Quando nel 2010 si cominciò a parlare dei resti di Australopithecus sediba, il giornalista scientifico Carl Zimmer già sapeva come sarebbe andata a finire. Ancor prima che uscissero le primissime pubblicazioni, i media già rilanciavano con lo slogan del ritrovamento dell’«anello mancante». Ora sul numero di Science del 9 settembre, dove A. sediba è protagonista di cinque articoli, da nessuna parte lo si indica come anello mancante (che comunque, a dirla tutta, è una locuzione sbagliata a priori che oggi fa comodo soprattutto agli antievoluzionisti), eppure basta una breve ricerca su Google per verificare la fondatezza del lamento di Zimmer.
A. sediba potrebbe perciò essere chiamato più propriamente «paleo-puzzle». Puzzle sia perché, dal punto di vista dei classificatori, i due esemplari della nuova specie mostrano caratteristiche tipiche dei primi rappresentanti (per quanto sappiamo finora) del genere Homo, come H. abilis e H. erectus accanto a caratteri più arcaici tipici delle australopitecine. Ma puzzle anche perché alcune sue caratteristiche sembrano contrastare ipotesi di studio piuttosto consolidate.
I due fossili descritti, scheletri parziali di un giovane maschio e una femmina adulta (rispettivamente MH1 e MH2) sono stati trovati in Sud Africa, presso la famosa Craddle of Humankind (Culla dell’Umanità), un complesso di caverne calcaree di 470 chilometri quadrati a nordest di Johannesburg che ha già restituito importanti fossili di ominidi come il celebre Australopithecus africanus, e che per questo è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall'UNESCO.
La datazione radiometrica e i dati paleomagnetici indicano che A. sediba camminava già tra 1977 e i 1980 milioni di anni fa, il che lo rende contemporaneo di altri ominidi come Homo abilis e Homo erectus: è possibile che i due fossero esemplari tardivi di una forma di transizione tra le australopitecine e il genere a cui apparteniamo?
A. sediba come una forma di transizione tra Australopithecus e Homo?
All’apparenza il cranio fa parte dei caratteri che abbiamo definito come arcaici. Infatti, a capacità cranica della specie, stando all’olotipo (MH1), è stimata tra i 420 e i 450 cm3, vicina cioè a quella di uno scimpanzé. Il che significa che la quantità di materia grigia era appena un terzo di quella umana. Un dato che lascia perplessi molti paleontologi, che prima d’ora ipotizzavano che la forma del bacino umano fosse un adattamento volto a facilitare il parto di neonati con la testa di grandi dimensioni. La primitività, però, è solo apparente. Malgrado le ridotte dimensioni la struttura che si ricava dalla dettagliatissima analisi delle pareti interne del cranio condotte grazie alla luce di sincrotrone presso la European Synchrotron Radiation Facility di Grenoble (Francia) svela un cervello in via di modernizzazione. La regione orbitofrontale mostra infatti tratti tipici di Homo, come l’arretramento dei bulbi olfattivi, e asimmetrie tra gli emisferi che secondo gli autori indicano una specializzazione di quello sinistro, che negli Homo guiderà il lo sviluppo cognitivo e linguistico. Possibile che, contrariamente all’ipotesi più accreditata, la specializzazione del cervello di Homo, fosse cominciata persino prima dell’aumento di dimensioni?
Una salda presa
La mano è la parte più emozionante della scoperta, al punto che la foto del reperto sta facendo il giro del mondo e si è guadagnata la copertina di Science (la seconda conquistata dall’ominide, dopo quella che ne immortalava il cranio). Anche a un profano è evidente quanto quella mano appaia simile alla nostra: con un lungo pollice e dita corte era in grado di afferrare con precisione gli oggetti. La domanda sorge, quindi, spontanea: la specie costruiva utensili? Ancora non lo sappiamo, ma è chiaro che le mani sono compatibili con un’ipotesi del genere. Inoltre, i dati indicano anche che le mani erano particolarmente forti, compatibili con abitudini arboricole. E questo porta al piede e all’anca, che sono di nuovo un mosaico di antico e moderno: è certo che l’animale poteva camminare (possedeva il tendine d’Achille e un’anca compatibile con il bipedismo), ma la gracilità del tallone e, per contro, la robustezza del malleolo mediale, sono di nuovo indicativi di abitudini arboricole.
Alla fine la domanda è sempre la stessa: è nostro antenato oppure no?
O meglio: è davvero un fossile che suggerisce come poteva essere il gruppo di animali dal quale derivò il nostro genere? Secondo gli autori degli studi presi in considerazione, sì. Secondo gran parte della comunità scientifica invece non è possibile affermarlo con certezza. I dati non sono abbastanza convincenti anche alla luce del fatto che malgrado la completezza del reperto si tratta solo di un paio di esemplari e l’olotipo, per giunta, è un giovane non completamente sviluppato. Lo scettro di antenato a noi più vicino rimarrebbe quindi ad Australopithecus africanus. E secondo alcuni esperti A. sediba non sarebbe nemmeno una specie nuova, bensì proprio una variante di questa ben nota specie.
Siccome non esiste un anello mancante, allora non esiste nemmeno una catena. Malgrado i ritrovamenti africani indichino inconfutabilmente la nostra specie abbia origine filogenetica che risale a un fitto cespuglio di ominidi separatosi tra i cinque e i sette milioni di anni fa da quello delle grandi scimmie antropomorfe e i fossili siano abbastanza numerosi da darci un’idea dell’aspetto dei nostri antenati, anche lo stupefacente Australopithecus sediba deve essere considerato, allo stato attuale delle conoscenze, al massimo come un’altra specie da aggiungere al già affollato Pleistocene.
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