Perché ridiamo?

Omero descrive la risata degli Dei come «l’esuberanza della loro gioia celestiale dopo il banchetto quotidiano». Ridere è uno straordinario regolatore di emozioni: un comportamento antico che ci permette di sintonizzare il nostro stato d’animo con quello degli altri.

Voi quando ridete? Quando guardate Crozza? Anche se siete soli? La probabilità di ridere è del 30% superiore se siete è in compagnia. A provocare la risata infatti non è tanto il contenuto dello scherzo, quanto un istinto sociale a dimostrare agli altri che avete compreso lo scherzo e che siete d’accordo. Chi ride con voi è un vostro alleato. Chi ride di cose che non vi fanno ridere è difficile che diventi vostro amico.

Vogliamo far parte di quella risata. È un modo per dimostrare che apparteniamo allo stesso gruppo sociale, che capiamo le persone e che siamo in sintonia con loro. Soprattutto è uno dei sistemi con cui gestiamo i nostri rapporti con gli altri. Una coppia che riesce a sorridere in un momento di stress o di difficoltà “livella” insieme le emozioni. Ridere aiuta a stare meglio insieme, a ridurre l’imbarazzo e la tensione.

Anche gli altri animali ridono: primati come gli scimpanzé, i gorilla, gli oranghi, e perfino i ratti sghignazzano, per così dire, quando stanno insieme, per il solletico o per gioco. È un risultato dell’evoluzione che condividiamo con altre specie: una funzione che rafforza i legami sociali e ci fa sentire meglio.

Non ci sono culture in cui non si ride mai. È un’emozione di base, comune a tutti gli esseri umani. Ci sono culture dove si ride più in privato e meno in pubblico, ma tutti lo fanno (con l’eccezione di persone con malattie mentali in cui i circuiti del ridere sono alterati).

Che cosa succede dentro di noi quando ridiamo? Sophie Scott, neurobiologa all’University College London, dice che facciamo qualcosa di simile a respirare o parlare: buttiamo fuori aria dalla cassa toracica tramite contrazioni dei muscoli intercostali. L’intensità e il ritmo delle contrazioni sono però più intensi nel ridere rispetto a respirare e parlare. In una risata spontanea e sonora, l’aria è spremuta fuori ad alta pressione, il che ne produce il suono inconfondibile.

Ci sono almeno due maniere di ridere. «Una risata genuina, una vera esplosione di gioia sono generate da muscoli e da percorsi neurali diversi rispetto a quelli attivi nella cosiddetta risata volitiva – ha scritto la giornalista Kate Murphy, nell’articolo “The Fake Laugh” sul New York Times – Si sente la differenza fra il rumore di un’incontenibile risata di pancia di chi risponde a qualcosa di veramente divertente e quello di un più gutturale “ah ah ah”, che potrebbe indicare consenso, o di un nasale “eh eh eh” di chi magari si sente a disagio». Anche gli scimpanzé ridono diversamente per il solletico, che provoca una risata involontaria, rispetto a quando lo fanno in una situazione sociale.

«Una risata finta contiene più suoni tipici del parlato perché è prodotta dalle aree del linguaggio», ha detto Greg Bryant, uno scienziato cognitivo dell’Università della California a Los Angeles. «C’è anche una notevole differenza in come ci si sente dopo una risata genuina – continua Murphy -. Si liberano endorfine che causano una leggera euforia e, secondo le ricerche, aumentano la tolleranza al dolore. La falsa risata non produce la stessa sensazione di benessere. Al contrario uno si sente un po’ prosciugato dal dover fingere».

Anche la risposta cerebrale a una risata volontaria è diversa da quella a una spontanea. Nel primo caso si attivano le aree del cervello dedicate alla mentalizzazione e al linguaggio. In pratica il cervello si chiede: perché questa persona sta ridendo? Che cosa vuol dire? La risata involontaria è invece associata all’ipotalamo e al rilascio di ormoni.

Come fa una risata a ridurre lo stress? Una risata spontanea causa una piccola iniezione di endorfina, perché è prodotta da un esercizio fisico sui muscoli interni, incluso il cuore. Ridendo si riempiono e si svuotano i polmoni, si ossigena il sangue, si riducono gli ormoni dello stress come l’adrenalina e il cortisolo, ci si sente più rilassati ed energici. Si è anche meno timidi, imbarazzati, ansiosi e più sicuri di sé. Da qualche tempo va di moda un tipo di yoga, lo yoga della risata e a modo di vedere di alcuni insegnanti, ridere per un minuto può valere, per il cuore, come stare su un vogatore per 10 minuti.

https://youtu.be/UxLRv0FEndM

Sophie Scott, neurobiologa, in una TED Conferenze dal titolo: “Perché ridiamo?”

