Salmonella europea dietro al collasso azteco?

Quella del XVI secolo in America Centrale viene definita come una delle peggiori epidemie della storia del genere umano, tanto da essere associata alla scomparsa del popolo Azteco. L’identikit dei microrganismi che la causarono, tuttavia, non è mai stato delineato con certezza. Due nuovi studi indicano come probabile colpevole un ceppo particolarmente aggressivo del batterio della salmonella.

 

Dalle stelle alle epidemie

La civiltà azteca fu una delle più floride società precolombiane che si sviluppò nell’attuale Messico a partire dal XIV secolo. Lo splendore della civiltà azteca e della sua capitale Tenochtitlàn risplese in tutta l’America Centrale fino al 1521, anno in cui il capitano spagnolo Hernan Cortés conquistò la città e diede il via alla dominazione spagnola nel continente americano. Passarono altri decenni, tuttavia, prima che gli spagnoli completassero la conquista del Mesoamerica e durante questa campagna di espansione furono “aiutati” da tre terribili epidemie, verosimilmente importate dagli europei, che decimarono la popolazione indigena. Si stima che allo sbarco di Cortés in Messico, la popolazione indigena contasse circa 25 milioni di persone, contro i 57 milioni che abitavano nell’intera Europa dell’epoca. Dopo appena 100 anni di dominazione spagnola e tre terribili epidemie ne sopravvissero solo un milione. La prima epidemia, scoppiata tra il 1520 e il 1521 fu presumibilmente causata dal vaiolo. Le due successive, iniziate nel 1545 e nel 1576, causarono dai 7 ai 18 milioni di vittime e vennero definite in lingua locale “cocoliztli” (pestilenze). Non c’è stato grosso accordo finora sulle cause microbiologiche di queste epidemie e morbillo, tifo e febbre emorragica virale sono stati tutti chiamati in causa.

 

Il collasso della popolazione in Messico durante il XVI secolo dovuto a tre successive epidemie. (Immagine: Wikipedia)

 

Salmonella europea in Messico?

Due nuovi studi tentano di fare luce sulla questione. Il primo, firmato da un gruppo di genetisti del Max Planck Institute di Jena in Germania, ha analizzato il DNA proveniente dai denti di 29 corpi rinvenuti nel Messico meridionale e sepolti verosimilmente in seguito all’epidemia del 1545. Il DNA estratto dai campioni conteneva dell’antico DNA batterico di Salmonella, secondo quanto stabilito dal confronto con un database di oltre 2700 genomi batterici moderni. Sequenziando alcuni brevi frammenti di questo DNA antico di quasi 500 anni, i ricercatori hanno scoperto di essere di fronte a un ceppo di Salmonella Paratyphi C., lo stesso che oggi provoca una febbre enterica mortale nel 10-15% dei casi. Non si tratta ovviamente della prova schiacciante che il cocoliztli del 1545 sia stato causato dal batterio Salmonella Paratyphi C., ma l’ipotesi entra nella rosa di quelle plausibili. A sostegno del lavoro dei colleghi tedeschi si aggiunge un secondo lavoro, pubblicato quasi contemporaneamente su bioRxiv, che parla di una possibile origine europea del batterio. Un gruppo di microbiologi dell’Università inglese di Coventry ha isolato lo stesso ceppo batterico dai resti di una donna sepolta intorno al 1200 a Trondheim, in Norvegia. Si tratta dell’isolamento più antico di Salmonella Paratyphi C. mai effettuato. Di nuovo, non siamo di fronte ad una prova definitiva ma la diffusione del batterio in Norvegia 300 anni prima della sua comparsa in Messico rappresenta un’indizio della possibile trasmissione della malattia dagli europei ai nativi messicani. Solo un’analisi su un numero di campioni più rappresentativo e variegato di DNA batterico proveniente da entrambi i continenti potrà dire se una o più delle grandi epidemie che hanno posto fine alla civiltà azteca sia stata causata da questo agente infettivo proveniente dall’Europa.

 

Immagine box di apertura: Wikimedia Commons

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