Dal 2004, quando ci fu un grandissimo terremoto che colpì l'isola di Sumatra in Indonesia, c’è una parola giapponese che è entrata a fare parte del linguaggio comune. Si tratta di «tsunami», termine che significa semplicemente «maremoto». Una parola che è tornata alla ribalta anche nel caso del terremoto che lo scorso venerdì ha colpito il Giappone, quando le coste orientali del paese sono state colpite da onde alte fino a dieci metri che hanno causato ulteriori danni alle strutture e si sono portate vie altre vite umane. Per approfondire che cosa sia uno tsunami e cosa sia a provocarlo, abbiamo contattato Stefano Tinti, docente di Geofisica all’Università di Bologna che si occupa da più di trent’anni proprio di maremoti.
Innanzitutto: la ricetta per uno tsunami?
Quando parliamo di maremoto o di tsunami facciamo riferimento a un moto ondoso del mare determinato da un terremoto sottomarino. Questa è la causa più frequente, ma non è l’unica, perché ci possono essere, per esempio, le frane sottomarine. Diciamo che non basta che ci siano delle onde per parlare di maremoto, ma li definiamo come tali quando sono provocati da grandi spostamenti del fondo marino. E lo spostamento deve avvenire su di un’area molto vasta in tempi molto rapidi. Queste sono le due caratteristiche che il moto del fondo marino deve avere perché si verifichi un maremoto. È importante sottolineare che il maremoto non è provocato dal movimento oscillatorio delle onde sismiche, ma proprio da uno spostamento permanente – provocato dal terremoto – dei due blocchi che si affacciano su di una faglia.
Un’altra cosa di cui si è molto sentito parlare in occasione di questo, ma anche di altri tsunami, è «onda anomala». Perché si usa questo modo di dire?
Fondamentalmente perché ci si sbaglia; si tratta dell’utilizzo scorretto di un termine. Gli oceanografi parlano di «onda anomala» facendo riferimento a un altro fenomeno, che non ha niente a che vedere con il maremoto. Quello a cui fanno riferimento è un’onda strana, fuori dalla norma, che talvolta investe le imbarcazioni senza che ci si trovi in una situazione di mareggiata. È un fenomeno che è stato definito «anomalo» perché si verifica in situazioni di sostanziale mare calmo e che si manifesta con l’arrivo improvviso di un’onda molto più alta delle altre, capace in alcuni casi di causare qualche danno anche alle navi da crociera. Il maremoto, quindi, non è un’onda anomala nel modo tecnico che hanno di intenderla gli oceanografi. Poi è chiaro che è stato il linguaggio comune, nel quale «anomalo» sta per «raro», che ha provocato questa confusione.
Lo tsunami fa andare subito la memoria a quello che si è verificato nel 2004 in seguito al terremoto di Sumatra. Possiamo paragonarlo all’evento che ha invece riguardato il Giappone?
Stiamo parlando di fenomeni dello stesso ordine di grandezza. Per allora si parla di un terremoto di magnitudo 9,3, nel caso del Giappone di 8,9, ora corretto a 9,0. In entrambi i casi si tratta di grandissimi eventi. In Indonesia la faglia era lunga circa 1200 km, come l’Italia intera, mentre la faglia che ha causato il terremoto giapponese ha una larghezza stimata di 600 km. Quello che conta, ai fini della determinazione di un maremoto come quello che ha investito la zona di Sendai, non è tanto la grandezza della faglia, ma di quanto si sono spostati i blocchi tettonici di fronte alla costa. Questo è importante perché lo spostamento relativo, quello che viene chiamato in termini tecnici «spostamento co-sismico», non è uguale lungo tutta la faglia, ma in alcuni punti è maggiore che in altri.
Per fare un esempio, nel caso del maremoto di Sumatra del 2004, si è visto che in alcune regioni lo spostamento è stato di venti metri, in altri di un solo metro. Le città colpite dal maremoto sono esattamente quelle che si trovano in corrispondenza degli spostamenti maggiori. Ecco che diviene evidente il rapporto tra spostamento del fondale marino e maremoto.
Spieghiamo meglio cosa si intende per spostamento co-sismico: è la quantità di spazio che si apre tra le due placche della faglia?
No, non si crea nessuno spazio tra le due placche, non rimane nessuna cavità nella profondità della Terra. Dobbiamo immaginare due blocchi che scivolano l’uno sull’altro, spostandosi comunque di una quantità considerevole di spazio. Se si spostano orizzontalmente, in pratica non c’è alcuno spostamento verticale e il fondo marino non subisce spostamenti significativi e non c’è maremoto, o c’è un maremoto molto modesto. Quello che conta, perché ci sia maremoto, è lo scivolamento delle placche, con una componente verticale significativa, sia che si tratti di una faglia normale o di una faglia inversa.
Diversi tipi di faglie (fonte: USGS, via Wikimedia Commons)
Se devo dare una definizione, lo spostamento co-sismico è uno spostamento permanente causato da un terremoto nella crosta terrestre, anche se sarebbe più corretto parlare di litosfera, dato che i terremoti avvengono non solo nella crosta, ma anche nella parte superiore del mantello. Questo spostamento, che avviene rapidissimamente, è la causa anche delle onde sismiche.
Quali sono i danni tipici di uno tsunami quando investe una zona abitata?
Molte delle costruzioni giapponesi hanno resistito alle scosse del terremoto, almeno da quanto è stato possibile capire dalle immagini che hanno circolato in questi giorni. Non hanno retto, però, al grande impatto del maremoto. Quando arrivano le onde dello tsunami, c’è una grande forza, con una componente orizzontale importante, che travolge gli edifici che incontra. In particolare si tratta proprio di un momento, dovuto al fatto che gli edifici sono ancorati al suolo dalle fondamenta. Dobbiamo pensare all’arrivo di una grande quantità di acqua come se si trattasse di un fiume enorme che esonda o dell’acqua che fuoriesce da una diga che crolla: è la componente orizzontale del movimento dell’acqua che fa collassare gli edifici e le strutture. In alcuni casi provoca semplicemente il disancoramento della struttura e capita di vedere queste case, praticamente integre, che galleggiano sull’acqua come se fossero delle imbarcazioni.
In più, bisogna pensare che quando le strutture sono più piccole delle onde, vengono distrutte. Questo significa che l’onda si porta via una grande quantità di detriti che diventano a propria volta causa di ulteriori danni quando vanno a impattare con altri ostacoli. In generale, e questo lo abbiamo visto in occasione di tanti altri maremoti, il maremoto spazza via tutto dalle fondamenta. Quando l’acqua si è ritirata, purtroppo, non resta più niente. Questo avviene anche nel caso di alberi secolari: si conoscono casi di intere foreste sradicate da uno tsunami. Purtroppo sono questi i danni tipici di un maremoto, che abbiamo visto ripetersi diverse volte.
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