I bambini ridono in continuazione. È una misura del piacere che provano, della loro felicità e del divertimento. È un segnale sociale rivolto agli altri. È l’opposto del piangere. Un bambino che piange ti sta dicendo: “Per favore, smetti di fare questo”. Un bambino che ride dice: “Per favore, continua!”. Ridere è un invito a giocare: un modo di mettere l’interazione su un piano non minaccioso, gradevole, divertente e godibile.

Che cosa fa ridere i bambini? Secondo Caspar Addyman, scienziato dello sviluppo cognitivo all’University of London, i bambini ridono delle altre persone, degli “errori” che fanno, e poi per il solletico, solo però se è fatto da una persona conosciuta e fidata, altrimenti è uno stimolo che intimidisce. Charles Darwin aveva notato, in L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, che per ridere del solletico «la mente deve essere in una condizione di piacere; un bambino piccolo, se solleticato da un uomo dall’aspetto strano, urlerebbe dalla paura».

Caspar Addyman, scienziato dello sviluppo cognitivo all’University of London

Si ride da subito, senza sapere perché. Attorno ai 3-4 anni i bambini iniziano a ridere in modo più consapevole per esempio quando colgono le parole sbagliate dette da un adulto. Per capire scherzi, battute, giochi di parole servono almeno 6-7 anni.

Come impariamo a distinguere le risate vere da quelle finte? È un processo di apprendimento precoce ma lento. Da piccoli non siamo affatto bravi! L’importante, da giovanissimi, è partecipare alla risata, qualunque sia il significato. Più invecchiamo e meno sono le cose che ci fanno ridere. Diventiamo burberi? Certamente, ma siamo anche meno ingenui: distinguiamo meglio le vere intenzioni dietro una risata.

Tutti ridono, pochi sanno fare ridere. Il senso dell’umorismo è una funzione sottile che varia da persona a persona. Molti studiosi, fra cui Kant, hanno tentato di elaborare una teoria dell’umorismo con scarso successo. Non è chiaro che cosa faccia ridere. Fra le ipotesi: cogliere parole ambigue, doppi sensi, comportamenti abituali rovesciati, sottintesi, incongruità, riferimenti al sesso o ad altri argomenti imbarazzanti, e restituirli in maniera fulminea a chi ascolta. Perché sia condiviso, l’humour è strettamente legato alla lingua, alla cultura, al momento, al luogo: un insieme di ragioni per cui la comicità è fra le cose meno universali e traducibili al mondo.

Un robot può imparare a far ridere? Non è detto, almeno per ora. Per istruire un robot a fare qualcosa, abbiamo bisogno di una teoria che descriva una funzione in modo ripetibile strutturato. L’umorismo è l’opposto: una situazione ci fa ridere perché introduce qualcosa di inaspettato, imprevedibile, inedito, possibilmente irripetibile.

Si può però istruire un software a inventare semplici giochi di parole dove è riconoscibile una struttura. Il professor Graeme Ritchie, linguista dell’università scozzese di Aberdeen, con alcuni colleghi è riuscito a istruire un robot a inventare una freddura: “What kind of tree is nauseated? A sick-amore!” La battuta però non è proprio folgorante (“Che tipo di albero soffre la nausea? Il sicomoro”) e si capisce solo in inglese, dove avere nausea si dice “feeling sick”. Insomma, i robot per ora non sono capaci di far ridere.

Un computer può riconoscere quando stiamo scherzando? Pensate a tutte le battute che vi siete persi… È difficile per noi umani, figuratevi per un software. Avete provato a scherzare con Siri? Zero senso dell’umorismo! La mancanza di umorismo è una delle ragioni per cui le interazioni uomo-macchina sono particolarmente faticose. Ma il contrario potrebbe essere imbarazzante: immaginate di trovarvi in una stanza piena di computer che ridono di voi… O in compagnia di un iPad che sghignazza tutte le volte che vi fate un selfie!


Hal interpretato da Siri in una parodia di “2001: Odissea nello spazio”

Per scrivere questo post ho ascoltato il podcast “The science of laughter” su Naked Scientist (17/1/17) e la TED Conference di Sophie Scott “Why we laugh”; ho letto l’articolo di Kate Murphy, “The Fake Laugh”, New York Times (23/10/17) e parte del capitolo 8 di Charles Darwin, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Boringhieri (2012).

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