L’inabbracciabile professor Ehrlich

Caro professor Ehrlich,

mi corregga se sbaglio, ma nel 1854, quando lei è nato in quella cittadina della Prussia orientale (oggi in Polonia), i colori dovevano essere merce rara e costosa. Un mondo prevalentemente grigino, assai diverso da quello che lei lascerà, nel 1915. Nel frattempo nasceva l’industria chimica che in pochi anni aveva messo sul mercato arcobaleni di colori sgargianti, mai visti prima in natura. Quei colori avrebbero permesso a Van Gogh di dipingere stelle e girasoli e a lei di colorare le cellule.

Mi dicono che fin da ragazzino lei era affascinato da quei colori che non si distribuivano a caso. Fu il cugino di sua madre, un patologo, a mostrarle per la prima volta come si potevano colorare le cellule del sangue che poi guardavate insieme al microscopio. Ma lei, professore, era più curioso: voleva capire perché l’anilina, per dirne una, penetrasse con la sua tinta rosso-bruna in una cellula e non in un’altra. E in quella in cui riusciva a entrare, perché restava, per esempio, nel citoplasma e non tingeva il nucleo?

Così lei, a soli 24 anni, un tentativo dopo l’altro, ha inventato metodi senza i quali non sapremmo distinguere un globulo bianco da una cellula leucemica da un macrofago. Ancora oggi è la guida di quei colori, che ha dettato i nomi a cellule e malattie, ad aiutare gli ematologi a distinguere le cellule sane da quelle malate.

Mentre studiava, mi dicono che il pensiero di cellule e colori continuasse a ronzarle in testa. Quali reazioni chimiche si verificano fra una cellula e i colori che riescono a penetrare al suo interno? E se quelle reazioni potessero curare, oltre che colorare, le cellule malate? O se potessero distruggere i microbi che causano le infezioni? Erano alcune delle domande a cui desiderava trovare una risposta pratica, concreta.

Robert Koch aveva scoperto da poco il bacillo che causa la tubercolosi. Grazie a lui e a Pasteur le infezioni avevano finalmente una causa certa, identificabile; l’aria fetida, che allora chiamavano miasma, era per il momento scagionata. Il problema era però fare una diagnosi rapida e precisa di un agente patogeno. Come? Con i colori, naturalmente. Un colorante da lei individuato, che penetrava selettivamente nel bacillo della tubercolosi, sarebbe stato il precursore della colorazione di Gram con cui ancora oggi distinguiamo alcuni batteri da altri.

Il bacillo colorato sembra non avere gradito. Anche lei si è beccato la tubercolosi, da cui si è ripreso grazie al clima caldo e secco dell’Egitto. Tornato in patria, si è trasferito nell’Istituto di Koch per le malattie infettive di Berlino, dove ha iniziato a riflettere sull’immunità: se i microbi dovevano penetrare nel corpo per dare inizio a un’infezione, come faceva il corpo a difendersi quando a volte, da un’infezione, guariva spontaneamente?

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Paul Ehrlich nel suo ufficio a Francoforte, attorno al 1900 (Wikipedia)

La sua idea, se ho capito bene, era che le cellule avessero delle specie di «braccia» con cui si attaccavano in maniera specifica a determinate sostanze, per esempio le tossine prodotte dai batteri. Immagino le cellule che allargano quelle «braccia» e vi accolgono una tossina in una stretta amichevole o letale, a seconda dei punti di vista.

Vado bene? Allora, professore, continuo. Quando parecchie cellule sono bloccate nel braccio di ferro con le tossine, allora il corpo cerca di sopraffare l’invasore producendo un gran numero di altre braccia, o «catene laterali», come lei preferiva chiamarle. Catene che, anziché restare sulla superficie delle cellule, sono liberate nel sangue. Si trattava dei cosiddetti «anticorpi», a cui lei avrebbe regalato questo nome felice nel 1891.

Alcuni di quegli anticorpi sarebbero rimasti in circolo a lungo: ecco come un individuo si sarebbe immunizzato contro le invasioni successive di un agente infettivo e delle sue tossine. Per questi studi sull’immunità, professore, le han poi dato il premio Nobel nel 1908, insieme a Il’ja Mečnikov.

