L’effetto “uomo” sulla biodiversità

Avreste mai pensato che due tazze di caffè potessero minacciare la sopravvivenza di specie animali a migliaia di chilometri di distanza? E lo stesso vale per gli smartphone, i generi alimentari, i tessuti e migliaia di altri beni di consumo, tutti indirettamente “colpevoli” di minacciare la biodiversità. Sembra uno slogan a favore del consumo sostenibile, ma si tratta in realtà dei risultati della ricerca di Daniel Moran, dell’ Università Norvegese di Scienza e Tecnologia, e del suo collega Keiichiro Kanemoto, dell’Università di Shinshu, Giappone. I due hanno costruito una mappa virtuale che collega gli “hotspot“, cioè le aree più ricche di specie viventi con le rotte del commercio globale, dimostrando come queste influenzino gli ecosistemi di queste culle di biodiversità.

 

Commercio e biodiversità si intrecciano

I ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 6.803 specie marine e terrestri, classificate come vulnerabili, a rischio o in via di estinzione secondo le definizioni dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) e del BirdLife International. Per ognuna di esse, i due ricercatori hanno calcolato l’impronta ecologica dovuta alle attività umane, tracciando il “percorso” di produzione e consumo di oltre 15.000 prodotti industriali in 187 nazioni. Il risultato, pubblicato su Nature Ecology&Evolution, è una mappa integrata tra la rete del commercio mondiale e la distribuzione geografica delle specie a rischio. Le informazioni che ne possono derivare si spiegano da sole con alcuni esempi

 

Stati Uniti acchiappa-tutto, ma in buona compagnia

Tra le specie animali che vivono in America Centrale, la scimmia ragno viene considerata tra quelle più a rischio a causa della deforestazione, imputabile soprattutto alle industrie del caffè americane. Gli stessi Stati Uniti sono ritenuti responsabili di minacciare la biodiversità negli “hotspot” dell’Asia Centrale, del sud del Canada, dell’Europa meridionale del Messico e del Brasile, dove l’effetto americano è sentito non tanto nel bacino del Rio delle Amazzoni ma nella zona più meridionale del paese, dove i pascoli e l’agricoltura sono intensivi.

L’impronta ecologica americana arriva indirettamente fino in Spagna, dove il progetto per la costruzione di una diga metterebbe a serio rischio la sopravvivenza della lince pardina, una specie già a rischio di estinzione. Uno dei motivi che spinge le autorità a compiere quest’opera è il controllo delll’irrigazione per l’agricoltura che, in quella zona, è fine alla produzione di olio di oliva, esportato maggiormente negli Stati Uniti. Non sono solo i consumi americani a essere finiti sotto la lente dello studio. Anche l’Unione Europea, ad esempio, ha un impatto notevole nella biodiversità delle aree marine del Sudest asiatico, di Mauritius e delle isole Seychelles. La catena produttiva giapponese, invece, espleta il suo effetto principale nelle acque al largo della Papua Nuova Guinea.

L’immagine rappresenta l’effetto sugli “hotspot” degli Stati Uniti in America Centrale (a) dell’Europa in Africa (b) e del Giappone in Asia (c). Le aree terrestri viola scuro e le zone marine gialle e verdi rappresentano le aree dove l’effetto antropico sulla biodiversità è maggiore. Immagine: Daniel Moran and Keiichiro Kanemoto

Specie aliene e industrializzazione

L’impatto delle attività antropiche sulla biodiversità terrestre può essere analizzato da numerosi punti di vista. Un secondo interessante studio, pubblicato quasi contemporaneamente al primo su PLOS Biology, concentra la propria attenzione sulle specie aliene di volativi, cioè su quelle specie che, a causa dell’azione dell’uomo, si trovano a colonizzare un habitat diverso dal loro naturale. Le specie aliene sono da tempo sorvegliate speciali per il loro considerevole impatto ambientale, in quanto riescono spesso a prendere il sopravvento sulle specie autoctone. Anche questo secondo studio evidenzia una netta correlazione tra la quantità di specie aliene di uccelli presenti in una zona e le attività umane che si svolgono nella stessa zona. Non uno quindi, ma molti effetti “uomo” sulla biodiversità.

 

Immagine banner in evidenza: Daniel Moran and Keiichiro Kanemoto

Immagine box di apertura: Flickr 

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *