A tutto gas verso l’abisso

L’Eni ha da poco annunciato la scoperta di un enorme giacimento di metano al largo dell’Egitto, generando grande euforia anche nel nostro Paese. Per l’Egitto potrebbe significare l’autonomia energetica per molti decenni, ma anche l’Italia, che detiene l’esclusiva dello sfruttamento, potrebbe approfittarne per diversificare le proprie fonti di gas naturale, oggi proveniente in gran parte dalla Russia.

Rischio o risorsa?

Al di là dei vantaggi economici di questo o quel paese, nessuno o quasi sembra ricordare il fatto che il metano è uno dei principali gas serra e come gli altri combustibili fossili (carbone e petrolio) produce bruciando CO(diossido di carbonio), il principale imputato del cambiamento climatico in corso.

A “guastare la festa” ci pensano come al solito gli scienziati. Un team internazionale guidato dalla Carnegie Institution ha appena pubblicato su Science Advances un report tutt’altro che rassicurante.

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Oil Bouri DP4 dell’Eni, situata 120 km a nord delle coste libiche, è la più grande piattaforma petrolifera del Mediterraneo (Immagine: Wikimedia Commons).

Il prezzo dello sfruttamento

Bruciare ciò che resta dei combustibili fossili potrebbe costarci molto caro. I gas serra prodotti sarebbero infatti sufficienti a fondere del tutto la calotta antartica, provocando un aumento dei livelli dei mari fino a 60 metri.

Coloro che hanno più da rimetterci in un simile scenario siamo proprio noi: molte grandi metropoli, comprese Tokyo, Hong Kong, Shanghai, Calcutta e New York sorgono sulla costa e verrebbero completamente sommerse. Un miliardo di persone sarebbe costretto a migrare altrove, con ripercussioni drammatiche a livello economico, sociale e geopolitico.

Shanghai skyline at night, panoramic. China, East Asia.

Come molte altre grandi metropoli costiere, Shangai verrebbe in gran parte sommersa da un aumento del livello del mare anche solo di pochi metri (Immagine: Wikimedia Coommons).

Allarmi senza voce

Di per sé questa notizia non sembrerebbe così eclatante. Da tempo l’Antartide – così come quasi tutti i ghiacciai del mondo – ha iniziato a perdere ghiaccio, e il primo allarme degli scienziati sui rischi di un innalzamento del livello dei mari risale ormai a decenni fa.

Precedenti ricerche tuttavia si sono focalizzate sulla perdita di calotta soltanto nell’Antartide occidentale. Il nuovo studio invece prende in esame per la prima volta l’intera calotta e dimostra che bruciare carbone, petrolio e gas ai ritmi attuali provocherebbe la fusione anche della ben più estesa porzione orientale.

Modelli rivelatori

Il futuro della calotta antartica dipende in realtà da molti fattori: non solo il rilascio in atmosfera di gas a effetto serra, ma anche il riscaldamento degli oceani derivante da quello atmosferico, possibili modifiche alla circolazione oceanica e l’aumento delle precipitazioni nevose che in parte contrasta il processo di fusione.

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Nel 2002, il parziale collasso della piattaforma Larsen B, sulla costa orientale della Penisola Antartica, ha colto tutti di sorpresa per la rapidità e le dimensioni dell’evento. Recenti studi stimano che entro il 2020 l’intera piattaforma si sgretolerà, formando migliaia di iceberg (Immagine: Pedro Skvarca).

Ricarda Winkelmann del Postdam Institute for Climate Impact Research, prima autrice dello studio, spiega tuttavia perché questo ultimo warning non vada sottovalutato. Il team ha creato modelli per studiare possibili scenari evolutivi per i prossimi 10 000 anni, dal momento che il diossido di carbonio persiste in atmosfera per millenni dopo il suo rilascio.

Che cosa ci attende

I ricercatori hanno dimostrato che la calotta dell’Antartide occidentale diverrà instabile se le emissioni continueranno agli attuali livelli per i prossimi 60-80 anni. Ma questa quantità è solo la punta dell’iceberg: rappresenta infatti solo il 6-8% dei 10 000 miliardi di tonnellate di CO2 che verrebbero rilasciati esaurendo tutti i giacimenti accessibili.

Il destino della calotta occidentale forse è già segnato e la sua perdita potrebbe essere inevitabile qualsiasi siano i provvedimenti adottati. Secondo i ricercatori, però, un aumento delle temperature medie globali fino a 2 gradi centigradi – un limite spesso citato in studi sul cambiamento climatico – provocherebbe un innalzamento del mare solo di pochi metri, e potrebbe essere ancora gestibile.

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La carta mostra l’impatto che diverse quantità di diossido di carbonio immesse in atmosfera avrebbero sulla calotta glaciale antartica (GtC sta per gigatoni di CO2) (Immagine:  Ken Caldeira e Ricarda Winkelmann).
 

Questione di tempo

Ma un maggior riscaldamento metterebbe a rischio anche il resto della calotta antartica, innescando un processo irreversibile di totale fusione. Quali sono le tempistiche per questo scenario infausto? I modelli non prevedono grandi aumenti nella velocità di perdita di ghiaccio per questo secolo, ma il livello dei mari potrebbe crescere di 3 cm l’anno per i prossimi 1000 anni, il che significa un aumento di circa 30 metri entro la fine del millennio. Serviranno naturalmente diversi altri secoli per arrivare ai fatidici 60 metri corrispondenti alla totale scomparsa della calotta antartica.

E qui si apre il solito dilemma: i nostri governanti saranno abbastanza lungimiranti da invertire la marcia verso questo agghiacciante scenario bollente? Oppure continueranno a puntare tutto sulla crescita economica a breve termine e sullo sfruttamento insostenibile, egoisticamente indifferenti al futuro di miliardi di persone?

Immagine banner in evidenza: Wikimedia Commons

Immagine box in homepage: ScienceAdvances

 

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