La prova del DNA per il caso Moro?

«L’anniversario della strage di via Fani, ora si lavora all’estrazione del DNA – In auto con il brigatista Mario Moretti c’era qualcun altro? » titolava un articolo di qualche settimana fa. I fatti sono tristemente noti. Il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, alcuni brigatisti rossi rapivano Aldo Moro, presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana, e 55 giorni dopo lo uccidevano.

Una delle auto usate durante l’agguato era una Fiat 128 con targa diplomatica. Mario Moretti, uno dei terroristi, ha dichiarato più volte che in quell’auto c’era soltanto lui. I 39 mozziconi di sigarette ritrovati nell’abitacolo hanno lasciato però gli inquirenti con qualche incertezza che non si è ancora chiarita, nonostante le lunghe indagini e i numerosi processi.

«Il DNA […] può fissare senza ombra di dubbio chi c’era […]», continuava l’articolo. La novità è infatti una nuova indagine basata sull’analisi genetica di quei reperti. Ma siamo sicuri che l’esito degli esami sarà davvero così chiaro e certo?

Prima di tutto ripassiamo come si ottiene la cosiddetta prova del DNA. Immaginate la scena di un crimine, il luogo in cui è avvenuto un delitto. Nel corso delle indagini gli investigatori raccolgono un certo numero di reperti, per esempio  un capello o, nel caso, un mozzicone di sigaretta su cui si è depositata della saliva. Da ogni reperto i biologi purificano il DNA e lo riproducono molte volte con la reazione a catena della polimerasi, fino a ottenerne una quantità adeguata.

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Una moderna macchina per PCR (da Wikipedia).

L’analisi si concentra su almeno 13 punti del genoma nei quali gli esseri umani sono straordinariamente diversi gli uni dagli altri. Ogni punto (o locus, per usare il gergo dei genetisti) contiene un pezzo di DNA che è ripetuto molte volte, ma il numero esatto di ripetizioni varia, da persona a persona, da poche unità a più di cinquanta.

Il profilo che si ottiene si chiama DNA fingerprint, un’impronta genetica che per ciascun individuo si presenta come una striscia verticale di bande. Il metodo con cui discriminare quelle bande è l’elettroforesi: i frammenti di DNA, carichi elettricamente, si muovono in un fluido per effetto di un campo elettrico. I frammenti più piccoli migrano più velocemente verso il basso, mentre quelli più grandi lo fanno più lentamente e questo determina la distribuzione, visibile sotto forma di bande, dei diversi pezzi di DNA.

Ciascuna banda corrisponde a uno dei locus di DNA analizzati. Se prendiamo il DNA di una famiglia di tre persone, padre, madre e figlio, il profilo del figlio presenterà alcune bande in comune con il padre o con la madre, mai però tutte. Il rimescolamento genetico che è avvenuto durante la meiosi, nelle cellule germinali dei genitori, ha dato al bambino il suo fingerprint genetico, nuovo e unico.

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Elettroforesi di frammenti del DNA dei membri di una famiglia, amplificato con PCR. (1) Padre, (2) bambino, (3) madre (da Wikipedia).

In un’analisi del DNA per un’indagine giudiziaria, i DNA fingerprint ottenuti dalle tracce di un reperto sono confrontati con quelli ottenuti in maniera analoga dagli individui sospetti e dalle vittime. Maggiore è la somiglianza fra il DNA fingerprint di un individuo e uno di quelli raccolti sulla scena del crimine e maggiore è la probabilità che l’individuo sia quanto meno passato di lì.

Perché la prova del DNA è considerata affidabile? La risposta sta nella statistica e nella biologia umana: la probabilità che due persone presentino lo stesso numero di ripetizioni in tutti i loci studiati è astronomicamente bassa.

C’è però un però. Nel 1985, quando si è iniziato ad analizzare il DNA in ambito giudiziario, la quantità necessaria a ottenere un’impronta genetica affidabile era di 500 nanogrammi: per intenderci, il DNA che si trova in una goccia di sangue o in 100.000 cellule. Oggi quella quantità minima si è abbassata a 0,1 nanogrammi, ossia il DNA di appena 20-30 cellule: quelle che si possono trovare in una singola impronta digitale lasciata da una mano che ha sfiorato una maniglia o un bicchiere.

