Quando la scienza aiuta lo psicologo

Il blog Research Digest della British Psychological Society ha chiesto a un autorevole gruppo di psicologi di raccontare un episodio della loro vita in cui la conoscenza scientifica gli è stata utile. Ho tradotto qualche stralcio delle risposte che mi hanno colpito di più:

L’efficiente memoria del quasi finito
Qualche mese fa la mia famiglia e io abbiamo traslocato in una nuova casa. Nelle settimane prima del trasloco abbiamo riempito scatoloni su scatoloni, indistinguibili l’uno dall’altro, finché un giorno ci siamo resi conto che avevamo la necessità di ritrovare alcune cose importanti, già imballate, prima che arrivassero i traslocatori. Sorprendentemente siamo stati in grado di identificare con facilità tutti gli scatoloni e ritrovare gli oggetti di cui avevamo bisogno, anche senza disporre di un inventario preciso.

Bluma Zeigarnik era una psicologa russa che aveva identificato per prima la tendenza a ricordare meglio i compiti interrotti o incompleti rispetto a quelli non interrotti o conclusi. Zeigarnik fece la scoperta dopo che il suo relatore di tesi di dottorato, lo psicologo Kurt Lewin, aveva notato che i camerieri di un caffè del luogo ricordavano le ordinazioni soltanto finché venivano servite. L’abitudine in quel caffè era che le ordinazioni non fossero scritte, ma che i camerieri dovessero tenerle a mente, aggiungendo richieste supplementari finché il conto non veniva pagato.

Il lavoro sperimentale che seguì questa osservazione dimostrò che il fenomeno ha una validità più ampia. Da allora esso ha preso il nome di effetto Zeigarnik e le sue applicazioni vanno dalla pubblicità all’insegnamento, dalla progettazione del software alla produzione di media (pensate per esempio alle soap opera che durano decenni).

David Lavallee si è trasferito di recente dalla Scozia per diventare Professore della School of Sport all’Università di Stirling.

Pensiero scientifico e pensiero comune
Il ragionamento scientifico non è il modo naturale di pensare della specie umana. Proprio come una lingua straniera, il ragionamento tipico della scienza deve essere insegnato, compreso e continuamente praticato. Per molti aspetti la scienza è il contrario del senso comune, poiché richiede di superare la nostra naturale tendenza a cercare prove coerenti con le nostre ipotesi e a rifiutare o distorcere quelle che non lo sono; e a credere che il mondo sia esattamente come lo vediamo.

Quando ero al liceo ero appassionato di libri che parlavano di fantasmi, dischi volanti e astronauti del mondo antico, ed ero intrigato da queste storie. Soltanto quando sono arrivato all’università, e ancor più durante il dottorato, ho imparato a pensare scientificamente e a dubitare delle molte asserzioni che avevo accettato in modo acritico.

Questa consapevolezza mi ha reso più paziente con gli studenti e mi ha aiutato ad apprezzare la loro prospettiva anche quando non sono d’accordo con loro. Oggi riconosco che la maggior parte degli studenti che crede in strane cose è altrettanto intelligente di chi non ci crede. È solo che i primi non hanno ancora imparato come valutare scientificamente le prove.

Scott O. Lilienfeld è professore di psicologia alla Emory University di Atlanta.

Come evitare l’apatia dell’osservatore
Un giorno dopo pranzo stavo tornando al dipartimento di psicologia dell’Università di Sheffield quando vidi che una macchina si era fermata in mezzo alla strada. Il traffico stava aumentando in entrambe le direzioni e potevo vedere che alla guida dell’auto in panne c’era una giovane mamma con un bambino seduto nel seggiolino.

Volevo aiutarla, anche solo per spingere la macchina al lato della strada, dove non avrebbe più bloccato il traffico, ma sapevo che da solo non sarei stato in grado. Essendo un accademico, non uso molto i muscoli, a eccezione di quelli per digitare sulla tastiera del computer, e quindi ero consapevole che senza aiuto non avrei potuto spingere auto, mamma e figlio su per la collina.

Da psicologo, però, conoscevo i classici studi sull’apatia dello spettatore e la diffusione delle responsabilità, un fenomeno che può impedire alle persone di aiutare gli altri. Così decisi di fare qualcosa per evitarlo. Piuttosto che stare in piedi accanto alla macchina e gridare genericamente aiuto a tutti e a nessuno, identificai due ragazzi che avrebbero potuto spingere la macchina e puntando verso di loro dissi chiaramente: "Ehi, voi, ho bisogno che mi diate una mano a spostare quest’auto". In effetti sapevo che, una volta identificata e comunicata una richiesta specifica, la diffusione di responsabilità non avrebbe impedito ai ragazzi di darmi una mano. Insieme spingemmo la macchina sul lato della strada. Alla mamma autista non raccontai come la psicologia era venuta in suo aiuto.

Tom Stafford è lecturer in psicologia e scienze cognitive all’Università di Sheffield.

Potete leggere la serie completa dei racconti su questa pagina del blog.
 

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