Ma torniamo al 1890, quando lei incontra Emil von Behring che era riuscito da poco a creare un’antitossina contro la tossina difterica. La difterite era un’infezione che spesso uccideva i pazienti tramite una tossina rapida e potentissima che era liberata dai batteri responsabili della malattia. L’idea di Behring era di preparare un antidoto da usare molto rapidamente quando una persona era colpita. In pratica, però, aveva qualche difficoltà pratica: come produrre grandi quantità di antitossina? Lei gli è venuto in aiuto con l’idea, da un lato, di sviluppare il siero nel sangue dei cavalli vivi; dall’altro, di misurare sperimentalmente l’efficacia di ogni siero ottenuto provandolo in altri animali appositamente infettati.

Peccato per i dissapori fra lei e von Behring. Lei avrebbe desiderato, giustamente, che il suo contributo alle ricerche per la cura della difterite fosse riconosciuto (von Behring ha ricevuto il Nobel da solo, nel 1901). Ma altre differenze marcavano i vostri caratteri e aspirazioni: se Behring teneva a diventare un industriale, lei mi pare che fosse contento di svolgere le sue ricerche nell’Istituto Reale per la terapia sperimentale che il governo le aveva costruito e affidato. Qui l’unico limite ai suoi studi era la sua fantasia, che correva a superare un ostacolo dopo l’altro verso la cura delle malattie infettive.

I sieri purtroppo avevano qualche limite. In particolare non c’era siero che funzionasse per malattie come la sifilide, una malattia a trasmissione sessuale che, secondo stime dell’epoca, nel 1900 avrebbe colpito il 16% della popolazione della sola Parigi ed era mortale in molti casi.

Contro lo spirochete Treponema pallidum ci volevano forse i composti chimici, cugini dei coloranti, che uscivano dalle industrie? La sua idea, professore, era di sperimentare le nuove sostanze di sintesi, cercando sistematicamente quelle che avrebbero ucciso o quanto meno bloccato i batteri, senza danneggiare l’organismo. Ancora una volta la sua testa fantasiosa buttava lì un’idea rivoluzionaria: che alcune malattie potessero essere sconfitte con la chimica di sintesi.

A quell’idea lei dava un nome preveggente e duraturo, «chemioterapia». Il banco di prova sarebbe stata, appunto, la sifilide, trovando il composto che si sarebbe dimostrato efficace contro lo spaventoso spirochete. Insieme a Hata Sahachiro, il suo assistente giapponese, ne avete provati 605 prima di arrivare al 606°.

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Paul Ehrlich e Hata Sahachiro in laboratorio (Wikipedia)

Quel 606° composto era una vera «pallottola magica» (e siamo al terzo nome che lei ci lascia in eredità). Si sarebbe chiamato Salvarsan e sarebbe stata la prima cura efficace e specifica per una malattia diffusissima, nonché il farmaco maggiormente prescritto nel mondo fino alla penicillina, negli anni ’40.

Ma lei, professore, era un tipo cauto. Non voleva distribuire il suo ritrovato prima che i medici avessero fatto pratica con quel composto che conteneva arsenico e andava perciò iniettato con qualche precauzione. Saggiamente lei diceva che «il passaggio dal laboratorio al letto del paziente […] è straordinariamente arduo e ispido di pericoli». Così la Farbwerke-Hoechst (in origine, guarda caso, una fabbrica di colori!) aveva messo a disposizione ben 65.000 campioni gratuiti per i medici di tutto il mondo.

Qualche effetto tossico c’era e anche per questo molti la attaccavano. Lei, incrollabile, ha analizzato il problema e ha scoperto che il principio attivo, quando veniva disciolto in acqua impura senza basificazione o quando veniva lasciato a riposare in soluzione a contatto con l’aria, era rapidamente degradato in sostanze nocive. È poi bastato modificare la struttura chimica del Salvarsan per ridurre la tossicità: un analogo, solubile in acqua, che non richiedeva tante precauzioni. Si trattava del composto 914, il Neosalvarsan, ugualmente attivo e più sicuro. Per arrivarci si sono dovuti provare più di 300 derivati.

