Il vaccino anti HPV previene il cancro e non incoraggia comportamenti sessuali a rischio

Henrietta Lacks è morta a 31 anni di tumore alla cervice lasciando cinque figli. Se avesse potuto fare la vaccinazione contro il virus del papilloma umano (HPV), la storia sua e della sua famiglia sarebbe stata diversa. Ma nel 1951, quando moriva a Baltimora, Harald zur Hausen aveva appena smesso i pantaloni corti: i suoi studi pionieristici sul virus del papilloma umano e sulla sua capacità di causare il cancro dovevano ancora iniziare. Il primo vaccino contro alcuni ceppi di HPV è stato approvato dalla Food and Drug Administration nel 2006.

Oggi i vaccini contro l’HPV sono due, sicuri e molto efficaci. Uno bivalente e uno quadrivalente, sono offerti in gran parte dei Paesi occidentali a ragazze fra i 9 e i 14 anni. Salvano vite umane da infezioni che nel mondo, ancora oggi, sono responsabili del quarto tumore femminile più diffuso, quello della cervice, con oltre 260.000 morti all’anno e più di 520.000 casi, registrati soprattutto nei paesi meno sviluppati. L’HPV può anche provocare altri tipi di cancro nella zona anale, nella testa e nel collo, oltre ai condilomi genitali sia negli uomini che nelle donne. La trasmissione è sessuale.

Harald zur Hausen (Wikipedia)

Eppure nei posti del mondo dove il vaccino è offerto, meno di una ragazza su due è vaccinata, e questo accade in Paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania. Una delle ragioni della bassa adesione è il timore, da parte soprattutto dei genitori e di qualche medico, che le ragazze vaccinate abbassino l’attenzione per eccesso di sicurezza: non usino il preservativo, abbiano più partner e a contraggano altre malattie veneree (per usare un termine desueto, meno tecnico-burocratico, quasi poetico). Uno studio recente indica che questi timori sono infondati.

Alcuni ricercatori dell’Università di Cincinnati in Ohio hanno studiato le percezioni di rischio e i comportamenti di un gruppo di 112 adolescenti dai 13 ai 21 anni, vaccinate contro l’HPV, con esperienza sessuale. Le ragazze hanno riempito dei questionari al momento della vaccinazione e poi, a intervalli regolari, in un periodo di osservazione di 30 mesi. Scopo del questionario era valutare quali percezioni di rischio avessero, e se sentissero il bisogno di proteggersi con comportamenti sessuali sicuri da altre malattie a trasmissione sessuale.

A ogni visita le ragazze sono anche state sottoposte a un test per malattie a trasmissione sessuale: una misura oggettiva degli eventuali comportamenti sessuali a rischio, indipendente da quello che le ragazze avrebbero scritto nei questionari. Inoltre è stato chiesto loro quanti partner sessuali avevano avuto dall’ultima visita e se avevano usato un preservativo nell’ultimo rapporto sessuale. Anche le madri di alcune di queste ragazze hanno risposto a questionari sull’educazione sessuale e sulle informazioni sul vaccino anti HPV fornite alle figlie.

I risultati sono rassicuranti:

  • La maggior parte delle ragazze sapeva di essere a rischio per altre malattie a trasmissione sessuale anche dopo la vaccinazione anti HPV e si rendeva conto che era necessario proteggersi con comportamenti sessuali sicuri.
  • A questa consapevolezza era associato l’uso del preservativo nell’ultimo rapporto sessuale.
  • Le percezioni, persistenti per i 30 mesi dello studio, non erano associate a un più alto numero di partner sessuali o a una maggiore positività al test per malattie a trasmissione sessuale.
  • Il numero totale di partner sessuali è l’unica variabile in grado di predire risultati positivi a tale test: più alto è il numero di partner sessuali e maggiore è il rischio di esposizione.
  • Le ragazze che avevano discusso con la propria madre l’utilità del vaccino e altri temi di salute sessuale erano più consapevoli e preparate.

