Il petrolio della Deepwater Horizon ha contaminato (anche) gli uccelli terrestri. Intervista ad Andrea Bonisoli Alquati

Nel 2010 l’incidente alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon ha causato la morte di 11 persone e la fuoriuscita di 4,9 milioni di barili di petrolio (790 milioni di litri) nel Golfo del Messico. Quest’anno la British Petroleum, la compagnia proprietaria della piattaforma, è stata condannata a pagare 20 miliardi di dollari di danni (di cui ben 15,3 deducibili dalle tasse), ma è difficile stabilire un prezzo oggettivo per un disastro ecologico senza precedenti. Una nuova ricerca ora dimostra che il petrolio della Deepwater Horizon è penetrato anche nei tessuti del passero delle coste (Ammodramus maritimus), un piccolo uccello che frequenta le paludi salmastre del Golfo del Messico.

 

La “firma” del disastro

Non è la prima volta che gli scienziati trovano il petrolio della Deepwater Horizon negli organismi del Golfo del Messico, fino ad ora però si era trattato di invertebrati o vertebrati acquatici direttamente esposti alla marea nera. Ma anche quando il petrolio non è più visibile a occhio nudo, non significa che non sia presente nell’ambiente e che non possa avere un effetto sugli organismi esposti. Nel 2011 un gruppo di ecologi ha prelevato in Louisiana 10 esemplari di passero delle coste, dei quali 5 venivano da un sito contaminato e 5 da un sito non contaminato (di controllo).

erlaa4892f1_lr

(Immagine: Bonisoli-Alquati et al, Environmental Research Letters, 2016)

Nei sedimenti prelevati nel sito contaminato è stato rilevato del petrolio che, grazie all’utilizzo di marcatori, è stato identificato come proveniente dal pozzo di estrazione della piattaforma Deepwater Horizon. Attraverso queste analisi sulle “impronte digitali” chimiche del petrolio è infatti possibile risalire alla sua origine geografica, ma come si poteva capire se i tessuti degli uccelli, lo avevano incorporato? Il carbonio presente nel petrolio è impoverito in 13C e 14C: questi isotopi hanno un tempo di decadimento molto breve e sono quindi totalmente assenti nei combustibili fossili, sepolti per decine o centinaia di milioni di anni. Se delle sostanze contenute nel petrolio erano state incorporare negli uccelli, questi isotopi sarebbero risultati meno abbondanti nei loro tessuti (penne e contenuto del ventriglio) rispetto agli esemplari del sito di controllo. È esattamente questo il risultato ottenuto dai ricercatori e pubblicato il mese scorso sulla rivista Environmental Research Letters.

Deepwater Horizon_marsh

Il passero delle coste vive nelle paludi salmastre, in questa foto sono visibili i residui oleosi lasciati dal petrolio sulla superficie dell’acqua (foto: Andrea Bonisoli Alquati)

 

Deepwater Horizon ed ecologia: cosa (non) sappiamo

Per capire meglio le implicazioni di questo studio abbiamo rivolto qualche domanda al Professor Andrea Bonisoli Alquati (California State Polytechnic University, Pomona), ecologo esperto di contaminazioni ambientali e primo autore di questa ricerca.

Come è arrivato il petrolio nei tessuti degli uccelli? 
Questo studio non può fornire una risposta definitiva, ma la nostra ipotesi è che sia accaduto attraverso l’alimentazione. Tendiamo ad escludere che questi animali, totalmente terrestri, siano entrati in contatto diretto col petrolio perché sono incapaci di ripulirsi e sarebbe stato immediatamente evidente dopo la cattura.

Quali sono gli effetti del petrolio su questi uccelli?
Come per altri organismi, ora le conseguenze più eclatanti sono quelli di tipo ecologico: lo sversamento di petrolio crea un danno immediato ad alcune comunità che poi si ripercuote sulle specie che dipendono da esse. Per esempio il petrolio potrebbe far declinare rapidamente una specie di insetto o mollusco di cui questi uccelli si nutrono. I nostri dati però suggeriscono anche la presenza di effetti tossicologici: il petrolio entra nell’organismo e quest’ultimo cerca di disfarsene. Le analisi dell’espressione genica ci dicono infatti che aumenta l’espressione delle proteine legate alla detossificazione degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), uno dei principali inquinanti organici presenti nel petrolio. Verosimilmente gli effetti dl queste sostanze sugli individui si sono estesi alle popolazioni, diminuendo il successo riproduttivo negli anni immediatamente successivi al disastro.

Qual è la situazione attuale degli ecosistemi nel Golfo del Messico?
Purtroppo non è possibile dare una risposta generale. Indubbiamente si è trattato di un disastro ecologico di proporzioni immani, ma alcuni ecosistemi sono stati sicuramente più colpiti di altri. Nel mare il petrolio non è più visibile, ma in buona parte si è depositato sui fondali: quelle comunità probabilmente ci metteranno secoli per riprendersi. A seconda del tipo di organismi studiati, altri ecosistemi sembrerebbero riprendersi più o meno rapidamente, ma non è possibile fare previsioni precise. Per esempio è stato osservato che nel 2013 i livelli circolanti di petrolio sono aumentati rispetto al 2012, invece di diminuire. Una possibile spiegazione è che gli uragani abbiano movimentato il petrolio che si era depositato sul fondale. Sappiamo quindi ancora poco sugli effetti del petrolio, sia tossicologici che ecologici, su questi ecosistemi, ma abbiamo la grande opportunità di studiarli.

 

Immagine in apertura: By US Coast Guard [Public domain], via Wikimedia Commons

Immagine box: Andrea Bonisoli Alquati

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *