Che cosa succede ai Campi Flegrei? Intervista a Giovanni Chiodini dell’INGV

Il Vesuvio è forse il vulcano italiano più conosciuto nel mondo, e anche quello che mette più paura. Se però guardiamo il livello di allerta assegnato dalla Protezione Civile, ora il vulcano è al livello verde: questo vuol dire che, sebbene non si possa prevedere con esattezza quando un vulcano si risveglierà, non si registrano segni che fanno pensare a cambiamento imminente dell’attività.

Forse non tutti sanno, però, che poco distante dal monte che annientò Pompei ed Ercolano i Campi Flegrei recentemente hanno cominciato a preoccupare gli studiosi, tanto che lo stato di allerta nel 2012 è passato dal verde al giallo, cioè il livello di “attenzione”. In un recente studio pubblicato su Nature Communications un gruppo di vulcanologi italiani ha ipotizzato l’esistenza di un nuovo meccanismo che potrebbe portare questo tipo di vulcani verso condizioni critiche, e nel caso dei Campi Flegrei potrebbe essere già in corso. Per capire meglio di che si tratta abbiamo fatto qualche domanda al vulcanologo dell’INGV Giovanni Chiodini che ha guidato la nuova ricerca.

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Un’immagine della solfatara di Pozzuoli nel 2013 (Norbert Nagel (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons)

Che cosa sono i Campi Flegrei?

I Campi Flegrei sono la caldera lasciata da una super-eruzione avvenuta 39.000 anni fa, che ha eiettato in atmosfera centinaia di chilometri cubi di materiale, e in tutto il mondo gli strati geologici conservano le tracce di quell’evento cataclismatico. Una seconda grande eruzione avvenne circa 15.000 anni fa, mentre le eruzioni successive sono state più piccole e l’ultima ha dato origine al vulcano Monte Nuovo, formatosi tra settembre e ottobre del 1538. La caldera è ora caratterizzata da un’intensa attività idrotermale, che per esempio si manifesta attraverso le celebri fumarole della Solfatara di Pozzuoli. A differenza dei vulcani ad attività effusiva, come l’Etna, in questo tipo di vulcani è complicato riconoscere i segni premonitori di un risveglio, perché negli ultimi 40 anni di studio nessuno ha potuto osservarli con moderni strumenti. Per questo motivo è necessario affidarsi ai modelli.

In cosa consiste il meccanismo che ipotizzate nel vostro studio?

Sappiamo che il magma, depressurizzandosi risalendo attraverso la crosta terreste, rilascia fluidi, in particolare acqua e diossido di carbonio. Ma esiste un intervallo di pressione, chiamato pressione critica di degassamento, raggiunto il quale la quantità di fluidi che si sprigiona aumenta di un ordine di grandezza. Come reagirebbe il sistema idrotermale dei Campi Flegrei all’improvviso rilascio di questi fluidi? A differenza del diossido di carbonio l’acqua si condenserebbe, sprigionando grandi quantità di calore nelle rocce sovrastanti, che potrebbero indebolirsi e deformarsi fino a rompersi e innescare il risveglio del sistema vulcanico. La recente attività dei Campi Flegrei ha un andamento simile a quello prodotto dalle nostre simulazioni, e la nostra ipotesi è che si stia avvicinando la pressione critica di degassamento.

È possibile fare previsioni di questo eventuale risveglio?

Purtroppo non è possibile fare previsioni a breve o a medio termine, ed è importante sottolineare che il raggiungimento della pressione critica di degassamento non garantisce la ripresa dell’attività eruttiva. Questi sistemi sono molto complessi e hanno un comportamento non lineare: è possibile, per esempio, che a questa soglia si inneschino addirittura meccanismi che agiscono contro la migrazione del magma. Il monitoraggio della situazione nei prossimi mesi o anni sarà fondamentale per comprendere il destino di questo sistema vulcanico e guidare le decisioni per proteggere le 500.000 persone che vivono nell’area.

 

Immagine in apertura: Norbert Nagel (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons

Immagine box: Donar Reiskoffer [GFDL, CC-BY-SA-3.0 or CC BY 3.0-2.5-2.0-1.0], via Wikimedia Commons

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