Chi ferma il narratore della memoria?

«È così breve l’amore e sì lungo l’oblio», ha scritto il poeta cileno Pablo Neruda in un famoso verso. Quando uno è innamorato pensa costantemente alla persona amata, ma quando l’amore si intiepidisce anche la memoria scolora. In pratica sembra che ci siano due fasi per l’attenzione e la memoria: un ripido picco iniziale, seguito da una più dolce collina di lungo e costante decadimento.

Anche le memorie collettive si comportano in questo modo? Oppure appassiscono con un andamento diverso? Cristian Candia, un ricercatore del MIT Media lab e alcuni colleghi della Northeastern University di Boston e della Universidad del Desarrollo di Santiago del Cile, si sono chiesti se l’attenzione e la memoria condivise da una collettività seguono un andamento simile nel tempo. I risultati sono pubblicati a dicembre 2018 su su Nature Human Behaviour in un articolo dal ‘The Universal Decay of Collective Memory and Attention’.

Attenzione e memoria collettive sembrano essere sostenute nel tempo da due flussi di comunicazione: prima dalla chiacchiera, ovvero ciò di cui la gente parla, e oggi anche scrive in tempo reale, per esempio sui social network; quindi dalla registrazione fisica delle informazioni, per esempio nei giornali, nei libri, nei dischi e in quell’immenso archivio che è la rete.

Ma che cosa si intende per “memoria collettiva”? Il termine è chiaramente un’astrazione. Ognuno ha la propria memoria individuale nella quale ci possono essere sovrapposizioni con i ricordi di altri, quando alcune esperienze sono condivise. Forse la memoria collettiva è una sorta di media delle tante memorie comuni? O forse è una “biblioteca in disordine alfabetico, in cui non esiste l’opera omnia di nessuno”? Grazie Iosif Brodskij per la sintesi fulminea.

Il poeta russo Iosif Brodskij (Wikimedia)

Una canzone, un film, un libro, ma anche un’idea scientifica, possono raggiungere in pochissimo tempo picchi di popolarità che sono inevitabilmente seguiti da cali altrettanto rapidi di attenzione e interesse. Ce ne rendiamo conto quando qualcosa ci riporta alla memoria un frammento di quel disco, quel film, quel libro, quell’idea. Allora ci ricordiamo quanto fosse popolare, onnipresente, di moda, e ci chiediamo: “Era sulla bocca di tutti, come mai non ne parla più nessuno?”.

I ricercatori hanno studiato l’attenzione ricevuta da alcuni prodotti culturali – canzoni, film, biografie, articoli scientifici e brevetti – e la decadenza di tale attenzione nel tempo. Quello che hanno osservato li ha sorpresi: in tutti i casi l’attenzione ricevuta da ciascuno di questi prodotti culturali nel tempo, indipendentemente dal tipo di prodotto, è scemata seguendo le due fasi viste per l’innamoramento. In termini tecnici l’attenzione ha seguito nel tempo una curva bi-esponenziale: una prima fase in cui l’attenzione è stata inizialmente alta ed è scesa rapidamente, e un’altra fase più lunga in cui l’attenzione è stata più bassa e si è spenta più lentamente.

Più un oggetto o un’idea sono popolari, più la loro popolarità cresce rapidamente. Alcune persone esprimono il proprio entusiasmo per qualcosa ad altri, lo condividono con gli amici, di persona e sui social network, e l’entusiasmo si diffonde come un contagio tramite un meccanismo che i ricercatori hanno chiamato “attaccamento preferenziale”.

Poi la moda passa, la gente si stufa e passa ad altro. È questo il lungo “tempo di decadimento”. Per studiare il fenomeno gli scienziati hanno paragonato prodotti culturali diversi, con lo stesso livello di popolarità iniziale, evitando così il problema delle preferenze individuali per un determinato film o libro o canzone o articolo o brevetto. I ricercatori si sono concentrati, per esempio, su canzoni che avevano raggiunto le prime 100 posizioni in una popolare classifica musicale o su gruppi di articoli scientifici e brevetti che avevano ricevuto lo stesso numero di citazioni.

