Nuovi farmaci anticancro: promesse mantenute o no?

Un editoriale del British Medical Journal (BMJ), pubblicato online all’inizio di questo mese, lancia una domanda provocatoria: quando è necessario dimostrare che un farmaco antitumorale è effettivamente in grado di migliorare l’aspettativa o la qualità di vita dei pazienti? La risposta, per niente scontata, è mai. A dimostrarlo è un’analisi pubblicata sullo stesso BMJ che punta il dito contro il sistema di approvazione dei nuovi farmaci, reo di immettere sul mercato nuove terapie anti cancro senza riscontri di benefici effettivi. Niente allarmismi per i pazienti, tengono a sottolineare gli stessi autori, che invitano però a riflettere sulla necessità di rendere più selettivi i criteri di approvazione dei nuovi farmaci.

 

Metà si, metà no

La strada che un nuovo farmaco deve compiere per passare dal banco di un laboratorio a quello di una farmacia è decisamente lunga e prevede la raccolta di moltissimi dati clinici sulla sua sicurezza e la sua efficacia. La decisione ultima sul destino di un nuovo farmaco spetta in Europa all’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), che analizza tutti i dati clinici raccolti sul farmaco in questione e si esprime sulla sua qualità, efficacia e sicurezza. In caso di parere positivo da parte dell’Agenzia il farmaco ha il via libera per essere commercializzato. Un gruppo di ricercatori del King’s College di Londra e della London School of Economics ha analizzato la reale efficacia di 48 nuovi farmaci antitumorali approvati dall’EMA tra il 2009 e il 2013, utilizzati nel trattamento di 68 diverse patologie. l dubbi avanzati dal team riguardano i reali benefici per i pazienti di questi costosi farmaci spesso annunciati come “rivoluzionari” ma che, altrettanto spesso, sembrano deludere le aspettative. Secondo l’analisi del BMJ, al momento della loro approvazione solo per 7 dei 68 trattamenti esistevano le prove di un reale miglioramento della qualità di vita dei pazienti. Il 57% dei trattamenti, invece, è stato approvato dall’EMA senza il riscontro di un beneficio terapeutico certo. In altre parole, circa i due terzi dei farmaci anticancro di nuova generazione sono stati immessi nel mercato senza sapere in realtà se potevano o meno allungare o migliorare la vita dei pazienti oncologici. Dopo circa cinque anni di utilizzo, i dati clinici su questi farmaci restituiscono un’immagine di poco diversa. Il 49% delle terapie, infatti, non ha dato risultati migliori rispetto al placebo e restano quindi i dubbi sulla loro utilità. Il restante 51% ha avuto degli effetti positivi sulla salute dei pazienti, ma solo nella metà dei casi questi effetti si sono rivelati significativi da un punto di vista clinico.

 

Il surrogato che inceppa il meccanismo

Le ragioni alla base di questi risultati scoraggianti sono molteplici, secondo Vinay Prasad della Oregon Health & Science University, che ha curato l’editoriale del BMJ. Per cominciare, il campione di pazienti scelto per gli studi clinici è davvero rappresentativo dell’intera popolazione? Non sempre, in quanto vengono scelti preferibilmente pazienti giovani e con meno problematiche rispetto alla popolazione reale. Va da sé che un piccolo miglioramento dimostrato dal farmaco in un campione di pazienti “elitario” va perso quando lo stesso trattamento si applica nella realtà. Un’altra questione spinosa sulla quale riflettere riguarda la scelta degli “endpoint” negli studi clinici. Ogni volta che viene progettato uno studio per valutare l’efficacia di un farmaco si devono fissare degli obiettivi, gli endpoint appunto, che permettono di capire se il farmaco ha l’effetto desiderato o meno. Nel caso di un farmaco contro l’ipertensione, ad esempio, uno degli endpoint da verificare nel corso dello studio potrebbe essere l’abbassamento di almeno 20mmHg della pressione sistemica. Quando si testa un farmaco anti tumorale uno degli obiettivi da testare è l’allungamento della vita del paziente o il miglioramento della sua qualità di vita. Il meccanismo, a detta degli autori dello studio, si inceppa proprio qui. La maggior parte dei farmaci approvati dall’EMA nell’ultimo ventennio, infatti, si basa su endpoint surrogati. Ciò significa che durante la sperimentazione la loro efficacia è stata solo dedotta sulla base di parametri indiretti, come ad esempio la massa tumorale o il livello di un certo marcatore nel sangue, piuttosto che sulla verifica dell’obiettivo principale. Se da un lato questo rende il processo di approvazione molto più rapido, sostengono gli autori dello studio, dall’altro abbassa il livello di selettività e, come i dati confermano, porta alla commercializzazione di farmaci senza reali benefici comprovati. Secondo le severe conclusioni del BMJ questo va rivisto, in quanto, citando le parole di Vinay Prasad, “il costo e la tossicità dei farmaci antitumorali ci obbliga a sottoporre i pazienti ai trattamenti solo quando ci possiamo ragionevolmente aspettare un miglioramento nella lunghezza o nella qualità della loro vita”.

 

EMA: rapidità meglio certezza

La risposta dell’Agenzia Europea per i medicinali non è tardata ad arrivare. Francesco Pignatti, capo del Dipartimento di oncologia, ematologia e diagnostica dell’EMA, scrive sulle stesse pagine del BMJ che l’obiettivo comune di medici e autorità regolatorie è quello di aiutare i pazienti oncologici a vivere di più e meglio. Tuttavia, dare il via libera solo ai farmaci che hanno dimostrato senza ombra di dubbio questi effetti potrebbe impedire il rapido accesso a nuove terapie sviluppate per colmare “lacune” terapeutiche. In questi casi, conclude Pignatti, soddisfare un bisogno clinico è più importante che generare evidenze incontrovertibili. Si tratta, com’è ovvio immaginare, di un dibattito tutt’altro che concluso. Vinay Prasad, infatti, non è rimasto indifferente alle parole dell’EMA. D’accordo immettere nel mercato dei farmaci rapidamente quando necessario, ma permettere che questi restino nel mercato cinque anni senza certezze sulla loro efficacia è una mancanza che l’EMA deve colmare.

 

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