Film: Sherlock Holmes – Gioco di ombre

Ritorna al cinema il «più grande detective di tutti i tempi», ma la creatura di Arthur Conan Doyle ha parecchio da dire anche sulla scienza, e questa ultima trasposizione non fa eccezione. A cominciare dall’adrenalina…

Dopo lunga assenza dagli schermi cinematografici e, in misura minore, da quelli televisivi, dal 2009 il personaggio di Sherlock Holmes è entrato in una nuova giovinezza. Dal primo film Sherlock Holmes di Guy Ritchie, grazie anche all’interpretazione di Robert Downey jr. (Holmes) e Jude Law (Dr. John Watson) si sono riaccesi i riflettori sul più grande detective di tutti i tempi. Detective sì, ma non solo.

Si dice spesso che un film di azione è «adrenalinico», il secondo episodio dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie lo è nel senso letterale del termine. Infatti è presto chiaro che il dective inglese, in preda alla noia, catalizzata dal fatto che il fido compagno ha lasciato l’appartamento di Baker Street per raggiungere il tetto coniugale, ha ottenuto nel suo laboratorio domestico un composto che, se iniettato, è letteralmente in grado di resuscitare i morti. Il malcapitato Gladstone, il bulldog di proprietà del Dottor Watson e della futura sposa Mery Morstan, ne sperimenta suo malgrado le proprietà in una delle scene iniziali. Naturalmente la parola adrenalina (o epinefrina) non è mai pronunciata, ma Holmes parla di «estratto di ghiandole surrenali» togliendo ogni dubbio sulla natura del composto.

Ormone e neurotrasmettitore
L’adrenalina è infatti una catecolamina che si comporta sia da ormone che da neurotrasmettitore, ed è appunto prodotta da cellule specializzate nella zona midollare delle ghiandole surrenali. Quando è riversata in quantità sufficienti nel flusso sanguigno, genera rapidamente una serie risposte fisiologiche. Le molecole, legandosi a specifici recettori, agiscono sia a livello del sistema nervoso sia a livello metabolico. Tra gli effetti più importanti: il battito cardiaco accelera, e così la sua gittata mentre i vasi si dilatano per il rilassamento del tessuto muscolare a essi associato e il livello di zuccheri e grassi nel sangue aumenta.
In generale, l’azione dell’adrenalina nei mammiferi genera una risposta allo stimolo di tipo «combatti o fuggi»: quando, ad esempio, una preda si accorge di un predatore, il rilascio di adrenalina rapidamente incrementa l’energia immediatamente utilizzabile dall’organismo per sfuggire al pericolo. Oppure la preda potrebbe decidere di «vendere cara la pelle» e combattere, ma i termini rimangono gli stessi: serve tutta l’energia disponibile e tutte le risorse per utilizzarla al meglio in breve tempo, pena la morte (e quindi la possibilità di riprodursi).
 

La locandina originale inglese di Sherlock Holmes – A Game of Shadow

 
Scoperta di fine secolo
A cavallo tra ’800 e ’900, quando l’investigazione scientifica era ai primordi, Sherlock Holmes fu spessp costretto a «precorrere i tempi»: nei romanzi e racconti di cui è protagonista, Holmes spesso conduce nell’abitazione al 221B di Baker Street veri e propri esperimenti di chimica, non senza un certo disappunto del suo coinquilino e della proprietaria di casa, Mrs Hudson. Sul campo, invece, sfoggia spesso nozioni da naturalista.
Nel film la scoperta dell’adrenalin è di Holmes, ma la vera storia dell’adrenalina ha in comune con la finzione il tempo: Gioco di Ombre è ambientato nel 1891, e l’adrenalina è stata isolata per la prima volta nel 1895 dal fisiologo Napoleon Cybulski. In entrambi i casi quindi al passaggio tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, mentre per la sua sintesi si dovette aspettare il 1904.
In campo medico, oggi l’epinefrina è usata quotidianamente negli ospedali e dalle unità di pronto intervento di tutto il mondo. Le sue «magiche» proprietà possono infatti fare la differenza tra la vita e la morte, e basta seguire per un po’ un qualsiasi medical drama come E.R. o il Dottor House per essere certi che prima o poi un paziente sarà salvato grazie a una tempestiva iniezione del composto.
 
Le fonti di ispirazione dell’autore
Sir Arthur Conan Doyle era medico di formazione e per la figura del suo personaggio più famoso si è ispirato a uno dei suoi stessi professori universitari, Joseph Bell, genio della diagnosi che spesso stupiva gli studenti di medicina dell’Università di Edimburgo esibendosi nella stessa «scienza della deduzione» (in realtà il metodo di Holmes è in gran parte induzione) con la quali Holmes risolve i suoi casi. Stiamo parlando di Joseph Bell, che secondo alcune le cronache partecipò niente meno che alle indagini su Jack Lo Squartatore, ed è infatti considerato tra i pionieri della patologia forense.
Il secondo film di Guy Ritchie sul personaggio leggendario di cui sopra, Sherlock Holmes – Gioco di ombre è uscito da qualche settimana e nonostante, come il precedente, sia in un buona parte «apocrifo», termine con cui i cultori di Holmes definiscono ogni trasposizione delle opere di Doyle che non sia strettamente aderente agli scritti originali, lo spirito del personaggio è (quasi) del tutto invariato, comprese le sue doti di chimico autodidatta. Anzi: in questo caso in particolare la chimica, pur rimanendo sullo sfondo, diventa al momento giusto un vero e proprio deus ex machina.
 
Inutile nascondere che nel film non sarà solo Gladstone a beneficiare della scoperta di Holmes, ma per scoprirlo è necessario andare al cinema (o aspettare il DVD).

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