Quanto sappiamo difenderci dall’influenza?

«Ho fatto la vaccinazione e, mannaggia, mi è venuta comunque l’influenza!». Chi non ha sentito almeno una volta questo lamento? In molti casi con il vaccino non ci ammaliamo proprio e quella che ci sembra influenza è in realtà un’altra infezione con sintomi simili. A volte però succede che chi è vaccinato si ammali comunque d’influenza poiché il vaccino non azzera il rischio d’infezione, ma lo riduce a circa la metà.

Considerando il numero dei casi non è un vantaggio da poco. Ogni anno l’influenza stagionale dà origine a 3-5 milioni di casi gravi e fino a circa 650.000 morti nel mondo, di cui fino a 6-8000 in Italia. Sarebbero molti di più se non ci fossero i vaccini che riducono la severità dei sintomi e in molti casi ci evitano di finire ricoverati in ospedale o di avere sequele particolarmente mortifere nei bambini piccoli e negli anziani. Ma perché il vaccino non funziona nel 100% dei casi?

Il virus dell’influenza è un trasformista rapido e dinamico. Cambiare continuamente aspetto è una strategia evolutiva che ha permesso a questa famiglia di virus, sempre un po’ uguali e sempre un po’ diversi, di farci compagnia a lungo nella nostra storia e di essere per noi un bersaglio mobile. I ceppi che circolano durante il picco dell’epidemia stagionale a volte sono già cambiati un po’ rispetto a quelli selezionati mesi prima per il vaccino.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) monitora i virus influenzali che circolano nel mondo. Due volte l’anno riunisce i maggiori esperti che, in una riunione per emisfero, decidono quali tra i ceppi circolanti hanno più probabilità di causare il maggior numero di infezioni, malattie, morti nell’inverno successivo.

Un video dell’Organizzazione mondiale della sanità sul monitoraggio dei virus influenzali

 

Per l’emisfero Nord queste informazioni sono diffuse dall’OMS al più tardi all’inizio di marzo e da quel momento i produttori hanno appena sei mesi per produrre i vaccini e portarli in farmacia prima che cominci la stagione invernale. Quest’anno i ceppi inclusi nel vaccino sono: A/Michigan/45/2015 (H1N1)pdm09-like virus; A/Hong Kong/4801/2014 (H3N2)-like virus; e B/Brisbane/60/2008-like virus.

Le sigle sono una sorta di carta d’identità di ciascun virus. Indicano la famiglia virale, A, B o C; l’ospite originale, per es. il maiale, il pollo ecc.; il luogo e l’anno in cui è stato isolato, per es. Denver/2007 o Taiwan/2009 ecc.; il numero del ceppo; se si tratta di influenza A sono indicati anche i tipi di proteine di cui è composto il virus, emagglutinina e neuraminidasi, con le sigle H1N1 o H5N1 ecc.

A volte le uova in cui si fanno crescere i virus per fabbricare i vaccini non permettono di riprodurre un virus assolutamente identico a quello di partenza. È capitato con il ceppo H3N2 nella stagione 2014-15, quando al virus purificato dalle uova mancava una specie di parrucca formata da una catena di zuccheri. Così il sistema immunitario che era stato istruito dal vaccino ad aspettarsi un virus calvo ha avuto qualche difficoltà a riconoscere un virus molto simile ma con il tupé.

Un virus a cui manca una catena di zuccheri rispetto a uno che invece ce l’ha può apparire al sistema immunitario come il volto di un uomo calvo somigliante a un altro con il tupé (disegno di Scott Hensley, tramite Vincent Racaniello, Virology blog).

A volte il nostro sistema immunitario presta più o meno attenzione al vaccino. La risposta può infatti essere condizionata dalla capacità intrinseca, genetica, di reagire, dalle esperienze accumulate con germi invasori, dalle eventuali terapie in atto e dello stato generale di salute.

I vaccini contro l’influenza includono pezzi del virus ucciso e funzionano un po’ come un simulatore di volo. Se provate a volare con un gioco elettronico, le prime volte siete goffi, poi man mano imparate a muovere meglio i comandi e col tempo diventate bravissimi. Chi vuole diventare pilota si allena così prima di provare a volare sul serio: fa esperienza in sicurezza con il simulatore di volo, senza mettere a rischio la propria vita e quella dei passeggeri.

