Classificare i colori: linguaggio o biologia?

Amaranto, grigio ardesia, viola melanzana, verde menta, rosso fragola, bianco di zinco, blu ceruleo. Questa lista di colori potrebbe continuare ancora per molto senza riuscire ad elencare tutte le centinaia di sfumature cromatiche esistenti. Ma che cosa permette la categorizzazione di questi colori? Si tratta solo di un retaggio linguistico e culturale o esiste, come ipotizzato da tempo, una base biologica che ci permette di definire cosa è giallo e cosa, invece, è blu? I risultati di un nuovo studio segnano un punto a favore di quest’ultima ipotesi, dimostrando come il meccanismo che ci permette di suddividere i colori in categorie abbia radici biologiche.

 

Paese che vai, colore che trovi

Capire come vengono percepiti e classificati i colori è un problema che sta tenendo impegnati linguisti e neuroscienziati da lungo tempo. Da un punto di vista fisiologico, la percezione dei colori avviene grazie a delle cellule fotorecettrici presenti sulla retina, i coni, che riescono a captare e distinguere le lunghezze d’onda corte, lunghe o medie della luce. Il modo in cui il nostro cervello interpreta questi segnali in una specifica regione dei lobi frontali ci permette di vedere l’intero spettro di colori. Più complicato è invece capire come avviene la categorizzazione dei colori: questione solo di linguaggio o ci mette lo zampino anche la biologia? Il World Color Survey, un progetto di ricerca iniziato nel 1969 per cercare di far luce sulla questione, ha raccolto in un database il nome di 320 colori da oltre 100 idiomi differenti, trovando effettivamente numerose differenze nel lessico dei colori, ma anche alcune analogie. Dall’analisi dei dati, infatti, emerge che alcune categorie di colori sono “universali” e indipendenti dalla lingua parlata.

 

Radici biologiche per i colori

Un recente articolo pubblicato su PNAS, firmato dai ricercatori dell’Università della California a Berkeley e dell’Università del Sussex, nel Regno Unito, approfondisce ulteriormente la questione, analizzando la categorizzazione dei colori in 176 bambini di età compresa tra i 4 e i 6 mesi. Ai piccoli partecipanti all’esperimento è stato mostrata una sfumatura di colore per un tempo sufficientemente lungo da renderla loro familiare. Successivamente, sono stati messi di fronte a un altro colore e, analizzando i loro movimenti oculari, i ricercatori sono stati in grado di capire se i piccoli potevano o meno riconoscere le differenze tra i due colori. Sono stati utilizzati in totale 14 colori provenienti dall’intera gamma cromatica e i risultati hanno dimostrato che i bambini sono in grado di raggruppare i colori in cinque categorie: rosso, giallo, verde, blu e viola. Il fatto che bambini cosi piccoli da non essere ancora influenzati dal vocabolario di una specifica lingua abbiano “creato” queste categorie ha fatto concludere agli scienziati che il modo in cui classifichiamo i colori dipende, almeno per queste categorie, non dalla lingua parlata ma da aspetti neurobiologici. La cosa interessante è il confronto tra questi risultati e quelli della World Color Survey. Le categorie identificate dai piccoli partecipanti allo studio, infatti, corrispondono esattamente a quelle comuni tra tutti i linguaggi, a prova del fatto che esiste una base biologica per quelle categorie di colori “universali” e indipendenti dalla lingua.

 

Immagine box di apertura: Pixabay

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