Siamo atterrati su una cometa. Per tre volte.

Avevamo lasciato Rosetta a gennaio, al suo risveglio dopo la lunga ibernazione cominciata nel 2011, ma da allora la sonda ESA ha ricominciato attivamente l’inseguimento e da agosto è entrata in orbita attorno alla cometa 67-P/Churyumov-Gerasimenko. E alla fine Philae, il piccolo robot che viaggiava dentro Rosetta, è atterrato.

Un mondo in miniatura
Rosetta ha osservato con le sue fotocamere la complessa superficie 67-P per settimane prima che gli scienziati decidessero il luogo perfetto per lo storico tentativo. La cometa, un bolide di circa 4 kilometri di diametro lanciato a 135.000 kilometri orari, vista per la prima volta a una distanza così ravvicinata è tanto interessante quanto preoccupante. Sembra un mondo in miniatura, con tanto di montagne, valli e precipizi. Alla fine è stato scelto il sito J, una regione quasi pianeggiante e che sembrava più libera di insidie delle altre.

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 Immagine: ESA

Il nome della sonda Philae rimanda a un’isola sul lago Nasser, in Egitto e il sito J è stato poi ribattezzato Agilkia, nome di un’isola vicina sul fiume Nilo. Gli appassionati archeologia avranno già capito perché: tra il 1960 e il 1980 il famoso tempio di Isis su Philae è stato trasferito pezzo per pezzo su Agilkia perché non fosse sommerso dalle acque del lago che la diga di Assuan stava formando. Come il tempio, Philae, il primo lander del suo genere, avrebbe cambiato presto casa.

Una lunga discesa
Non è la prima volta che un oggetto costruito dall’uomo incontra una cometa. La sonda Giotto dell’ESA è stata inviata all’inseguimento di ben due comete: prima la celebre cometa di Halley (1986) poi la cometa Grigg-Skjellerup (1992). La sonda Stardust della NASA nel 2006 è invece riuscita a prelevare un campione della chioma di Wild2. Nel 2005 l’agenzia statunitense aveva poi già toccato la superficie del nucleo di una cometa grazie a Deep Impact, che di fatto ha “sparato” un proiettile contro Tempel 1, con lo scopo di creare una nuvola di detriti che rivelassero agli strumenti di Deep Impact la sua composizione.

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La cometa Tempel 1 vista dalla fotocamera montata sul “proiettile” di Deep Impact (Immagine: NASA via Wikimedia Commons)

Una delle ragioni per cui le comete ci interessano tanto è che risalgono alla formazione del Sistema Solare e sono quindi un modo per guardare indietro a 4.6 miliardi di anni.

Ma ad atterrare, però, non c’era ancora riuscito nessuno. Mercoledì 12 novembre, quando in italia erano le 10.03 del mattino, dallo European Space Operations Centre dell’ESA a Darmstadt, in Germania, hanno confermato che Philae si era staccato da Rosetta, con la quale viaggiava dal 2004. Il distacco, in realtà, è avvenuto ben 28 minuti prima, tanto è infatti il tempo che impiega un segnalo radio a percorrere 500 milioni di kilometri. La discesa di Philae era affidata alla debole attrazione gravitazionale di P67: in poche parole, dopo il distacco da Rosetta, è caduto sulla cometa con una traiettoria parabolica. Una caduta molto, molto lenta: l’orbita di Rosetta è alta una ventina di chilometri ma Philae avrebbe impiegato ben 7 ore.

Storia scritta, e storia da scrivere
Mentre su twitter l’hashtag #cometlanding scalava le classifiche degli argomenti più discussi, le immagini da Darmstadt mostravano i tecnici sempre più concentrati. Avvicinandosi Philae cominciava già a mandare i primi dati, comprese fotografie, ma nonostante l’entusiasmo si sapeva che il razzo di Philae non avrebbero funzionato. Al contatto con la superficie avrebbe dovuto spingere la sonda verso il basso (ammesso si possa dire stando su una cometa), in modo che non rimbalzasse.

Finalmente, alle 17.03 abbiamo avuto la conferma che 28 minuti prima Philae era atterrato, facendo entrare di nuovo l’ESA nella Storia.

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La prima immagine inviata dalla sonda una volta atterrata, scattata grazie alla fotocamera CIVA (Immagine: ESA/Rosetta/Philae/CIVA)

«Siamo sulla cometa! Siamo là e Philae ci sta parlando» ha esclamato il dottor Stephan Ulamec, che dirige le operazioni della sonda. Secondo i dati ricevuti, questa ha poi rimbalzato più volte, o per dirlo con le parole di Ulamec «Ho detto che probabilmente eravamo atterrati due volte, è stato già annunciato, ma in realtà siamo atterrati tre volte».

Purtroppo il piccolo Philae ha dovuto fare a meno anche degli speciali arpioni che avrebbero dovuto ancorarlo fisicamente a 67P, ma alla fine sembra che si sia stabilizzato. Il problema è che ora deve contare solo sulle “viti” montate sulle sue zampe, che dovrebbero essere entrate correttamente in funzione assicurando almeno un po’ di presa. Peccato che una delle tre zampe sembra non sia nemmeno a contatto con la roccia… In queste condizioni tecnici, per ora, non si azzardano nemmeno a provare di nuovo gli arpioni per paura che, anche in assenza del razzo a controbilanciare, questo possa bastare a spostare imprevedibilmente la sonda.

Ora la parola passa alla strumentazione. Philae, grande come una lavatrice e pesante 100 kg, ha ben 10 strumenti. Alcuni di questi prevedono il prelievo di un campione, ma ce la farà Philae a usare il suo trapano senza il sistema di ancoraggio previsto? Un primo set di misurazioni dovrebbe essere concentrato in pochi giorni e sfruttare le batterie a bordo, mentre un secondo gruppo di misure dovrebbe affidarsi alle batterie ausiliarie, ricaricabili grazie ai pannelli solari. I rimbalzi hanno però allontanato molto la sonda dalla posizione prevista, che ora si trova molto in ombra, forse troppo per garantire energia sufficiente.

La missione dovrebbe proseguire almeno fino a Dicembre 2015, poi in pochi mesi la vicinanza del Sole, eccessiva per gli strumenti, regalerà a Philae il “funerale vichingo” che si merita.

Immagine in apertura e immagine box: ESA

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