Addestramento di piloti con un simulatore di volo

Col vaccino il sistema immunitario fa un’esperienza analoga. Quando il vaccino penetra nel corpo, il sistema immunitario lo riconosce come un invasore. Del virus precedentemente ucciso e disassemblato c’è solo qualche pezzo, che attira comunque l’attenzione del sistema immunitario e soprattutto delle cellule, i globuli bianchi, che producono gli anticorpi più adatti ad attaccare il virus. Dopo circa un mese dalla vaccinazione quegli anticorpi, e i globuli bianchi che li fabbricano, sono come dei soldati addestrati a bloccare gli invasori: quando il virus dell’influenza si presenta per davvero, lo attaccano subito, purché vesta lo stesso abito, per così dire.

Il nostro corpo è bravo a individuare i virus che già conosce almeno in parte, e a distruggerli prima che entrino nelle cellule. Ma a volte può bastare un dettaglio diverso nel guardaroba virale, diciamo la parrucca o gli occhiali, perché restiamo gabbati.

I cambiamenti d’aspetto dei virus dell’influenza passano attraverso mutazioni nel suo materiale genetico. I virus influenzali scrivono le proprie ricette nel linguaggio del RNA che è simile al DNA tranne per una lettera su quattro (al posto della timina c’è l’uracile). Ma le differenze maggiori sono che l’elica è singola e che il correttore di bozze, per così dire, non c’è.

In pratica ogni volta che il virus si riproduce, capitano degli errori che il virus non è in grado di correggere. Col tempo gli errori si accumulano e i virus figli, nipoti, pronipoti e così via continuano a somigliare in parte ai loro predecessori, ma con degli assemblaggi diversi del corredo genetico e proteico, come se le carte fossero stare rimescolate.

Ogni sei ore una cellula infetta rilascia nuovi virus. La maggior parte avranno verosimilmente prodotto ciofeche virali, troppo simili ad altri già incontrati perché il sistema immunitario si faccia ingannare. Oppure avranno magari acquisito un paio di occhialoni o una parrucca mai visti, ma saranno deboli riproduttori. Insomma, è facile che le cose vadano male ai virus e bene a noi.

Se però una mutazione offre a un virus un aspetto inedito, insieme a migliori capacità di infezione e di riproduzione, allora il virus avrà un vantaggio: potrà sfuggire alle attenzioni del sistema immunitario. Osservare il continuo variare dei virus influenzali è come guardare l’evoluzione al lavoro in tempi molto rapidi.

Le mutazioni più drastiche avvengono quando c’è promiscuità. Un virus che di solito infetta gli esseri umani si ritrova in una cellula insieme a un virus degli uccelli o dei maiali e i due si scambiano pezzi di geni. La super-infezione può originare in una fattoria o in fiere e mercati dove si vendono animali vivi. A volte i virus che saltano fuori da queste ricombinazioni sono davvero molto nuovi: poiché il sistema immunitario di una popolazione non li ha mai visti, possono dare origine a una pandemia come l’influenza spagnola del 1918 che ha ucciso più di 40 milioni di persone.

Un mercato di polli in Cina (Wikipedia)

I vaccini costano poco, da 10 a 20 Euro a dose, e servono giusto per una stagione, poi bisogna ricominciare da capo. Contrariamente a quel che si sente dire, non sono un grande affare per i produttori.

Ma sono un vero affare per noi perché come minimo, anche quando il vaccino non ci protegge al 100% e buschiamo comunque l’influenza, i sintomi sono meno gravi e il rischio di morte si riduce moltissimo. Il nostro cervello binario, amante del tutto o nulla, è frustrato e vorrebbe talmente una soluzione radicale che non riesce a cogliere quanto quei successi seppure parziali contro l’influenza siano importantissimi e grandiosi.

Certo, sarebbe bello avere un vaccino universale, efficace contro tutti i tipi di virus influenzali. Tanti ci stanno lavorando e magari un giorno ci arriveremo. Ma se considerate tutti i trucchi che i virus dell’influenza hanno inventato per infettare noi e gli altri animali; se tenete presente le possibili idiosincrasie delle uova nel crescere ogni diverso virus influenzale per vaccini; e se non sottovalutate le alterne capacità di attenzione del sistema immunitario di ogni persona, allora troverete quasi miracoloso il fatto che siamo riusciti a creare un vaccino che ogni anno riduce in maniera drastica il temibile impatto dell’influenza.

 

Per scrivere questo post ho consultato: Tara Haelle, Why You Need the Flu Shot Every Year, The New York Times (12/10/2017); Vincent Racaniello, How a toupee compromised influenza vaccine, Virology Blog (30/11/17); Who – Global Influenza Program; Who – Recommended composition of influenza virus vaccines for use in the 2017-2018 northern hemisphere influenza season (1/3/17). In apertura, una riproduzione in vetro di un virus dell’influenza suina da parte dell’artista americano Luke Jerram.

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