L’esame, in altre parole, è diventato 5000 volte più sensibile, un progresso dovuto, principalmente, all’evoluzione della PCR: oggi la reazione di amplificazione del DNA funziona a partire da quantità trascurabili di materiale genetico. Sembra un vantaggio. O non lo è?

Il vantaggio c’è, ma comporta qualche rischio di errore che prima era inferiore. La tecnica infatti è neutra: amplifica e analizza tutto il DNA presente, che appartenga a qualcuno di rilevante per il caso o ai tanti che non c’entrano niente. Date le quantità necessarie, molti DNA fingerprint possono essere presenti in un reperto. È facile quindi che gli inquirenti si trovino di fronte a numerose ipotesi, la maggioranza delle quali fuorvianti.

Idealmente, se ogni scena del crimine fosse un ambiente perfettamente pulito e ordinato, più sterile di una sala operatoria; se le tracce lasciate da chi vi è passato fossero nette, distinte e soprattutto conosciute a priori da chi deve svolgere le indagini; se fosse possibile non muovere neppure una cellula di vittime e sospetti,  né lasciare alcuna traccia propria, per chi vi entra e cerca di capire ciò che accaduto… In questo scenario inverosimile le indagini potrebbero essere rapide, semplici, veloci. Soprattutto potrebbero portare a risultati non ambigui.

Il mondo però non è fatto così. Ogni luogo è fatalmente sporco, dinamico, confuso e contiene miriadi di tracce di DNA di tantissime persone diverse. La maggioranza della gente, se non è passata di lì per caso, magari lo ha fatto per ragioni che nulla hanno a che vedere con il crimine. Le tracce di 20-30 cellule che ogni persona ha lasciato sono una specie di rumore di fondo nel quale, per chi compie le analisi, è difficile districarsi.

In breve, è più facile sbagliare. Nel 2013 Michael Coble, del National Institute of Standards and Technology di Gaithersburg in Maryland, ha fatto un esperimento. Ha chiesto a 108 laboratori negli Stati Uniti di analizzare i profili di DNA trovati nelle poche cellule lasciate su una maschera da sci da diverse persone che l’avevano usata. Quindi Coble aveva chiesto ai laboratori di stabilire se uno di quei profili combaciasse con quello di un sospetto che avrebbe usato la maschera per una rapina. Ebbene, il DNA del sospetto sulla maschera non c’era e Coble lo sapeva perché aveva fabbricato le prove e inventato il crimine per fare l’esperimento con cui voleva dimostrare il rischio di ottenere dati inattendibili. Ciò nonostante, 73 laboratori su 108 hanno dichiarato che invece il DNA del sospetto c’era.

“Quando il DNA mente”(When DNA is lying) è il titolo, eclatante, dell’articolo comparso su Science l’11 marzo scorso, in cui è riportato l’esperimento di Coble. Intendiamoci, l’esame del DNA resta la prova più attendibile fra quelle che la scienza forense può offrire a un tribunale. Al confronto impronte digitali, riconoscimento vocale e altre prove che escono dai laboratori forensi sono ben poco solide. Ciò nonostante, qualunque metodo scientifico, anche il più rigoroso e accurato, non è in grado di produrre certezze assolute, prive di errori, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Per quanto emergano tracce di DNA di persone che sono passate per la scena di un crimine, c’è sempre la possibilità di un’altra spiegazione, specialmente se non si tiene conto delle differenze nelle quantità delle tracce e se la scena e le investigazioni sono confuse. Pare che questo sia stato, per esempio, il caso nelle indagini seguite all’assassinio di Meredith Kercher.

Torniamo ai 39 mozziconi nella Fiat 128: è possibile che tracce di DNA di chiunque abbia fumato quelle sigarette offrano prove chiare, inedite, incontrovertibili di chi la mattina del 16 marzo 1978 si trovava nella famigerata Fiat 128 in via Fani? O è più probabile che dall’analisi genetica di quei reperti, raccolti prima che esistessero gli standard attuali di conservazione per la prova del DNA, si trovino tracce anche di chi quelle sigarette le ha semplicemente manipolate nel corso delle indagini? Il rischio è che si apra una miriade di nuove piste d’indagine, difficili da concludere se non addirittura fuorvianti.

Per scrivere questo post ho letto soprattutto: F. Grignetti, L’anniversario della strage di via Fani, ora si lavora all’estrazione del DNA, La Stampa (16/3/16); D. Starr, When DNA is lying, Science (11/3/16). L’immagine dell’attentato di via Fani, in apertura, viene da Wikipedia.

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