Un farmaco “universale” contro l’HIV?

La lotta contro il virus dell’HIV (dall’inglese Human Immunodeficiency Virus)  si combatte con sorti alterne da ben oltre 30 anni, da quando, ormai nell’oramai lontano 1981, si iniziarono a riscontrare in vari ospedali del mondo i primi effetti della malattia. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiornate al 2013, il virus ha colpito 35 milioni tra adulti e bambini e per le sue caratteristiche biologiche sembra sfuggire a ogni tentativo di terapia preventiva.

Un gruppo di scienziati dello Scripp Research Institute potrebbe aver segnato un punto decisivo a favore della ricerca annunciando sulla rivista Nature la messa a punto di un nuovo farmaco molto più potente e “universalmente” efficace.  La ricerca ha coinvolto più di 12 laboratori e individuato una molecola in grado di bloccare tutti i ceppi di HIV-1, HIV-2 e SIV che sono stati isolati dai macachi o dagli umani, inclusi quelli che  sembravano più difficili da bloccare. In più, i risultati preliminari hanno dimostrato una protezione duratura anche da titoli virali molto alti, ovvero in quei casi in cui sono presenti elevate quantità di particelle virali. Insomma, potremmo essere di fronte, stavolta davvero, a un potenziale candidato per un vaccino “universale”.

Un vaccino difficile
Nonostante gli enormi progressi fatti nella conoscenza delle caratteristiche del virus, non è ancora stato sviluppato un vaccino efficace nel prevenire l’infezione, a causa delle “logiche” che regolano il suo funzionamento. Innanzitutto, il virus attacca le cellule del nostro sistema immunitario, le stesse che dovrebbero riconoscerlo e distruggerlo. Una volta penetrata la cellula, il virus può scegliere due strategie: duplicarsi velocemente e produrre nuovi virus che vengono “espulsi” dalla cellula oppure integrarsi con il genoma della cellula ospite e affrontare un lungo letargo.

Entrambe le strategie presentano dei vantaggi per il virus. Nel primo caso, le cellule “incubatrici” del nostro sistema immunitario muoiono dopo aver rilasciato nuovi virus. La concentrazione del virus, quindi, aumenta e le cellule che dovrebbero arginarne la diffusione muoiono di conseguenza. Nel secondo caso il virus resta “nascosto” all’interno della cellula ospite e sfugge all’attacco del sistema immunitario o all’eventuale azione dei farmaci. Questa astuta logica d’azione rende l’HIV un virus estremamente difficile da combattere. Inoltre, le molecole di superficie del virus, quelle ideali da colpire per bloccarne l’azione, mutano molto velocemente durante il corso dell’infezione ma anche tra le popolazioni o i singoli individui. A causa di queste particolarità del virus tutti gli sforzi fatti finora per sviluppare un vaccino si sono rivelati vani o hanno dato risultati poco incoraggianti.

Azione su un doppio fronte
Quali sono i punti di forza, quindi, di questo nuovo farmaco? Come potrebbe riuscire dove altri hanno, almeno in parte, fallito? Quando il virus attacca il nostro corpo, il suo obiettivo sono i linfociti. Una proteina presente sulla membrana esterna del virus, chiamata gp120, riconosce un recettore omologo sulla superficie dei linfociti (la proteina CD4); questo “aggancio” permette al virus di fondersi con la cellula bersaglio e di inserire il proprio materiale genetico nella malcapitata. Oltre al binomio gp120/CD4, un altro legame è necessario per la fusione virus-linfocita, in particolare quello con la proteina CCR5, presente sulla superficie dei linfociti. La nuova molecola messa a punto dal team di scienziati lega contemporaneamente entrambe le “chiavi” d’accesso presenti sulla superficie del virus, impedendogli l’accesso alla cellula bersaglio. Il blocco di entrambi questi recettori virali lascia poche vie di fuga al virus, che, incapace di replicarsi all’interno di una cellula ospite, non riesce nemmeno a mettere in pratica quelle tecniche di “mutazione” che gli permetterebbero di aggirare l’effetto del farmaco. Un meccanismo che puo’ sembrare semplice ma che sfrutta anni di conoscenze acquisite sul meccanismo d’ingresso del virus nelle cellule umane.

hiv

La nuova molecola sviluppata include una parte della molecola CD4 (in rosso) e una parte della molecola CCR5 (in verde). L’inibitore è in grado di legare simultaneamente entrambi i recettori del virus (in beige). Immagine: The Scripps Research Institute

I primi studi in vivo compiuti sui macachi sembrano promettenti. Gli animali sono risultati protetti  per oltre 40 settimane contro tutti i ceppi del virus in grado di provocare l’infezione, anche contro titoli virali molto alti. È presto per dire se siamo di fronte a un potenziale vaccino “universale” ma è promettente vedere che alle strategie “smart” del virus, i ricercatori sono in grado di risponde con strategie altrettanto “smart”.

Immagine banner e box apertura: NIH

 

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