Sabbia elettrica su Titano

Un castello di sabbia costruito sulle dune di Titano, la più grande delle lune di Saturno, potrebbe durare settimane, se non mesi. Stando a uno studio appena pubblicato su Nature Geoscience, questo sarebbe possibile grazie alle cariche elettrostatiche di cui sono dotati i granelli di sabbia del satellite. Fenomeno che, secondo gli autori dello studio, spiegherebbe anche le forme “anomale” delle dune immortalate dalla sonda Cassini.

 

Sabbia dell’altro mondo

Per descrivere le dune sabbiose di Titano si potrebbero “rubare” le parole dello scrittore di fantascienza Frank Herbert, che sulle lande inospitali e sabbiose del pianeta Arrakis ha ambientato il suo famoso ciclo di romanzi Dune, oppure pensare ai deserti presenti sul nostro Pianeta, come quelli della Namibia. Le immagini delle dune sabbiose catturate da Cassini sulla grande luna di Saturno, infatti, ricordano quelle presenti sulla Terra, anche se le prime possono raggiungere dimensioni di gran lunga maggiori, con altezze che raggiungono i 100 metri. Le differenze, però, non si fermano qui.

Un confronto tra le dune del deserto della Namibia (in alto) e le dune sabbiose di Titano riprese dalla sonda Cassini (in basso). Immagine: NASA/JSC

La sabbia di Titano, infatti, non è composta di silicati ma di idrocarburi solidi, che precipitano sul suolo del satellite a seguito della condensazione dei gas, come metano ed etano, presenti nella sua atmosfera. La cosa che più è balzata agli occhi dei ricercatori che hanno analizzato le immagini provenienti da Titano riguarda la forma assunta da queste dune. Sebbene i venti che battono la luna di Saturno soffino da est a ovest, infatti, le dune sabbiose di Titano sono disposte verso est, esattamente nella direzione opposta di quella attesa. Perché?

 

Venti titanici

Secondo i ricercatori del Georgia Institute of Technology, autori dello studio, sarebbe questione di forze elettrostatiche. La combinazione tra la composizione stessa della “sabbia” di idrocarburi e la bassa gravità presente su Titano, infatti, farebbe in modo che il forte vento che soffia sul satellite faccia letteralmente “volare” i granelli di sabbia che si caricherebbero di cariche elettrostatiche a causa del continuo sfregamento reciproco, un po’ come succede quando sfreghiamo un oggetto di plastica su un panno di lana. Sarebbero proprio queste cariche a far sì che le dune sabbiose di Titano si compattino in forme resistenti nel tempo ai venti più deboli che soffiano solitamente in senso contrario. A scolpire le dune, infatti, sarebbero solo i venti più forti che soffiano in direzione opposta a quella usuale e che segnano i cambiamenti stagionali del satellite.

L’ipotesi che la sabbia di Titano possa essere “carica” era già stata avanzata qualche anno fa, ma per la prima volta i ricercatori americani hanno cercato di riprodurre le condizioni presenti sul suolo di Titano in laboratorio, analizzando le cariche elettrostatiche di particelle di idrocarburi fatte rotolare all’interno di un tubo in grado di simulare le condizioni atmosferiche del satellite. I risultati dello studio saranno utili per la pianificazione delle future missioni su Titano. Se un’altro lander, oltre a Huygens, dovesse mai atterrare ancora sulla sua superficie, infatti, non si potrà ignorare il fatto che potrebbe essere ricoperto molto velocemente da una coltre persistente di sabbia carica elettricamente che potrebbe interferire con le sue dotazioni tecniche. Ma non è tutto. Secondo gli stessi autori dello studio, al di là delle considerazioni tecniche, questo studio porta a riconsiderare la definizione di “cugino” della terra attribuita a Titano dopo la prima analisi dei dati provenienti da Cassini. Nonostante le immagini richiamino alla mente un luogo di tipo terrestre, infatti, Titano si sta rivelando un luogo decisamente meno ospitale.

 

Immagine box di apertura: NASA/JPL

immagine banner in evidenza: ESA/ATG medialab

 

 

Per la lezione

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