Ritorno in Africa

Antropologia

Il sequenziamento del primo antico genoma umano proveniente dall’Africa ha fatto luce su un’imponente ondata migratoria avvenuta circa 3000 anni fa dall’Eurasia occidentale all’Africa orientale. Non si conoscono le cause di questo esodo, che però ha lasciato il segno nel patrimonio genetico delle popolazioni dell’intero continente africano.

 

Il più antico DNA africano

Il DNA appartiene a un uomo che 4500 anni fa fu sepolto a faccia in giù in una grotta chiamata Mota, negli altopiani dell’Etiopia. Il microclima fresco e asciutto della grotta ha permesso la sua conservazione per migliaia di anni, e consentito agli scienziati dell’Università di Cambridge di analizzarlo e di aggiungere una nuova pagina alla storia delle antiche migrazioni umane.

Grotta Mota

L’ingresso della grotta Mota sull’altopiano etiopico, dove è stato rinvenuto lo scheletro di 4500 anni che ha fornito il DNA antico (immagine: Matthew Curtis)

È la prima volta che viene sequenziato un genoma africano così antico: precedenti analisi sono state effettuate su campioni provenienti da regioni settentrionali e artiche, dove il clima facilita la conservazione. In genere ci sono maggiori probabilità di trovare DNA così antico nei denti, che lo proteggono meglio dal degrado, ma in questo caso il DNA è stato estratto dall’osso petroso, una porzione ispessita dell’osso temporale che si trova alla base del cranio, appena dietro l’orecchio. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science.

 

Il riflusso eurasiatico

L’individuo a cui appartiene questo antico genoma è vissuto prima della misteriosa migrazione nota come «riflusso eurasiatico», tanto che nel suo DNA non vi è traccia dei marcatori genetici tipici di quelle popolazioni. Circa 3000 anni fa, persone provenienti da regioni dell’Eurasia occidentale, come il Vicino Oriente e l’Anatolia, si riversarono improvvisamente nel Corno d’Africa.

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La vista dall’interno della grotta Mota (immagine: Matthew Curtis)

Il confronto col genoma dei moderni Africani ha permesso ai ricercatori di stabilire che questi migranti erano strettamente imparentati con gli agricoltori del Neolitico Antico che 4000 anni prima portarono l’agricoltura in Europa. Ben il 25% del loro genoma, che conserva pure tracce di quello neanderthaliano, è condiviso dalle popolazioni dell’Africa orientale. Ma anche nel resto del continente, fino agli estremi confini occidentali e meridionali, gli africani conservano un 5% di genoma riconducibile alla migrazione eurasiatica, grazie a successive ondate migratorie, come quella dell’etnia Bantu.

 

Un esodo misterioso

Queste percentuali rivelano che il riflusso eurasiatico ha avuto una portata e un impatto molto superiori a quanto si credesse. Secondo Andrea Manica, principale autore dello studio che lavora al Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge, la migrazione potrebbe aver aumentato di un buon 30% la popolazione residente nel Corno d’Africa.

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Il Corno d’Africa e l’ubicazione della grotta Mota (immagine: dailymail.co.uk)

Quali cause determinarono questo massiccio e improvviso esodo? Per ora resta un mistero, tanto più che le ricerche sembrano escludere cambiamenti climatici. Di sicuro la migrazione coincise con l’arrivo in Africa orientale di colture tipiche del Vicino Oriente, come il grano e l’orzo, suggerendo che gli immigrati contribuirono a sviluppare nuove forme di agricoltura nella regione.

 

Parentele sorprendenti

Singolarmente, mentre il patrimonio genetico del Vicino Oriente è stato completamente rimescolato negli ultimi mille anni, il popolo che oggi presenta maggiori affinità genetiche con questi antichi migranti è rappresentato dai sardi, grazie alla posizione isolata della Sardegna. Le tracce più evidenti del genoma di Mota, invece, che rivela adattamenti per vivere in quota e l’intolleranza al lattosio, si trovano nelle attuali popolazioni degli altipiani etiopici.

 

Immagine banner in evidenza: Wikimedia Commons

Immagine box in homepage: Matthew Curtis/University of Cambridge

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