Collisioni spaziali: ecco come si formano i crateri

Una collisione tra corpi spaziali così potente da “rivoltare” la crosta terrestre: è quello che sembra essere successo 66 milioni di anni fa, nello scontro tra l’asteroide collegato all’estizione dei dinosauri e il pianeta Terra.

Un gruppo internazionale di ricercatori ha studiato il cratere di Chicxulub, nella penisola dello Yucatán in Messico, formatosi da quell’impatto. L’analisi della composizione delle rocce di Chicxulub confermerebbe una delle due principali teorie su come si formano i crateri: il modello del collasso dinamico per impatti cosmici.

 

Rocce sottosopra

I ricercatori hanno analizzato le rocce prelevate da una campagna di trivellazione nel cuore del cratere messicano. Con le escavazioni hanno perforato il fondale oceanico fino a 1335 metri di profondità: a poche centinaia di metri sotto la superficie hanno trovato rocce granitiche, cioè rocce ignee, e al di sotto di queste, rocce sedimentarie. Gli scienziati sostengono che questo granito superficiale provenga in realtà dalle profondità della crosta terrestre, tra i 7 e gli 8 kilometri più in basso. Se si trova a soli 700 metri dalla superficie, al di sopra di altre rocce, deve essere successo qualcosa che ha causato una sorta di capovolgimento, portando il granito in cima. Ma che cosa?

Pare che quando l’asteroide ha colpito la superficie della Terra l’impatto abbia rilasciato una grande quantità di calore capace di fondere la roccia. A questo punto la roccia fusa è “schizzata” verso l’alto (come gli schizzi provocati dal lancio di un sasso in uno stagno) ricadendo poi verso il basso per effetto della gravità, formando la tipica struttura circolare. Questi dati smentirebbero l’idea secondo cui nella formazione del cratere la roccia polverizzata e fusa dall’impatto resterebbe di fatto ferma, senza “schizzare” in più direzioni.

L’assetto delle rocce dei campioni estratti indicherebbe invece che il granito delle profondità è affiorato violentemente andando a finire sopra altre rocce più superficiali. Il granito rinvenuto presenta infatti cristalli grossi e ben formati: questa caratteristica suggerisce che il granito si è formato dal lento raffreddamento di rocce fuse. L’anello montuoso che osserviamo nell’area, quindi, è fatto di materale profondo risollevato che è ricaduto su se stesso.

 

cratere Yucatan

L’illustrazione mostra la penisola dello Yucatán e la posizione del cratere, che si trova per metà sommerso dal mare. Le perforazioni effettuate dagli scienziati sono avvenute sulla costa di Progreso, circa in corrispondenza del punto rosso nella prima immagine.  (Immagine: Wikimedia Commons)

 

Conoscere le “viscere” di altri pianeti

L’impatto tra la Terra e l’asteroide è stato di grande potenza, perché solo le collisioni più violente creano crateri con questo tipo di struttura. Quello di Chicxulub – che è ampio 200 km – ha una struttura particolare detta «peak ring», simile a un anello dai bordi rialzati e irregolari e con un rilievo centrale, ed è l’unico sulla Terra ad avere questa conformazione. Su altri pianeti, però, crateri di questo tipo sono abbastanza comuni, come per esempio sulla Luna o su Venere.

Grazie a quanto scoperto dai ricercatori ora sappiamo che per conoscere le “viscere” più profonde di pianeti come questi potrebbe essere sufficiente forare anche solo i primi chilometri di roccia in corrispondenza dei crateri a peak ring.

 

Un cratere pieno di vita?

Anche se in un primo momento l’impatto “apocalittico” ha drasticamente ridotto gli organismi viventi in quasi tutto il pianeta, la collisione potrebbe aver creato un ambiente ideale per la vita di alcuni batteri capaci di proliferare indisturbati per millenni. La fratturazione causata dall’impatto, infatti, ha reso più porose le rocce in corrispondenza del cratere, aprendo di fatto delle nicchie calde potenzialmente abitabili.

In teoria sembrerebbero esserci le condizioni per lo sviluppo di una biosfera sotterranea nascosta, capace di sopravvivere senza la luce solare. Gli scienziati del progetto, che hanno pubblicato lo studio sulla rivista Science,  sostengono di aver trovato cellule e DNA batterico nel nucleo di Chicxulub, ma provare a rispondere alla domanda «c’è vita laggiù?» è ancora troppo presto. Quel che è certo è che i ricercatori sono all’opera per scoprirlo.

 

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Immagine banner: NASA
Immagine box: Wikimedia Commons

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