Rinnovabili: come la Cina dà il passo al mondo

Il prodigioso sviluppo degli ultimi decenni ha trasformato la Cina in un colosso economico e, quindi, in un grande produttore di inquinanti. Lo smog nelle grandi città è diventato un serio problema e il mostruoso investimento in centrali a carbone per la produzione di energia elettrica preoccupa i climatologi per la quantità sempre maggiore di anidride carbonica che emettono in atmosfera. I cieli anneriti della Cina sono obiettivamente terrificanti, e spesso in occidente si usa questa discutibile “fama” per provare a convincere i cittadini che il cambiamento verso uno sviluppo più sostenibile è inutile perché, tanto, ci penserebbero i cinesi a vanificare gli sforzi.

Ma questa è solo la faccia che tutti conoscono del miracolo cinese. L’altra faccia, molto meno nota, è che la Cina è diventata leader nel settore delle energie da fonti rinnovabili e altre tecnologie “green”, sulle quali sta investendo sempre più risorse. E  quando la Cina domina un settore le conseguenze investono tutto il mondo. Uno dei più grandi studiosi di questo processo è il professor John Mathews, docente di Strategic Management alla Macquarie Graduate School of Management (Macquarie University, Sydney).

Sull’argomento lo scorso dicembre Mathews ha pubblicato il suo ultimo libro Greening of Capitalism: How Asia Is Driving the Next Great Transformation e mercoledì scorso, per il ciclo di conferenze divulgative Campus Colloquia, lo studioso è intervenuto per parlarne al CNR di Bologna su invito del chimico Nicola Armaroli, dirigente di ricerca al CNR e autore con Vincenzo Balzani del saggio Energia per l’Astronave Terra (Zanichelli, 2011).

John Matthews CNR

Il professor Mathews durante la conferenza (Immagine: Zanichelli Editore)

La strategia della Cina
Perché la Cina sta puntando sulle rinnovabili? Mathews ha spiegato che non sono stati i cambiamenti climatici a muovere le coscienze: dopotutto l’80% dei gas serra emessi in atmosfera dalla rivoluzione industriale e che ora stanno cambiando il nostro clima, sono stati emessi dai paesi “ricchi”, non dalla Cina. La svolta verso le rinnovabili è stata invece necessaria per aumentare, prima di tutto, la sicurezza energetica della nazione.

Più la Cina si sviluppava, più aveva bisogno di importare petrolio, ma in questo modo diventava sempre più vulnerabile. I grandi giacimenti di oro nero si trovano infatti in pochi paesi che, generalmente, hanno anche una situazione politica imprevedibile. Il prezzo del petrolio, come stiamo vedendo in questi ultimi anni, può crescere o precipitare dalla sera alla mattina: la Cina non poteva continuare ad alimentare il motore della sua crescita con un combustibile del genere.

Inoltre non bisogna essere per forza ambientalisti per riconoscere che l’inquinamento atmosferico delle città, causato soprattutto dalle centrali a carbone, è un problema da risolvere. Pechino ha allora risposto diventando una superpotenza delle tecnologie “verdi”. Nel 2013 la nuova potenza installata proveniente da fonti rinnovabili ha superato quella di origine termoelettrica, in altre parole ora i cinesi costruiscono più parchi eolici e fotovoltaici che centrali a carbone. Già il 20% dell’energia elettrica è prodotta da fonti rinnovabili (idroelettrico, eolico e fotovoltaico) e l’obiettivo è arrivare al 30% entro i prossimi 5 anni. Si stima che entro il 2020 il 30% dell’energia elettrica prodotta in Cina sarà da fonti rinnovabili, con l’eolico che sta già sorpassando il nucleare.

Ma il cambiamento è più ampio della sola produzione di energia elettrica. Ora la Cina punta a gestire il proprio sistema produttivo in modo che i rifiuti di un’attività diventino materia prima per un’altra. Per esempio la più grande piantagione di canna da zucchero del paese produce materia prima per la raffineria, ma questa oltre allo zucchero produce bagassa (resti della canna) che sono usati per fare carta o per produrre elettricità da biomasse. Una distilleria trasforma poi la melassa di scarto in alcol, e quella rimanente è usata per produrre fertilizzanti. Altri sottoprodotti della produzione sono utilizzati per produrre cemento e biogas.

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Flusso dei materiali tra le industrie della prefettura Guitang Immagine: Zfett via Wikimedia Commons

Le conseguenze per il resto del mondo
Gli effetti della strategia cinese sul resto del pianeta sono già evidenti. Per esempio il “boom” del fotovoltaico, che in Italia ora produce ben il 7,5% del nostro fabbisogno, è stato reso possibile dall’abbassamento dei prezzi dei pannelli, diretta conseguenza del piano economico dei cinesi. Le aziende che sviluppano tecnologie “verdi” ora infatti producono l’8% del PIL della Cina, e per il 2020 arriveranno al 15%. L’India, un altro paese emergente che è più dipendente dal petrolio straniero della Cina, sta già seguendo la stessa strada, assieme al Brasile. L’allargamento del mercato continuerà a far scendere i prezzi di queste tecnologie, attirando ulteriori investimenti. Importanti infrastrutture come le smart grid, che permettono una distribuzione intelligente dell’energia elettrica che è essenziale con fonti intermittenti come rinnovabili, sono già in avanzato stadio di sviluppo sia in Asia che in Europa e Stati Uniti. Le smart grid permetteranno inoltre di creare un vero mercato libero per l’energia prodotta dalle rinnovabili.

La transizione, inevitabile, verso un’economia alimentata in misura sempre maggiore dalle rinnovabili è quindi già in atto. La vera domanda è: come possiamo accelerare questo processo, visti gli enormi rischi che corre l’intero pianeta a causa dei cambiamenti climatici?

Secondo Mathews strumenti come la carbon tax, cioè una tassazione sulle emissioni di gas serra, non si è rivelata uno strumento efficace per promuovere un altro modello di sviluppo. Se oggi i grandi imprenditori come Elon Musk (Space X/Tesla/Solarcity) puntano sulle rinnovabili non è certo per evitare delle tasse, ma perché queste tecnologie costituiscono un ottimo investimento. Per accelerare il cambiamento è allora necessario prima di tutto incentivarne l’adozione con strumenti finanziari. Il professore supporta in particolare il meccanismo dei green bond e climate bonds, ovvero delle obbligazioni che finanzino specificatamente i progetti “verdi”, un tipo di investimento che è intrinsecamente più sicuro (e etico) rispetto a quelli che dipendono dai combustibili fossili.

Secondo Mathews: «È stato il capitalismo a creare il problema, col capitalismo possiamo trovare la soluzione».

Immagine banner: un parco eolico a Xinjiang, di 林 慕尧 / Chris Lim via Wikimedia Commons
Immagine box: Zanichelli Editore

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