Ogm: valutiamo i prodotti, non le tecniche

Lo scorso maggio è stato diffuso dall’Accademia Nazionale delle Scienze Americana il rapporto Genetically Engineered Crops: Experiences and Prospects. L’obiettivo del lavoro, cominciato alla fine del 2014, era analizzare l’impatto degli organismi geneticamente modificati in agricoltura (utilizzati da oltre vent’anni), in modo da poter rispondere agli interrogativi dei cittadini e fornire un parere ragionato sugli sviluppi futuri. Lo studio, di oltre 400 pagine (liberamente scaricabili), è stato diffuso il 17 maggio con una conferenza pubblica trasmessa in streaming, e sui social network l’hashtag #Gecropstudy, lanciato dalla stessa accademia, è stato utilizzato per discuterne i risultati.

 

Consenso scientifico e comunicazione

Secondo il rapporto gli ogm in commercio sono sicuri per l’alimentazione umana, e non sembrano aver creato più problemi ambientali rispetto alle coltivazioni tradizionali. È ragionevole che tecnologie come queste facciano parte delle nostre future strategie agricole ma, allo stesso tempo, è sbagliato attribuire loro il potenziale di sfamare il mondo. Gli ogm non hanno aumentato le rese, se non nella misura della quota di raccolto “salvata” da patogeni e animali nocivi.

Il successo degli ogm è evidente infatti nell’aumento del reddito per agricoltori, ma anche in questo caso non è possibile generalizzare: in alcuni contesti ambientali e socioeconomici una certa varietà (ogm o meno) potrebbe essere inutile o insostenibile. Un aspetto fondamentale evidenziato dal rapporto è proprio l’impossibilità di fare affermazioni assolute: non si possono prevedere costi e benefici di una coltivazione in quanto prodotta grazie a certe biotecnologie. Lo stesso discorso è naturalmente valido anche per tutte le altre tecniche di miglioramento genetico, che chiamiamo tutte impropriamente “tradizionali” anche quando non sono meno invasive di quelle basate sul DNA ricombinante.

Le conclusioni del comitato di esperti sui diversi aspetti delle colture Ogm riflettono pertanto un consenso scientifico molto solido, e gli addetti ai lavori hanno trovato poche novità da questo punto di vista. Ma è proprio per questo che il lavoro è così importante: un prestigioso comitato di esperti indipendenti ha consegnato al pubblico e alle istituzioni un documento di lavoro molto completo, che evidenzia l’estrema complessità del tema e si sottrae alla dicotomia pro/contro.

 

Opportunità per la ricerca pubblica?

Molte delle considerazioni del rapporto dell’Accademia Nazionale delle Scienze Americana sono presenti nel libro Contro natura (Rizzoli, 2015), segnalato tra i nostri consigli di lettura. Abbiamo quindi chiesto a Beatrice Mautino, autrice del volume assieme al chimico Dario Bressanini, un commento sullo studio.

Gli Ogm non aumentano le rese, eppure spesso abbiamo sentito che avrebbero «sfamato il mondo»: un errore di comunicazione?
Si è trattato certamente di un errore di comunicazione, gli ogm sono stati sviluppati per risolvere problemi specifici, non per creare piante più produttive. Nonostante ciò questa biotecnologia è stata pubblicizzata come una soluzione a uno dei più grandi problemi dell’umanità, ma dopo vent’anni la fame nel mondo c’è ancora. Come afferma anche il rapporto appena uscito, un sistema complesso come la produzione di cibo a livello mondiale non può essere risolto da una singola tecnica. 

Per quale motivo gli autori del rapporto scrivono che è il prodotto a dover essere regolamentato, e non la tecnica da cui deriva? 
Il rapporto chiarisce che grazie a tecniche come il genome editing, la distinzione tra varietà ogm e non-ogm, che già non è scontata, diventerà sempre più difficile. Anche analizzandone il DNA potrebbe diventare impossibile riconoscere una pianta ottenuta grazie alla tecnologia CRISPR da un’altra ottenuta, per esempio, grazie a una mutazione casuale. Anche per questo motivo sarebbe importante cominciare a valutare ogni nuovo cibo che produciamo con le stesse regole, indipendentemente dalla tecnica utilizzata. In Canada, per esempio, le varietà ogm devono superare gli stessi test di tutte le altre, mentre nel resto del mondo il più delle volte solo le piante geneticamente modificate vengono ripetutamente controllate, per esempio per saggiare la presenza di allergeni.

Cosa si può sperare riguardo allo sviluppo delle biotecnologie agrarie?
Il genome editing è una tecnica che non è solo molto versatile, ma è anche relativamente semplice ed economica. Questo potrebbe favorire la ricerca pubblica in un campo che, fino a questo momento, è stato dominato dalle multinazionali. Anche in Italia qualcosa si sta muovendo e al Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA) è cominciato un piano triennale per studiare l’applicazione di questa tecnica alle colture italiane. L’obiettivo è quello di modificare le varietà tipiche del nostro territorio per introdurre nuove caratteristiche specifiche (per esempio la resistenza a un patogeno), ma senza spostare geni da una specie all’altra. Anche la cis-genesi è tra le tecnologie ammesse dal piano, una speranza per ricerche pubbliche bloccate come quelle di Silviero Sansavini, creatore di una mela cisgenica resistente alla ticchiolatura. Rimane il problema che la regolamentazione del genome editing in Europa è ancora da decidere, mentre gli organismi cisgenici sono equiparati agli Ogm transgenici e quindi inutilizzabili in Italia. Per questo alcuni stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, stanno cercando di fare in modo che queste tecniche, dal punto di vista legislativo, non siano incluse tra gli Ogm. Ma ancora una volta una soluzione praticabile potrebbe essere un sistema che valuti il prodotto, non la tecnica.

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti [1]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *