Homo naledi e sapiens, un’inedita convivenza

Nel 2013, Lee berger e colleghi della University of the Witwatersrand (in Sud Africa) e della James Cook University (in Australia) hanno rinvenuto nelle profondità di un sistema di grotte sudafricano, chiamato Rising Star, numerosi resti di un nuovo ominide. Homo naledi, come è stato battezzato, è stato descritto ufficialmente nel 2015 e Aula di scienze ne ha parlato in questo articolo.

A distanza di nemmeno due anni, sofisticate tecniche di datazione e la collaborazione con i laboratori più avanzati del mondo hanno finalmente permesso di datare quei reperti, che risalgono a un periodo compreso fra 236 mila a 335 mila anni fa..

 

Una specie inaspettatamente giovane

Si tratta di date molto significative, poiché i più antichi fossili di Homo sapiens, trovati in Africa, risalgono a circa 200 mila anni fa. Ciò significa che le due specie, così diverse morfologicamente, probabilmente convissero in alcune zone del continente africano. Forse ebbero perfino scambi culturali.

Quando fu scoperto Homo naledi, la maggior parte dei paleo-antropologi era convinta che i resti risalissero a uno o due milioni di anni fa. Il mosaico di caratteristiche arcaiche e moderne, soprattutto il piccolo cranio con un cervello grande come un’arancia, sembravano infatti ricondurlo a Homo rudolfensis e Homo habilis, vissuti intorno a due milioni di anni fa.

Alcuni dei reperti trovati nel Rising Star cave system in Sud Africa (immagine: Lee Berger et al., Wikipedia).

Ma tre nuovi articoli pubblicati sulla rivista eLife scalzano definitivamente questa ipotesi, e aprono nuovi intriganti scenari. Oltre a datare i primi ritrovamenti di Homo naledi nella Dinaledi Chamber, la prima esplorata del Rising Star cave system, i ricercatori descrivono tre nuovi scheletri provenienti da una seconda camera, la Lesedi Chamber.

 

Nuovi scheletri, nuovi indizi

Più profonda e quasi inaccessibile, dista 100 metri dalla Dinaledi e ha restituito nuovi importanti reperti. Si tratta dello scheletro di un bambino di circa 5 anni e di due adulti, uno dei quali praticamente completo, mentre dell’altro abbiamo un cranio eccezionalmente ben conservato.

Uno schema della Dinaledi Chamber nel Rising Star cave system (Immagine: Wikimedia Commons)

Esaminando le ossa delle mani, i ricercatori hanno concluso che oltre a essere abile ad arrampicarsi, questo ominide avrebbe potuto fabbricare strumenti. Molti degli strumenti in pietra attribuiti ai sapiens e risalenti a oltre 200 mila anni fa, quindi, potrebbero essere opera sua, o frutto di interscambi tra diverse culture.

Gran parte del lavoro iniziale sul range di datazione è stato fatto nel centro di analitica avanzata della James Cook University. Ma per ottenere i valori finali del range, 236 – 335 mila anni, sono stati coinvolti dieci diversi laboratori e combinazioni di sei diverse tecniche, tra cui la luminescenza e il metodo dell’uranio-torio, oltre a test in doppio cieco.

Ora sappiamo che Homo naledi e forse altre specie non scoperte di ominidi primitivi andavano a spasso per le savane nel Pleistocene medio, quando si pensava che in Africa vivessero solo i sapiens.

 

Grotte solo in parte esplorate

Mentre il cespuglio dell’evoluzione umana, ancora una volta, diventa più complesso e intricato, le grotte di Homo naledi custodiscono ancora molti segreti. Primo fra tutti, perché ci sono così tanti scheletri al loro interno (finora ne sono stati scoperti una ventina).

Uno dei crani più completi di Homo naledi rinvenuto nel Rising Star cave system (immagine: Wits University)

Forse erano sepolture, come suggerisce la disposizione di alcuni scheletri e l’inaccessibilità delle grotte in cui sono stati trovati. In questo caso, dovremmo rivedere la nostra idea di riti funerari come espressione di culture avanzate, quali sono quelle di Neanderthal e sapiens. Homo naledi, in fondo, aveva un cervello grande un terzo del nostro.

Oppure si tratta di individui rimasti intrappolati, mentre fuggivano da cataclismi o da predatori, come leoni o altri esseri umani. Ogni ipotesi resta plausibile, in attesa che i molti altri scheletri ancora sepolti in queste grotte ci forniscano ulteriori indizi.

 

Immagine banner in evidenza: flickr

Immagine box in homepage: Wits University

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