Nuovi aumenti per le emissioni di CO2

Cattive notizie sul fronte delle emissioni di CO2. Dopo essersi mantenute pressoché stabili nel triennio 2014 – 2016, sono tornate a crescere nel 2017. Lo rivela uno studio condotto dalla University of East Anglia e dal Global Carbon Project, che è stato pubblicato simultaneamente sulle riviste Nature Climate Change, Earth System Science Data Discussions e Environmental Research Letters.

I ricercatori hanno calcolato che le emissioni globali di CO2 di tutte le attività umane raggiungeranno 41 miliardi di tonnellate (o gigatonnellate, in sigla Gt) entro la fine del 2017. Di queste, 37 Gt sono dovute all’uso di combustibili fossili per usi civili e industriali, un dato che fa segnare un nuovo record, con un aumento previsto di oltre il 2% (dallo 0,8% al 3%).

 

Un Dragone Rosso sempre più nero

Il principale responsabile è la Cina, che detiene già il primato mondiale delle emissioni. Nonostante i cospicui investimenti nelle fonti rinnovabili, fa registrare un preoccupante 3,5% in più (dallo 0,7% al 5,4%) nell’utilizzo di combustibili fossili. Il motivo è la crescita della produzione industriale, a fronte di una minor produzione di energia idroelettrica dovuta alle scarse precipitazioni.  

La crescita economica in Cina ha comportato nel 2017 un aumento del 3,5% delle emissioni di CO2 (immagine: Wikimedia Commons)

Nel resto del mondo, il trend è meno preoccupante. Un leggero calo, inferiore rispetto al decennio precedente, è previsto per gli Stati Uniti (-0,4%) e l’UE (-0,2%). Migliora l’India, che contiene la crescita al 2%, nettamente inferiore rispetto al 6% annuo dello stesso periodo.

Magra consolazione, in 22 paesi che rappresentano un quinto delle emissioni globali, la produzione di CO2 è diminuita a fronte di una crescita economica. La quota di energia rinnovabile è aumentata rapidamente del 14% all’anno negli ultimi cinque anni. Ma rappresenta ancora una piccola porzione del totale.

 

COin atmosfera: un aggiornamento

La concentrazione atmosferica di CO2, quindi, continua a crescere. Dopo aver superato la soglia di 400 ppm (parti per milione) nel 2013 (ne abbiamo parlato in questo articolo), ha raggiunto 403 ppm nel 2016 e si prevede che aumenti di ulteriori 2,5 ppm nel 2017. Di fatto, sia Cina che Stati Uniti, i due maggiori inquinatori, aumenteranno l’uso di carbone, invertendo la tendenza alla riduzione iniziata nel 2013.

 

Un’infografica che illustra il bilancio globale del carbonio nel 2017 (fonte: Università dell’East Anglia)

“Con le emissioni globali di CO2 derivanti da attività umane stimate in 41 miliardi di tonnellate per il 2017, si sta esaurendo il tempo per mantenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2 °C, figuriamoci il limite di 1,5 °C” ha commentato Corinne Le Quéré, direttrice del Centro per la ricerca sul cambiamento climatico di Tyndall presso l’UEA e coordinatrice della ricerca.

E aggiunge: “Anche quest’anno abbiamo visto come i cambiamenti climatici possono amplificare gli impatti degli uragani con piogge più intense, livelli del mare più alti e aumento delle temperature degli oceani, che scatenano tempeste più potenti. Questa è una finestra sul futuro che ci attende. Abbiamo bisogno di raggiungere un picco nelle emissioni globali nei prossimi anni e in seguito ridurre rapidamente le emissioni per affrontare il cambiamento climatico e limitare i suoi impatti”. È quello che gli scienziati, inascoltati, sostengono da decenni.

 

Nuove sfide per rispettare l’Accordo di Parigi

Dopo tre anni stabili, si sperava che le emissioni a livello globale cominciassero a calare. Ma il nuovo studio lascia intravedere altri scenari. La stasi è stata generata in gran parte dalla crisi economica mondiale. Con la ripresa della produzione, anche il CO2 è tornato a crescere. Una pessima notizia per i responsabili politici e i delegati alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 23), che si è tenuta a Bonn dal 6 al 17 novembre, e si è conclusa con pochi passi avanti e molti rinvii sul fronte degli impegni internazionali.

L’attenzione è puntata sul global stocktake (bilancio globale), che rientra nell’Accordo di Parigi stipulato in occasione della COP 21 (ne abbiamo parlato in questo articolo). A partire dal 2018, ogni 5 anni verrà fatta una verifica dei risultati raggiunti nella riduzione delle emissioni. Alla comunità scientifica spetta il gravoso compito di sviluppare metodi per monitorare e verificare i reali risultati a cadenza quinquennale.

È ancora presto per dire se questo nuovo aumento sia un evento isolato sulla strada che porterà a un picco delle emissioni globali. O piuttosto, l’inizio di un nuovo periodo di crescita, con le inevitabili pressioni dei governi per rivedere al rialzo i limiti imposti. In questa incertezza, l’unica cosa sicura è che i cambiamenti climatici stanno già bussando alle porte. E non c’è più tempo per temporeggiare.

 

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