Abbasso l’aratro

Spesso l’appello a pensare alla sostenibilità di un certo processo produttivo spaventa gli imprenditori di ogni settore: perché spendere più soldi se i risultati dell’investimento non sono immediati? Meglio mantenere lo status quo e sperare che quei guastafeste degli scienziati siano stati troppo catastrofisti.

Questa speranza viene regolarmente infranta, ma non sempre la logica del profitto immediato è contrapposta a quella di sfruttare le risorse naturali in maniera intelligente. Una piccola rivoluzione sembra stia accadendo nell’agricoltura, una delle attività umane a più alto impatto ambientale: in tutto il mondo sempre più agricoltori stanno mandando in pensione i loro aratri.

Perché si ara il terreno
Normalmente il terreno (o suolo) da coltivare viene lavorato meccanicamente per modificare le sue caratteristiche e renderlo più idoneo alla germinazione dei semi e al mantenimento della coltura. L’aratura ha molti effetti benefici: l’aumento di porosità permette ai semi di attecchire più facilmente, il terreno arato profondamente drena meglio l’acqua impedendo pericolosi ristagni, il ribaltamento delle zolle limita la crescita di infestanti e permette allo stesso tempo di interrare i resti della coltura precedente (sovescio) o altro materiale ammendante per mantenere la sua fertilità.

Il rovescio della medaglia è che questa lavorazione, a lungo andare, impoverisce il suolo, che è una risorsa non rinnovabile su scala temporale umana. Gli effetti negativi dipendono dal tipo di suolo e aratura, ma in generale questa lavorazione meccanica nel lungo periodo riduce tutte quelle proprietà che rendono un terreno adatto alla coltivazione. Per esempio, aratura dopo aratura, non solo si perdono alcune delle proprietà fisiche del suolo, come la sua capacità di trattenere acqua e nutrienti, ma anche la sua biodiversità (i microbi e gli invertebrati che lo abitano) viene compromessa.

Ma si può fare a meno di arare?
L’idea di coltivare senza arare non è nuova: negli anni ’40 del secolo scorso uscì il libro dell’agronomo americano Edward H. Faulkner intitolato Ploughman’s Folly cioè “La follia dell’aratore”. Nel volume si argomentava che l’aratura era più questione di tradizione che di prove e che si potevano ottenere rese maggiori e con minore impiego di fertilizzanti, senza arare il suolo, ma piantando direttamente i semi nel campo dopo la raccolta delle colture da copertura (cover crops, spesso leguminose) fatte crescere nella stagione precedente. Le idee di Faulkner furono in gran parte ignorate, ma pian piano, per quanto eretiche, hanno continuato a farsi largo tra gli agricoltori e ora il New York Times racconta che in America, complice la crisi del settore e la domanda sempre più frequente per uno sviluppo sostenibile, sempre più agricoltori puntano ad aumentare i propri guadagni proteggendo la nostra vera ricchezza: il suolo.

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Iowa: piante di granturco crescono in un campo non arato tra i residui della coltura precedente, in questo caso soia. Immagine: Gene Alexander via USDA Natural Resources Conservation Service 

Sostenibilità e profitto
Non basta smettere di arare: gli agricoltori devono rivolgersi agli agronomi per sviluppare una strategia pluriennale che va dalla scelta delle colture di copertura al dosaggio dei fertilizzanti. Sono necessari anche investimenti iniziali per comprare delle seminatrici di precisione che posizioninoo i semi in modo che possano germinare facilmente in un terreno non arato. Ma, come raccontano i “convertiti”, in realtà la sfida più ardua è andare contro una tradizione senza tempo, infatti nel Texas settentrionale c’è il detto “non puoi coltivare senza arare perché non hai ancora seppellito tuo padre”.

Eppure, se ci sono le condizioni giuste e questo metodo di coltivazione è applicato in maniera corretta, i benefici per l’agricoltore sono rapidamente tangibili: non solo si risparmia in carburante per trainare gli aratri ma il terreno necessità di meno azoto e l’aumento di materia organica permette al suolo di immagazzinare più acqua e, quindi, di ottimizzare l’irrigazione. A questo proposito l’agricoltore Terry McAlister, che ha abbandonato l’aratro nel 2005, racconta che nel 2012 ha avuto il suo raccolto di frumento migliore, mentre gli altri contadini del Texas settentrionale lottavano per salvare le colture dalla tremenda siccità di quell’anno.

Un minor impiego di concimi azotati riduce anche l’inquinamento dei fiumi e secondo alcuni studi i suoli agricoli così gestiti aiutano a intrappolare carbonio atmosferico contribuendo al contrasto dei cambiamenti climatici. Per il momento, però, agli agricoltori come McAlister (ancora una minoranza, anche se in espansione) basta avere investito nel modo giusto: «Il mio obiettivo è migliorare il mio suolo in modo che possa avere raccolti migliori e fare più soldi. Se nel frattempo posso aiutare l’ambiente, mi sta bene, ma non è il mio obiettivo»

La via per un’agricoltura più sostenibile può passare anche dal portafogli.

Immagine in apertura: Lynda Richardson via USDA Natural Resources Conservation Service

Immagine box: un aratro in una pittura egizia datata 1200 a.C. via Wikimedia Commons

Per la lezione

Commenti [1]

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  1. Marcello Tosi

    In perfetto accordo.Ho iniziato a non far più aratura nell’80 costretto perchè il terreno era talmente duro da non poter essere arato. I risultati sono stati straordinari sia come rese di prodotto si come cambiamento del terreno: da grigio dopo due anni è diventato nero.soffice e pieno di humus. A quei tempi non c’era molta attrezzatura specifica ma, fortunatamente avevo un coltivatore pesante Glencoe che mi ha risolto il problema. Un particolare non indifferente è di lavorare il terreno non per il senso di semina,ma di traverso a 45°:è una tecnica consigliata dai paesi del Nord ed è super efficace perchè il terreno viene meglio pareggiato facendo sparire ogni traccia di carreggiate. Provare per credere.

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