Serve aiuto per studiare il DNA dei migranti nell'antica Roma

Siamo nel 17 d.C. Un uomo che non hai mai visto, che siede su un trono a 4000 km da dove vivi, ha dichiarato guerra alla tua gente. I soldati della tua terra provano a combattere, ma con l’esercito romano non c’è partita. In un istante il tuo paese nativo è diventato parte dell’immenso impero romano e tu, ora che sei diventato uno schiavo, dovrai fare a piedi la lunga strada che ti porterà a Roma”.

Potrebbe essere l’inizio di un documentario di storia, invece è la presentazione di un progetto di paleogenetica. Kristina Killgrove, una bioantropologa della Vanderbuilt University di Nashville in Tennissee, vuole studiare il DNA degli scheletri romani per ricavare informazioni sui migranti che giungevano a Roma dalle diverse parti dell’Impero.
 
Si dice che tutte le strade portano a Roma. Durante l’Impero milioni di persone lasciano le loro case, le loro famiglie, i loro paesi per la città eterna. “Molti arrivano come liberi cittadini per trovare lavoro, imparare la filosofia, sposarsi. Ma nel I secolo d.C., quando Traiano spinge i confini dell’Impero verso la sua massima espansione orientale, tantissimi arrivano come schiavi”.
 
“Com’erano gli immigrati dell’antica Roma? Da dove venivano? Quando arrivavano si ammalavano di malattie per cui non avevano difese?”. A duemila anni da quei lunghi cammini, quello che sappiamo sui flussi migratori imperiali proviene soprattutto dagli scritti degli storici e dagli scavi archeologici: notizie di due millenni fa, di cui gli archeologi hanno cercato riscontri nelle rovine e nei reperti.
 
Ma sugli immigrati imperiali e sul loro destino individuale sappiamo poco. Erano persone che non avevano nulla e nelle loro sepolture non ci sono oggetti che possano dirci qualcosa sulla loro vita. Nel suo progetto precedente Killgrove ha analizzato circa 200 scheletri, dissotterrati da due necropoli nella periferia di Roma dove venivano seppelliti i cittadini di basso rango, fra cui c’erano verosimilmente molti immigrati.
 
Come è possibile distinguere lo scheletro di un migrante da quello di un nativo? Il metodo più efficace a questo scopo sembra essere l’analisi degli isotopi dell’ossigeno (18O/16O) e dello stronzio (87Sr/86Sr), il cui rapporto nelle ossa varia a seconda del luogo dove una persona ha vissuto.  L’ossigeno viene infatti incorporato nel corpo con l’acqua e il cibo che assumiamo e con l’aria che respiriamo, e la sua composizione nell’ambiente varia a seconda di molte variabili dell’ambiente come la temperatura, l’umidità, la distanza dalle coste, la latitudine ecc. Gli isotopi dello stronzio invece entrano nella composizione delle ossa durante lo sviluppo del corpo e in natura si trovano soprattutto nelle formazioni geologiche, in quantità variabili nelle diverse regioni, e dalle rocce sono rilasciati in piccole quantità nelle acque sotterranee. Con quest’analisi Killgrove ha potuto stabilire che circa un terzo degli scheletri, con profilo isotopico diverso dagli altri, apparteneva a persone che prima di arrivare a Roma erano vissute altrove per parte della loro esistenza.
 
Che cosa potrà aggiungere l’analisi del DNA? Attraverso la lettura dei geni, Killgrove spera di trovare informazioni sulle regioni di provenienza di questi antichi immigrati. Il loro DNA sarà davvero molto diverso da quello dei loro concittadini romani? Non è detto. Fra gli abitanti di Roma antica e gli immigrati che provenivano dell’Asia minore potrebbero non esserci differenze genetiche sufficienti. Ma aspettiamo con curiosità i dati di Killgrove per capire che cosa riuscirà a scoprire.
 
Come tutti i progetti, anche questo è costoso e richiede risorse. Io le ho dato un piccolo aiuto. Le ho donato 20 dollari (circa 15 € al cambio attuale) tramite questo sito, e non sono l’unica. Insieme ad altri 30 donatori abbiamo messo insieme un tesoretto di 1675$ per il progetto. È già più del 25% dell’obiettivo finale, di 6000$, e ci sono ancora 40 giorni per donare. Chiaramente con questa cifra la dottoressa Killgrove non potrà coprire che una piccola parte del progetto. Il resto lo troverà, si spera, da agenzie di finanziamento come la National Science Foundation, che ha già sostenuto i suoi studi. Ma il contributo della gente comune, oltre a fare qualche modesta differenza, può dare una misura dell’entusiasmo che un progetto come questo può suscitare nel pubblico di non esperti.
 
In ringraziamento per il mio aiuto riceverò una cartolina con un teschio romano, firmato Kristina Killgrove. Come minimo le chiederò di scrivermi che si tratta delle ossa eroiche di un migrante di due millenni fa. E metterò la foto nell’album di famiglia. Non siamo forse tutti parenti, noi umani?
 
In questo video, una sintesi degli obiettivi del progetto:

 
L’immagine di apertura è l’allegoria della morte, da un mosaico di Pompei, 1° secolo d.C., conservato presso il Museo archeologico nazionale di Napoli. La fotografia di Kristina Killgrove l’ho trovata sul suo sito.

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