Gli astrobiologi da qualche tempo sono in fibrillazione per i dati provenienti dalla sonda Kepler (NASA): esistono centinaia di pianeti fuori dal Sistema Solare e a oggi almeno 68 avrebbero (il condizionale è d’obbligo perché non tutti gli oggetti identificati sono ancora stati confermati come pianeti) dimensioni simili a quelle della Terra, di cui 54 nella cosiddetta «zona abitabile». Là fuori, forse, esiste un pianeta con le caratteristiche giuste per l'evoluzione e il sostentamento della Vita, almeno per come noi la conosciamo.
Ma se su uno di questi pianeti non solo si fosse sviluppata la Vita, ma addirittura una civiltà tecnologica, come potremmo accorgercene? Dagli anni Sessanta a questo pensa il SETI, il programma di ricerca che utilizza (prevalentemente) i radiotelescopi per scandagliare il cielo alla ricerca di un segnale sotto forma di onda elettromagnetica che ci confermi se siamo soli o no nell’Universo. Finora nessun contatto ma adesso, grazie a Kepler, sappiamo in che direzione cercare.
L’8 maggio l’Università di Berkeley (USA) ha cominciato a darsi da fare: utilizzando il più grande radiotelescopio orientabile del mondo, il Robert C. Byrd Green Bank Telescope, otto stelle scelte tra i KOIs (Kepler Objects of Interests, cioè quelli che potrebbero rivelarsi come parti di un sistema planetario) sono state ascoltate per un’ora. In tutto il ricercatori contano di accumulare 24 ore di rilevamenti, indagando complessivamente 86 oggetti. Oltre ai 54 pianeti ricordati prima, quelli della «zona abitabile» nella quale può esistere acqua allo stato liquido, la ricerca è stata estesa anche ai candidati con orbita non più di grande di tre volte quella terrestre, con un periodo orbitale (anno) maggiore di cinquanta giorni e a tutti i sistemi che potrebbero contenere quattro o più pianeti.
Alla fine della raccolta di questi dati si procederà l’analisi, e non sarà certo cosa facile: quelle 24 ore corrispondono a 60.000 gigabytes di informazioni da processare, l’equivalente di un anno di esplorazione del cielo da parte del radiotelescopio di Arecibo, che a differenza del Green Bank non è orientabile (è stato infatti costruito in un avvallamento naturale) e ascolta solo una porzione molto limitata dello spettro, intorno ai 1420 megaHertz). Per questo lavoro i ricercatori chiederanno ancora una volta la mano ai volontari di SETI@home, cioè a quegli utenti che mettono a disposizione le risorse inutilizzate dei propri Personal Computer per analizzare (in background) piccoli pacchetti di dati. I risultati ottenuti sono poi inviati ai server dell’Università di Berkeley che li integra fra loro secondo i principi del calcolo distribuito. Chiunque voglia unirsi a questi volontari non deve fare altro che scaricare il programma gratuito BOINC, tramite il quale è possibile aderire a molti altri progetti di ricerca che vanno dalla climatologia alla biologia.
Nonostante la recente ibernazione di un altro radiotelescopio utilizzato da SETI, l’Allen Telescope Array, la ricerca di intelligenze extraterrestri non si ferma. Sarà la volta buona?
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Riferimento
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UC Berkeley Newscenter | Link
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