Sanguisughe: a volte ritornano

L’utilizzo di sanguisughe a scopi medici e scientifici sta tornando di moda. Ma, come possono questi parassiti contribuire alla chirurgia plastica o alla ricerca del DNA di specie rare?
 
Il rappresentante più conosciuto della famiglia si chiama Hirudo medicinalis (un nome che rimanda all’utilizzo in medicina), ma tutti le conosciamo con il nome di sanguisughe. Si tratta di parassiti che si cibano del sangue di animali a sangue caldo – uomo compreso – largamente impiegate, nel passato, per curare molti disturbi diversi. Cadute in disgrazia alla fine dell’Ottocento, le sanguisughe vivono ora una seconda giovinezza, che vede il loro impiego spaziare dalla medicina alla ricerca scientifica.
 

Grazie alla bocca a ventosa, la sanguisuga aderisce alla pelle per succhiare il sangue della propria «vittima. La medicina sta oggi riscoprendo alcuni dei benefici dati dall’impiego di questi parassiti. (Immagine: Wikimedia Commons)

 
Sanguisughe e medicina: dal passato ai giorni nostri
Già ai tempi di Ippocrate l’applicazione di sanguisughe alla cute era considerata un metodo efficace per bilanciare gli umori del corpo ed eliminare sostanze dannose per il nostro organismo: un’usanza che venne tramandata attraverso i secoli e che fu particolarmente in voga nel XIX secolo. Basti pensare che, nel solo 1833, la Francia importò ben quarantadue milioni di sanguisughe da utilizzare a scopo medico. L’irudoterapia – vale a dire l’utilizzo di sanguisughe in medicina – giunse tuttavia ad un rapido tracollo nella seconda metà dell’Ottocento, quando ci si rese conto che la maggiorparte dei pazienti non traeva alcun giovamento da questa pratica, quando non era addirittura dannosa.
Ma se pensate che l’irudoterapia si sia estinta per sempre negli ultimi anni dell’Ottocento, vi sbagliate! Da qualche anno, l’utilizzo di sanguisughe nella pratica medica sta ifatti facendo ritorno. Nel campo della chirurgia plastica, un utilizzo controllato dell’irudoterapia sembra migliorare notevolmente l’esito di interventi di ricostruzione: le sostanze rilasciate da questi parassiti contrastano la formazione di coaguli venosi, accelerando la guarigione. Non solo: l’irudoterapia giova anche ai pazienti affetti da osteoartrite: nella saliva delle sanguisughe si trova infatti una trentina di molecole in grado di contrastare due importanti fenomeni alla base di questa malattia – i coaguli venosi e l’infiammazione – aiutando ad alleviare di molto il dolore.
 
Sanguisughe e ricerca scientifica: alla scoperta di specie rare
Se nel caso della pratica medica si può parlare di un grande ritorno delle sanguisughe, l’utilizzo di questi parassiti nella ricerca scientifica rappresenta una novità a tutti gli effetti. L’idea è quella di utilizzare questi parassiti per agevolare la ricerca di specie rare o in via di estinzione, al fine di identificare con maggiore precisione le aree da proteggere. Dopo il “pasto”, le sanguisughe preservano infatti tracce del DNA dell’ultimo animale di cui si sono nutrite. Questo DNA, una volta riconosciuto come appartenente ad una certa specie, può essere utilizzato per risalire all’area in cui quella specie vive.
Il problema può sembrare irrilevante nel caso di specie molto comuni, ma non è così se stiamo cercando di identificare l’habitat di animali rari. Precedenti tentativi basati sulle testimonianze dirette di osservatori, su sensori o telecamere hanno dato risultati deludenti: serve infatti una bella dose di fortuna perché un esemplare di una specie rara attraversi il nostro campo visivo o si imbatta in uno dei sensori che abbiamo posizionato. Se poi l’area da monitorare è molto estesa, le possibilità di successo calano drasticamente. E’ proprio in simili circostanze che le sanguisughe possono dare un contributo notevole: se una sanguisuga con tracce di un certo DNA viene raccolta in una determinata area, allora è molto probabile che l’animale che stiamo cercando si trovi abitualmente in quella zona, anche se non riusciamo a vederlo. La speranza è quindi che, con l’aiuto delle sanguisughe, sia possibile circoscrivere l’area in cui vivono alcune specie in pericolo, al fine di proteggerle.
 
Alla ricerca dell’animale più raro al mondo
Uno degli impieghi più affascinanti delle sanguisughe nel campo dell’ecologia riguarda il saola (o bue Vu Quang, Pseudoryx nghetinhensis), uno degli animali più rari al mondo, tanto da essere soprannominato unicorno asiatico.
 
 

Una delle rarissime fotografie ritraenti un esemplare di saola (Pseudoryx nghetinhensis), uno degli animali più rari al mondo (Immagine: Wikimedia Commons)

 
Questa antilope fu descritta per la prima volta in seguito al ritrovamento di un cranio in una foresta del Vietnam, ma solo pochissimi fortunati sono stati in grado di vedere un esemplare vivo di questa specie. A tutt’oggi è difficile stimare il numero di esemplari vivi: probabilmente solo pochissime centinaia. Nella speranza di preservare questa specie ridotta ai minimi termini, nel 2011 è stata istituita una piccola riserva al confine tra Vietnam e Laos, nella zona dei monti Annamiti, l’unico habitat naturale del saola al momento conosciuto. Ma un vero programma di protezione e conservazione della specie richiede senza dubbio una migliore identificazione delle aree in cui il saola vive: un’informazione che potrebbe giungere proprio dall’ultimo pasto di una sanguisuga.

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