Da questi risultati un suggerimento ai medici vaccinatori: avete un’opportunità unica di parlare con le ragazze e di informarle che bisogna continuare a proteggersi e usare il preservativo anche dopo la vaccinazione.

Lo studio ha qualche limite dichiarato dagli stessi autori:

  • le partecipanti sono state reclutate in un centro medico che serve una popolazione urbana a basso reddito e questo può limitare la possibile generalizzazione dei risultati.
  • Per apparire “migliori”, alcune ragazze potrebbero avere dichiarato un maggiore bisogno di tenere comportamenti sessuali sicuri rispetto alla realtà.
  • Il campione di persone coinvolte nello studio è relativamente piccolo e la potenza statistica è verosimilmente insufficiente.
  • Non sono disponibili informazioni sulla percezione degli stessi rischi prima della vaccinazione.
  • Manca il controllo sulla percezione del rischio in ragazze non vaccinate contro l’HPV.

Pur con queste limitazioni, è evidente che il vaccino contro l’HPV non incoraggia di per sé comportamenti sessuali a rischio. Dunque, cari genitori e medici, lasciate da parte i timori e non siate bacchettoni. Se spiegate alle ragazze a cosa serve il vaccino, se le educate alla sessualità e le fate vaccinare, è più probabile che si proteggeranno e useranno di più il preservativo (ricordate loro anche il pap test per la diagnosi precoce del tumore alla cervice, che non va dimenticato!).

Con il vaccino e una buona educazione sessuale ci saranno sempre meno donne che faranno la fine di Henrietta Lacks. Peraltro, ammalarsi come è capitato a Henrietta Lacks non è una colpa. Bisogna smettere di offendere le donne, dato che per ogni persona che prende un’infezione a trasmissione sessuale c’è un partner che la trasmette (e per fortuna si sta cominciando a offrire il vaccino anche ai maschi).

Colpevole e insensato è invece non prevenire con vaccini sicuri ed efficaci le malattie che si possono evitare. Mi viene anche da pensare che se fossi una ragazza a cui è stato impedito di vaccinarsi, e poi mi infettassi con l’HPV, mi arrabbierei molto con i miei genitori. Ma torniamo a Henrietta.

Henrietta Lacks (Wikipedia)

Perché di tutte le donne morte di tumore alla cervice nel mondo conosciamo particolarmente bene la sua storia? Per decenni il cancro e altre malattie sono state studiate in cellule tumorali particolarmente vigorose e persistenti in laboratorio, chiamate HeLa, ma quasi nessuno sapeva che quella sigla veniva dalle sue iniziali.

Henrietta Lacks non ha mai saputo quale regalo formidabile alla ricerca medica si era originato da un pezzo malato del suo corpo (all’epoca non esisteva il consenso informato). I suoi familiari sono venuti a conoscere questa storia dopo più di mezzo secolo di viaggi delle cellule HeLa da un laboratorio all’altro in tutte le parti del mondo. La vicenda di Henrietta Lacks e delle sue cellule immortali è stata ricostruita da Rebecca Skloot in un bel libro, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Luigi Civalleri e dal libro è stato tratto un film con Oprah Winfrey.

 

Per scrivere questo post mi ha ispirato Vincent Racaniello con il suo articolo HPV vaccines do not encourage risky sexual behavior, Virology Blog. L’articolo originale della ricerca è: Tanya L. Kowalczyk Mullins et al., Human Papillomavirus Vaccine-Related Risk Perceptions and Subsequent Sexual Behaviors and Sexually Transmitted Infections among Vaccinated Adolescent Women, Vaccine 2016 Jul 25; 34(34): 4040–4045. Altri testi che ho consultato: Laia Bruni et al., Global estimates of human papillomavirus vaccination coverage by region and income level: a pooled analysis, The Lancet volume 4, No. 7, e453–e463, July 2016; Human papillomavirus (HPV), WHO, agosto 2017; Diane M.Harper, Leslie R.DeMars, HPV vaccines – A review of the first decade, Gynecologic Oncology, volume 146, Issue 1, July 2017, Pages 196-204. L’immagine di apertura è una scultura del papillomavirus umano di Luke Jerram.

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