I sogni sono vani. O non lo sono?

Quando gli occhi, col loro fruscio di sassolini sabbiosi, mormorano che è ora di spegnere la luce, mi viene in mente la «dimora occulta del Sonno pigro». Nel libro undicesimo delle Metamorfosi Ovidio scriveva: «In mezzo alla grotta c’è un alto letto d’ebano con sopra un materasso di piume, tutto dello stesso colore, coperto da un drappo scuro, e su di esso è sdraiato il dio in persona, con le membra languidamente abbandonate. E intorno giacciono sparsi qua e là, con aspetti vari, i Sogni vani, tanti quante sono le spighe del raccolto, quante le fronde del bosco, quanti i grani di rena della spiaggia».

Ecco, sogni vani (e belli) invoco prima di addormentarmi, mentre penso ad Allan Hobson e alla sua bella moglie siciliana. Eravamo a Venezia, a settembre 2011 (Conferenza Future of Science sulla mente). Hobson comincia una lezione memorabile. Dice che i sogni sono una specie di effetto secondario della “potatura”, per così dire, delle sinapsi, le connessioni fra neuroni che si sono formate da svegli.

Vado a tentoni fra i ricordi. Il sonno, Hobson dice che ci serve, forse, a fare un po’ d’ordine in quel baccano di eccitazioni e stimoli che abbiamo ricevuto e spedito durante la veglia: tutta roba che nel cervello si è collegata in modo rapido e un po’ casuale alle connessioni pregresse.

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Allan Hobson è uno psichiatra statunitense, conosciuto per le sue ricerche sul sonno REM. È professore emerito di Psichiatria alla Harvard Medical School, e professore del dipartimento di Psichiatria presso il Beth Israel Deaconess Medical Center, a Boston in Massachusetts.

Perché bisogna dormire per rassettare? Perché è una faccenda complicata: meglio farla quando non arrivano altri stimoli (un po’ come l’inventario a negozio chiuso, altrimenti ci si perde). «Questo lo tengo o lo butto? Mah, prima lo guardo un attimo, mi ricorda quest’altra cosa… Oppure, no, non mi rammenta niente, si può eliminare». Insomma, come in ogni repulisti che si rispetti, prima di arrivare al compromesso di un nuovo, precario ordine, c’è quel momento in cui tutto è gettato un po’ alla rinfusa. Solo che il bello di questo repulisti è che è automatico: basta addormentarsi.

Come mai ne abbiamo bisogno? Per semplificare, stabilizzare quello che abbiamo visto, sentito, imparato; per ridurre la fatica cerebrale di tenere in piedi tutti quei collegamenti e far sì che il recupero, di ricordi, abilità e quant’altro, resti agile e veloce; per migliorare la stabilità complessiva del sistema, ridurre l’entropia di calcolo e liberare energia.

(Piccola divagazione collaterale: alcuni dicono che per capire la biologia bisogna seguire i mitocondri, l’ATP, insomma l’energia, un po’ come il denaro nelle indagini giudiziarie, e mi sa che hanno ragione. Fine, torno a Hobson).

Soprattutto, senza questa liberazione di energia, il giorno dopo non potremmo sostenere urti e sorprese, dice Hobson. Senza un precedente sonno sistematore, anche piccole stravaganze piacevoli, come conoscere un violoncellista o ricevere un invito a Baku, sarebbero eventi insostenibili e destabilizzanti.

E i sogni, che c’entrano? Secondo Hobson, i sogni sono un po’ la manifestazione tramite i sensi dello strabordare di questo processo: una risistemazione verso una sembianza di ordine, che come effetto collaterale si fa sentire e vedere, appunto, nei sogni. La traccia? I migliaia di collegamenti fra un neurone e gli altri neuroni, notturnamente riplasmati, allentati, rinvigoriti.

Significati? Interpretazioni? Una volta Hobson ha detto che per lui l’interpretazione dei sogni è come leggere quello che c’è scritto in un bigliettino di un fortune cookie, l’equivalente, cinese-americano, dei foglietti nei baci Perugina. Insomma, l’oroscopo. Gli psicanalisti non hanno gradito. A Venezia, ricordo, la voce irritatissima di una signora che, nella fila dietro la mia, chiedeva al suo vicino: «Dobbiamo intervenire?». Sono intervenuti.

La diatriba è astiosa e complicata. Non mi ci addentro se non con una sintesi più che rozza (perdonatemi). Per Hobson e molti neuroscienziati, ma anche per alcuni psicologi clinici contemporanei, Freud è un fatto storico, letterario, suggestivo, purtroppo non avvalorato dai fatti né dalla statistica. Una mente immaginifica e fascinosa, che dall’interpretazione di singoli casi ha tratto leggi, per l’intera umanità, che non hanno retto all’indagine sperimentale e clinica di un secolo di studi e moltissimi casi.

Hobson, però, che è assai meno rozzo e più esperto di me, ha poi ridotto il furore critico per definire meglio le sue idee. I sogni possono sì offrire informazioni utili, anche se non (solo) in senso freudiano. Non contengono infatti simboli reconditi e crittografati, che solo un codice disponibile a una casta di iniziati può interpretare in maniera unica e indiscutibile. Per lui i collegamenti tra le scene bizzarre dei sogni, che a volte suscitano emozioni poderose, possono rivelare, più che nascondere, associazioni che durante il bombardamento sensoriale della veglia è complicato cogliere.

In questo senso le emozioni e le sensazioni provate in un sogno possono essere viste come un migliore tentativo del cervello di comunicare informazioni a se stesso, in quello stato di coscienza fratturata (ammesso che sappiamo dire che cosa sia la coscienza) che forse prepara il risveglio del giorno successivo. I sogni per Hobson possono dunque essere, sì, utili a comprendere qualcosa del nostro stato psicologico, purché limitiamo l’interpretazione a noi stessi e a quel pochissimo che le neuroscienze e la fisiologia permettono di dire con le loro verifiche sperimentali.

Badate, però, che in questo esercizio va tenuto a bada l’impulso, umanissimo, di cucinare spiegazioni ex post per qualunque fatto ci accada, spiegando ogni cosa come fosse accoppiata a un’altra: è questa, infatti, la pulsione maggiore che ci induce a attribuire ai sogni molti più sensi e significati di quelli che hanno in realtà.

Con queste avvertenze, nel 2016 fate migliaia di sogni vani e bellissimi.

Mi è venuto in mente di scrivere questo post dopo corrispondenze con amici che parlavano di pisolini, sogni e dormiveglia. O forse ero io a parlarne? Di Allan Hobson sono ancora in commercio alcuni libri in italiano: Sognare – Una nuova visione mente-cervello (Di Renzo, 1999) e La macchina dei sogni – Come si creano nel cervello il senso e il non senso del sognare (Giunti, 1992). Altre informazioni su Allan Hobson, in un vecchio video sui suoi studi. In apertura, Francisco Goya, El Sueño (dettaglio), National Gallery, Dublino, Irlanda (tramite Wikipedia). Le Metamorfosi di Ovidio sono pubblicate da Einaudi (2015), nella traduzione di Piero Bernardini Marzolla.

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