Annamaria Berenzi sul podio del Premio Nazionale Insegnanti. La nostra intervista

Si è conclusa da poco la prima edizione del Premio Nazionale Insegnanti (Italian Teacher Prize), destinato a docenti attualmente in servizio presso le scuole di ogni ordine e grado, statali e paritarie e gemellato con il Global Teacher Prize, che si è svolto a Dubai. Ad aggiudicarsi il primo premio, 50 000 euro da destinare all’istituto di appartenenza per progetti educativi, è stata Annamaria Berenzi, 51 anni, di Brescia. L’abbiamo intervistata per farci raccontare la sua esperienza.

Annamaria Berenzi, vincitrice della prima edizione dell’Italian Teacher Prize (per gentile concessione di A. Berenzi)

Lei è risultata vincitrice tra 11 000 candidature presentate al MIUR. Com’è nata l’idea di partecipare al concorso?

L’idea è stata di una mia ex allieva, Alessia, ora studentessa di Biotecnologie. L’aneddoto folcloristico è che ho rischiato di perdere questa occasione, perché quando il Ministero mi ha selezionato tra i 50 finalisti, la mail inviata dalla Commissione è finita nello spam. Per fortuna il giorno prima della scadenza del bando Alessia mi ha invitato a controllare, e la mail era lì. Come risultato, mi sono trovata a compilare 30 pagine di schede fino alle due di notte, raccogliendo articoli e videoregistrazioni da presentare. Lo dovevo soprattutto ad Alessia. Non ricordo nemmeno cosa ho scritto… sono passati mesi, anzi mi piacerebbe riavere tra le mani quelle pagine frutto di una maratona notturna. Di sicuro non immaginavo minimamente che avrei vinto il primo premio.

Facciamo un passo indietro. Com’è finita a lavorare agli Spedali Civili di Brescia?

Per pura contingenza. Ero in sovrannumero nel mio Istituto e si è liberata una cattedra presso la sezione ospedaliera. Mi ha sempre attirato l’idea di fare qualcosa per studenti in difficoltà, e questa è stata la mia occasione. Sono passati nove anni, e nonostante il peso emotivo di lavorare con ragazzi sofferenti, devo dire che l’esperienza umana è impagabile. Di fatto, mi sento una privilegiata.

Gli Spedali Civili di Brescia (immagine: spedalicivili.it)

Lei insegna soprattutto matematica ad adolescenti. Che cosa significa rapportarsi con ragazzi di quell’età, che devono affrontare il calvario di una malattia e subiscono un allontanamento forzato dalle aule scolastiche?

Bisogna mettere in campo risorse diverse e cercare di capirli. L’età è conflittuale per definizione, ma la malattia li fa maturare più in fretta. Si lavora con uno studente alla volta, quindi il rapporto che si instaura è più profondo rispetto alle dinamiche di una classe affollata. Non è facile entrare nel loro mondo, ma se si trova la chiave giusta, ti fanno entrare a tutto gas. Poi c’è l’apprendimento, che è importante ma non è tutto. Consulto il registro elettronico della classe per cercare di tenerli al passo con i compagni. Ma più che trasmettere contenuti, è importante far capire loro che ci sono non solo come insegnante, ma anche come persona. Seguire una lezione significa in primo luogo che la malattia non ti sta togliendo tutto.

Annamaria Berenzi (sulla sinistra), a Dubai per la cerimonia di premiazione del Global Teacher Prize insieme a due degli altri quattro docenti vincitori del concorso italiano, che si sono assicurati premi ex aequo da 30 000 euro: Dario Gasparo e Maria Consolata Franco (al centro). Sulla destra, la palestinese Hanan al Hroub, vincitrice dell’edizione 2016 del Global Teacher Prize (per gentile concessione di Dario Gasparo)

Quali difficoltà attendono i ragazzi, dopo mesi di ospedale, quando alla fine ritornano sui banchi di scuola?

Ci sono molte difficoltà. Gli effetti della chemio e radioterapia perdurano per anni, e incidono a livello di memoria e concentrazione. Poi c’è il problema dell’inclusione. Nonostante rientrino con un aspetto sano e i capelli riscresciuti, il rischio è quello dell’isolamento. Un po’ perché l’esperienza ospedaliera li ha cambiati, e si trovano spostati più avanti rispetto al livello di maturità dei coetanei. Ma anche nel rapporto con gli adulti, che faticano a soddisfare la loro esigenza di normalità. Il diverso non è solo lo straniero o il disabile, ma anche il malato. Senza accorgercene, tendiamo a prendere le distanze, forse per esorcizzare paure ancestrali.

Annamaria berenzi mentre fa lezione a una ragazza in terapia (per gentile concessione di A. Berenzi)

A questo proposito, pensa che ai colleghi sarebbe utile vivere un’esperienza come la sua, per ridare un’anima alla scuola?

Mah, ognuno ha il suo vissuto personale, e non è detto che si sia pronti ad affrontare certe situazioni emotivamente forti. Quello che rimprovero maggiormente ai colleghi delle classi cosiddette “normali” è di essere talmente sovraccarichi di scadenze burocratiche da non accorgersi della situazione eccezionale in cui si trovano i ragazzi malati. Mi rendo conto che con classi di 30 alunni è difficile un approccio più sensibile e personalizzato. Ma bisogna evitare la tentazione di medicalizzarli, di inquadrarli in categorie come i BES. Prima di tutto sono ragazzi, e ognuno è diverso dagli altri.

Lei usa qualche approccio particolare, qualche trucco, per invogliare i ragazzi ad applicarsi in una materia temuta come la matematica?

Non uso stratagemmi particolari. Mi affido alla tecnologia quando serve, per esempio comunico spesso via WhatsApp per ricontrollare gli esercizi, quando i risultati non vengono. L’importante è non prendersi troppo sul serio.

Come verranno investiti i 50 000 euro di premio?

Abbiamo un progetto che si chiama “In viaggio per guarire”. Guarire dai traumi della malattia. Siamo ancora nella fase preparatoria, ma fra qualche mese dovremmo partire per una serie di incontri in giro per l’Italia. I ragazzi che sono stati ricoverati faranno tappa negli auditori scolastici delle principali città, per raccontare ai coetanei il loro rapporto con la malattia. Non tanto l’esperienza ospedaliera, ma l’impatto sulle relazioni affettive con gli amici, sull’attività sportiva, sul loro mondo in generale. Possono scaturirne riflessioni molto importanti, frutto di un’esperienza concreta vissuta in prima persona, con un grande valore educativo e un’ampia ricaduta sociale. Penso ai ragazzi di quinta, che diventano maggiorenni. Sapere che un compagno è vivo grazie a 120 sacche di sangue, è un messaggio molto più efficace di qualunque manifesto dell’AVIS. Forse li invoglierà a donare sangue, o a iscriversi all’ADMO.

 

Immagine banner in evidenza: www.edscuola.eu

Immagine box in homepage: A. Berenzi

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