Falsi ricordi e memorie collettive

Il Ratto dal serraglio è la prima opera che ho visto da bambina, al Teatro alla Scala. Avevo sei anni ed ero da sola con il mio papà, in un palco di prim’ordine destro, vicino al proscenio. Eravamo talmente vicini al palcoscenico che ho ancora l’impressione come di toccare la pancia tonda del pascià, il turbante e le scarpe a punta. E ho ancora negli occhi la luce trasparente e magica delle scene, una luce che solo Giorgio Strehler era capace di creare.

Qualche anno fa mi è venuta l’idea di costruire una sorta di catalogo di tutte le opere che ho visto nella mia vita. Mi sono (per fortuna) fermata al primo ostacolo, quando ho cercato invano il Ratto dal serraglio nella stagione lirica 1974-’75. In effetti il Ratto dal serraglio è andato in scena alla Scala solo quattro volte: nel 1959 (non ero nata), nel 1972 (impossibile, avevo quattro anni), nel 1978 (ne avevo dieci) e nel 1992 (ero già grande). È chiaro che la mia «prima» è stata quella del ’78, a dieci anni e non a sei.
 
Inganni della memoria. Ne sa qualcosa Daniel Schacter, professore di psicologia ad Harvard, fra i massimi studiosi della formazione dei ricordi negli esseri umani e autore di Alla ricerca della memoria. Il cervello, la mente e il passato, un bel libro divulgativo (Einaudi, 2001) in cui spiega come la nostra mente costruisce di continuo falsi ricordi.

Il giornalista americano Charlie Rose ha intervistato Schacter sui tiri mancini della memoria, poco dopo l’uscita del suo libro:

Recuperare un evento passato nella memoria significa di fatto ricostruirlo in base a elementi che ci aiutano a farci un quadro più o meno fedele, ma mai davvero completo, di quel che è accaduto.
 
A volte la memoria è collettiva. Uno potrebbe pensare che quando l’esperienza è condivisa sia più facile ricordare ciò che è avvenuto effettivamente. Non è così. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Cortex da tre ricercatori italiani, Stefania de Vito, Roberto Cubelli e Sergio Della Sala (delle Università di Edinburgo, Trento e Suor Orsola Benincasa di Napoli). I ricercatori hanno chiesto a 180 persone che cosa ricordavano dell’orologio della stazione di Bologna, fermo sulle 10,25.
 
 
Delle 180 persone intervistate – tutte frequentatrici abituali della stazione – soltanto sei (11%) hanno detto che l’orologio aveva funzionato fra il 1980 e il 1996; 160 (92%) hanno sostenuto che l’orologio era rimasto bloccato fin dall’agosto 1980 e 127 (79%), inclusi tutti i 21 lavoratori della stazione intervistati, hanno dichiarato di averlo sempre visto fisso sulle 10,25.
 
L’orologio, per chi non lo ricordasse, è quello che il 2 agosto 1980 si fermò sulle 10,25, l’ora dell’esplosione della bomba che uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. L’immagine delle lancette bloccate su quell’ora tragica ha fatto il giro del mondo ed è diventata un simbolo della strage. In realtà l’orologio fu riparato e rimesso in funzione poco tempo dopo il disastro; sedici anni dopo, nel 1996, si ruppe di nuovo e allora la città decise di riposizionare le lancette sulle 10,25, a memento della strage.
 
Ben Goldacre, il giornalista inglese che il 4 aprile ha scritto di questo studio sul suo blog e sul Guardian, riporta un’indagine analoga, condotta in Inghilterra, sul ricordo dell’esplosione del bus londinese, a Tavistock Square, avvenuta il 7 luglio 2005. Il 40% dei 150 intervistati inglesi ha dichiarato di avere visto una ripresa televisiva a circuito chiuso dell’esplosione. Peccato che quella ripresa non sia mai esistita.
 
Da questi studi si conferma l’idea che la nostra memoria sia di fatto una ricostruzione di eventi. Un simbolo carico di emotività, come le lancette dell’orologio di Bologna, sembra essere una fonte di informazione capace di «sovrascrivere» a posteriori l’esperienza reale di ciascun individuo, trasformandola in una memoria collettiva distorta.
 
Per concludere con qualcosa di più lieve, perché la mia memoria ha modificato l’età della mia «prima» alla Scala? Forse è stato il bisogno di mostrare la precocità della mia melomania. O forse mi sono soltanto confusa con un Ernani (non proprio memorabile) che devo avere visto, forse proprio a sei anni, all’Opera di Parma. Chissà.
 
E voi avete falsi ricordi da raccontare?

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Commenti [3]

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  1. Franca Maria Bagnoli

    Penso che la memoria sia una funzione complessa. A seconda delle esperienze del soggetto che ricostruisce eventi vissuti, rimuove,
    “contamina” con altri ricordi, sposta nel tempo e nello spazio. Io a 15 anni feci una esperienza traumatizzante. Ero ricoverata all’ Istituto Rizzoli di Bologna dove in un lunghissimo e larghissimo corridoio erano ricoverati i superstiti della campagna di Russia.
    Ogni sabato in quel corridoio si proiettava un film per i soldati ma potevano assistere alla proiezione anche tutti i degenti dell’ ospedale. Io andavo sempre e i letti erano talmemte accostati gli uni agli altri che dovevo sedermi sul bordo del letto di un soldato. Ovunque girassi lo sguardo c’ erano giovani con amputazioni di un arto o di entrambi. Provai tanto dolore che, di quei pomeriggi ricordo molti dettagli, ma,di tanti film visti, non ne ricordo nemmeno uno.

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    • Lisa Vozza

      Molto bella questa testimonianza, grazie. È una prova in più del fatto che ciò che si fissa nella memoria a lungo termine tocca le corde delle emozioni. Per quanto commoventi, i film proiettati non hanno retto il confronto con ciò che lei deve avere provato vedendo da vicino le menomazioni gravissime di tanti soldati, tornati probabilmente a piedi dalla Russia. La memoria ha scelto l’impressione più forte, rendendola così più duratura.

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