Il Salvarsan con i suoi derivati era davvero rivoluzionario, per i pazienti innanzitutto, ma soprattutto per l’idea e il metodo, che davano inizio alla cosiddetta terapia sperimentale: medicine non più trovate per caso, solo in natura, ma cercate sistematicamente fra i prodotti della chimica e sperimentate per la loro sicurezza ed efficacia.

Il successo dà fastidio a molti, ancor più se di mezzo capitano anche questioni di sesso e di soldi. C’era chi riteneva che alla facile eliminazione della sifilide sarebbero inevitabilmente (!) seguite scostumatezze e perdite di inibizione sessuale. E chi (anche con toni antisemiti) le imputava un arricchimento eccessivo. Comprensibile la sua depressione, caro professore.

Sono felice che lei si sia risparmiato il seguito. Dal 1935 al 1948 il suo nome, i suoi scritti, la sua eredità scientifica sono spariti, eliminati, epurati dalla Germania nazista, come non fossero mai esistiti. Con impeto competitivo e riparatore gli americani, durante la Seconda guerra mondiale, le hanno dedicato un film hollywoodiano, «Dr. Ehrlich’s Magic Bullet», con Edward G. Robinson. Poi la riabilitazione: oggi il suo nome lo si legge su un gran numero di istituzioni e premi (il Paul Ehrlich e Ludwig Darmstaedter Prize è il premio tedesco più prestigioso per la ricerca biomedica; l’Anti-Defamation League ha un premio per i diritti umani Paul Ehrlich–Günther K. Schwerin).

Uno spezzone del film su Ehrlich con Edward G. Robinson (in tedesco)

Lei non me ne vorrà, spero, se per amor di concisione tralascio altre sue scoperte gigantesche, come gli anticorpi che passano nel latte materno, dalla madre al neonato; o il primo caso di sviluppo di resistenza a una terapia; o il sistema immunitario che in rari casi si rivolta contro sé stesso.

Il fatto è che lei, professore, è talmente grande che è inabbracciabile. A rendere perenne il suo nome sarebbero stati sufficienti i colori con cui ha tinteggiato le cellule del sangue e i batteri. O le intuizioni sugli anticorpi. O l’idea che con una sostanza chimica si possa colpire in maniera specifica la causa di una malattia. O le miserie inflitte dalla sifilide e risparmiate a miriadi di vite umane.

Mi perdoni, caro professore, se le tocca rileggere la sua vita oltre la sua morte, riscritta rozzamente, in una lingua che forse lei non conosce. Chissà quante fesserie avrò scritto. Ma anche con qualche fesseria, bisogna pure rispolverare la sua vicenda per i ragazzi del mio Paese. Perché non è che da noi non si facciano diagnosi di leucemie e tutto il resto appresso.

Ma lei ha fatto di più, almeno per me. Il suo intuito così profondo, per i meccanismi reconditi del corpo umano, lei lo ha anche tradotto in sintesi di parole fulminee ed efficacissime. Come la frase Corpora non agunt nisi fixata, i corpi agiscono solo quando sono legati. Una frase che funziona benissimo per un anticorpo e una tossina, un farmaco e il suo bersaglio, ma anche per due innamorati, non trova?

Per scrivere questa lettera impossibile a Paul Ehrlich ho consultato varie fonti, oltre a quelle di cui trovate i link nel testo: John Parascandola, The theoretical biasis of Paul Ehrlich’s chemotherapy, Journal of the History of Medicine and Allied sciences (1981); Paul Ehrlich’s most important achievements; la voce che gli ha dedicato l’Enciclopedia britannica; Hadley Leggett, Aug. 31, 1909: First Chemotherapy Drug Treats Syphilis, Wired; Amanda Yarnell, Salvarsan, Chemical & Engineering News – The Top Pharmaceuticals That Changed The World Vol. 83, Issue 25 (6/20/05); la biografia di Paul Ehrlich sul sito del Premio Nobel. In apertura, i disegni delle cellule colorate del sangue, nella tesi di dottorato di Paul Ehrlich (fonte: Science Connections)

Per la lezione

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