”.
Oggi quella perla potrebbe avere un nome. Si tratta di una proteina, il recettore AMPAR (alpha-amino-3-hydroxyl-5-methyl-4-isoxazole-propionate receptor), la cui espressione nel cervello è strettamente correlata con la formazione di ricordi di eventi dolorosi. Secondo i ricercatori che hanno condotto lo studio, quando una persona o un animale subisce un evento traumatico si genera un ricordo, una sorta di cicatrice mentale di quell’esperienza dolorosa. Nei casi più gravi – come ad esempio in individui sopravvissuti a catastrofi o a guerre – questo ricordo permane per molto tempo, fino ad influenzare ogni aspetto della loro vita: un aspetto già da tempo oggetto di numerosi studi.
Ma perché alcune persone sembrano superare meglio certi traumi rispetto ad altre? Per cercare di scoprirlo, ricercatori della Johns Hopkins University e del Howard Hughes Medical Institute sono andati a vedere che cosa succedesse nel cervello di topi al momento della formazione di un ricordo di un’esperienza dolorosa. Per farlo hanno esposto i topolini ad un suono improvviso e particolarmente forte. Da questo studio, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati su Science, è emerso che la regione del cervello ad essere maggiormente attivata in questo processo è l’amigdala (una regione già nota come centro regolatore delle emozioni). In particolare, la proteina AMPAR giocherebbe un ruolo chiave in questa area del cervello: infatti, la sua espressione aumenta in modo notevole subito dopo uno stimolo doloroso e contribuirebbe alla formazione di ricordi dolorosi. La rimozione della proteina AMPAR, al contrario, sarebbe in grado di bloccare in modo permanente questo processo.
Ulteriori esperimenti hanno poi messo permesso di dividere i topolini in esame in due gruppi in base all’espressione di Glu1A, una proteina coinvolta nella regolazione AMPAR. I topolini che esprimono una certa forma di Glu1A sono infatti quelli che risentono di più del ricordo doloroso: un elemento che potrebbe aiutare a spiegare perché ognuno di noi reagisca in modo diverso ad uno stesso trauma.
Questo risultati aprono la prospettiva a terapie finora impensabili, alcune dal sapore quasi fantascientifico, come quelle suggerite dal suggestivo film Eternal sunshine of the spotless mind (in italiano «Se mi lasci, ti cancello»). Al di là della finzione cinematografica, i meccanismi messi in luce da questo studio potrebbero rivelarsi utilissimi per la cura di pazienti vittime di traumi psicologici permanenti. Soprattutto perché non si tratta solo di eventi sporadici, ma in alcuni casi raggiungono il livello di veri e propri fenomeni sociali. È il caso della Sindrome da Stress Post-Traumatico (Post Traumatic Stress Disorder, PTSD) di cui si calcola che siano affetti circa l’8% della popolazione statunitense: una percentuale che, non a caso, si concentra tra i soldati reduci dalla guerra in Iraq. Al giorno d’oggi, questi pazienti vengono trattati con una terapia comportamentale che, pur dando notevoli benefici, spesso non evita il rischio di ricadute future. In altre parole, è come se i pazienti imparassero a convivere con il dolore di una certa esperienza, ma il ricordo rimane comunque vivo nella loro mente. La possibilità di “cancellare” questo ricordo potrebbe invece evitare il sedimentarsi del trauma nel tempo e lo sconvolgimento della vita di queste persone.
