Il morbo di Alzheimer è un disturbo che colpisce 35 milioni di persone al mondo e con l’allungamento dell’aspettativa media di vita, entro il 2050 si toccheranno i 100 milioni di ammalati. La rivista Scientist ha intervistato Todd Golde dopo che il 26 gennaio scorso una sua lunga review è stata pubblicata su Neuron. Nel suo articolo lo scienziato esperto di Alzheimer proponeva alla comunità scientifica diversi punti di riflessione sullo stato attuale della ricerca su questa malattia.
«Negli ultimi vent’anni abbiamo capito molto di certi passaggi biologici che probabilmente giocano un ruolo iniziale nella patogenesi dell’Alzheimer. Sono fiducioso del fatto che la malattia sia generata dall’accumulo di peptidi amiloidi e di ammassi neurofibrillari. Ma esiste oggi una grossa differenza tra quello che facciamo in laboratorio, dove studiamo l’efficacia dei nuovi farmaci sulla prevenzione della malattia negli animali, e i trial clinici sulle persone, dove trattiamo pazienti sintomatici con una lunga storia di malattia ed evidenti segni di degenerazione neurale», dice Golde. Questo è l'argomento che più gli sta a cuore, perché le nuove terapie in sperimentazione sono state studiate invece proprio per agire nelle fasi precoci della malattia.
Infatti l’inizio della malattia si verifica con accumulo di placche di proteine amiloidi β a livello cerebrale che con il tempo conducono a deficit neurologici gravi. Dall’inizio dell’accumulo delle placche ai primi sintomi passano circa 10 anni. Al momento sono in sperimentazione anticorpi anti-amiloide, che inibiscono il formarsi delle placche. Si tratterebbe quindi di una cura preventiva, da utilizzare quando ancora il paziente non presenta disturbi neurologici sensibili. Se sperimentiamo gli anticorpi in pazienti che già manifestano problemi neurologici e nei quali l’accumulo si è già verificato, la cura potrebbe essere del tutto inefficace. «Sarebbe come curare con una statina anticolesterolo una persona con aterosclerosi che ha già avuto un infarto», spiega Golde.
Sperimentare il farmaco a base di anticorpi su pazienti apparentemente sani pone però non pochi problemi. «Diciamo che abbiamo un farmaco che allunga i tempi del declino cognitivo ma solo se viene preso dai pazienti che sono ancora nella fase iniziale della malattia. Il paziente sarebbe motivato a prendere la cura se questa non migliora le sue prestazioni neurologiche ma rallenta un decorso da cui è molto lontano?».
I problemi sarebbero anche economici: un trial clinico di questo genere dovrebbe durare almeno 10 anni per verificarne l’effetto, con costi elevatissimi. Gli standard di sicurezza del farmaco sperimentale sarebbero poi altissimi, perché destinato a pazienti apparentemente sani. L’ultimo e determinante scoglio sarebbe riuscire a selezionare i pazienti nella fase iniziale della malattia. Su questo fronte si sta facendo molto: sono stati identificati i biomarkers indicativi di un maggior rischio di contrarre la malattia. Gli stadi iniziali della malattia possono essere rilevati grazie ad alcune alterazioni nel metabolismo (come la fosforilazione della proteina tau), la risonanza magnetica che rivela atrofia ed un alterato stato di comunicazione fra varie aree del cervello, la PET che rintraccia le placche amiloidi cerebrali. Anche i test di memoria possono essere indicativi in questo senso.
