Arcipelaghi artificiali: la nuova frontiera è l’oceano

Ci siamo quasi: entro il 2020 il primo prototipo di arcipelago artificiale potrebbe fare la sua comparsa nelle acque della Polinesia francese. La mente del progetto è il Seasteading Institute, un’organizzazione non profit che coniuga gli ideali dell’homesteading con la creazione di comunità sostenibili e autosufficienti in mare (sea in inglese). Fino a pochi anni fa sembrava un’utopia irrealizzabile, ma ora le cose stanno cambiando: come sottolinea Emma Marris dalle pagine di Nature, sono sempre più gli scienziati convinti che le isole artificiali possano dare nuova spinta alla ricerca sugli ecosistemi marini e migliorare la qualità della vita delle comunità marine vessate dall’innalzamento del livello degli oceani.

Modello di un’ipotetica isola artificiale (Immagine: Wikimedia Commons). 

Verso nuove frontiere

«Gli oceani sono la nuova frontiera»: questo è il motto che campeggia dalla homepage del Seasteading Institute. Nato nella Silicon Valley nel 2008, il movimento Seasteading ha avuto in origine una connotazione sociale e politica: l’idea era quella di creare comunità autonome e autosufficienti in mare aperto, cioè su isole artificiali galleggianti in mezzo all’oceano.

Negli anni, il progetto ha via via reclutato biologi ambientali e marini, acquicoltori, ingegneri e architetti marittimi – per non parlare dei sociologi e degli esperti di scienze politiche: quella che sembrava un’idea eccentrica ha iniziato a raccogliere consensi e oggi, grazie a uno spin-off con Blue Frontiers, Seasteading è pronta a posizionare le prime piattaforme galleggianti.

I nuovi arcipelaghi sono stati progettati tenendo a mente i criteri di ecosostenibilità, primo fra tutti l’impiego di forme di energia rinnovabile. Limitare al massimo l’impatto ambientale è importante soprattutto per i mari tropicali, i cui ecosistemi sono molto delicati e sensibili alle attività umane. Per esempio, isole di forma affusolata sono state pensate per minimizzare le zone d’ombra sulle barriere coralline, limitando gli effetti su questi angoli di oceano già compromessi dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici.

 

Perché costruire arcipelaghi artificiali?

Oltre a offrire una piattaforma per gli esperimenti di homesteading, gli arcipelaghi artificiali potrebbero divenire laboratori galleggianti per lo studio degli ecosistemi marini. Per questo tipo di indagini esistono già le navi-laboratorio, che però sono molto inquinanti e talvolta mettono a rischio gli stessi ecosistemi che vorrebbero monitorare e proteggere.
Le isole artificiali offrirebbero un’alternativa meno costosa e con un impatto minimo sull’ambiente circostante. Per esempio, questa soluzione permetterebbe di lasciare al largo operatori e strumentazioni anche per molto tempo, evitando il costoso e inquinante andirivieni delle navi laboratorio.

Gli arcipelaghi artificiali del futuro avranno questo aspetto? (Immagine: Seasteading Institute).

Dove nascerà il primo arcipelago artificiale?

Il primo arcipelago artificiale dovrebbe nascere nella acque della Polinesia francese, una comunità d’oltremare della Repubblica francese di cui fanno parte cinque arcipelaghi, tra cui le Isole Marchesi e le Isole del Vento. Seasteading ha già avviato una trattativa con il governo e l’obiettivo è quello di posare la prima piattaforma galleggiante entro il 2020; per il progetto pilota sono necessari circa 50 milioni di dollari, che Seasteading conta di raccogliere grazie a donazioni volontarie da tutto il mondo.

Se il progetto andrà in porto, gli arcipelaghi di Seasteading potrebbero diventare una valida alternativa per tutte le popolazioni insulari il cui futuro è minacciato dai cambiamenti climatici e dall’innalzamento del livello del mare. Molte isole del Pacifico rischiano di venire sommerse nel giro di qualche decennio: gli arcipelaghi galleggianti potrebbero fornire agli abitanti di queste isole una vera e propria àncora di salvezza, preservano le radici culturali della loro comunità ed evitando di trasformarli in profughi del cambiamento climatico.

 


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Immagine Box: Jack Dayton, Wikimedia Commons

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