Perché l’attenzione collettiva cala seguendo proprio una curva bi-esponenziale, e perché questa curva è universale per tutti i tipi di prodotti culturali? Gli scienziati hanno tentato di rispondere a queste domande proponendo un’ipotesi basata sui dati che hanno raccolto. Il rapido picco iniziale di attenzione sarebbe, secondo quest’ipotesi, sostenuto dalla memoria comunicativa, ovvero dalle conversazioni fra le persone. Invece il calo successivo, più lento, sarebbe associato alla memoria culturale, ovvero agli appigli che la registrazione fisica dell’informazione, su testi a stampa e memorie digitali, offre ai neuroni che provvedono ad attenzione e ricordi.

Quella dei ricordi è una biblioteca che se la trascuri la condanni all’oblio e se invece la frequenti assiduamente e la spolveri, inevitabilmente la modifichi di continuo anche senza volerlo. Così il neuroscienziato Antonio Damasio descrive questi plastici processi neuronali: «I ricordi e il loro richiamo sono alla mercé di tutto ciò che ci rende individui unici. Gli stili delle nostre personalità hanno a che fare per molti aspetti con le modalità cognitive e affettive di ciascuna persona, e con l’equilibrio delle esperienze individuali in termini affettivi, di identità culturale, dei risultati, della fortuna. Come e che cosa creiamo culturalmente, e come reagiamo ai fenomeni culturali dipende dagli scherzi delle nostre memorie imperfette, manipolate dai sentimenti».

Gary Stix di Scientific American ha dedicato a questa scoperta un video molto semplice e ben fatto

 

Questa ipotesi predice un decadimento della memoria collettiva che segue appunto due fasi. La prima fase è quella dominata dalla memoria comunicativa: un periodo di intensa ma breve attenzione collettiva. Il secondo periodo, quello della memoria culturale, coinvolge minore attenzione e il decadimento avviene più lentamente. L’ipotesi, riassunta anche in un modello matematico, riproduce le dinamiche di attenzione per canzoni, film, biografie, articoli e brevetti, e rivela anche differenze interessanti. In caso di canzoni la memoria comunicativa è piuttosto breve e dura al massimo 4-5 anni, mentre nel caso delle biografie la memoria comunicativa può mantenersi anche per una ventina d’anni.

Il neuroscienziato americano di origine portoghese Antonio Damasio (Wikipedia)

Gli anziani dimenticano più dei giovani anche perché hanno sempre meno persone con cui confrontare i ricordi di esperienze comuni? Lo scrittore russo Vladimir Nabokov, nella sua autobiografia “Parla, ricordo” a volte si scusa con i lettori dell’inesattezza delle sue memorie, acuita dal fatto di non poterle verificare con qualche testimone oculare dell’epoca. Descrive anche meravigliosamente le sue lacune: «[…] quando oggi cerco di ripercorrere con la memoria i sentieri che si snodano da un punto a un altro, mi accorgo allarmato dei molti vuoti, dovuti all’oblio o all’ignoranza, simili agli spazi di terra incognita che i cartografi di una volta chiamavano ‘belle addormentate’».

Un esempio di memoria recuperata da una piccola collettività lo offre lo scrittore tedesco W. G. Sebald nel suo Austerlitz: «Stavo ascoltando due donne che parlavano dell’estate del 1939, quando da bambine erano state mandate in Inghilterra con un trasporto speciale. Avevano menzionato una serie di città – Vienna, Monaco di Baviera, Danzica, Bratislava, Berlino – ma solo quando una delle due ha detto che il proprio trasporto, dopo due giorni di viaggio attraverso il Reich tedesco e i Paesi Bassi, dove dal treno aveva potuto vedere le grandi vele dei mulini a vento, aveva finalmente lasciato Hoek van Holland sul traghetto Praga per attraversare il Mare del Nord fino ad Harwich, solo allora seppi senza dubbio che quei frammenti di memoria facevano parte anche della mia vita».

Non sempre desideriamo che le memorie altrui diventino nostre. Giuseppe Pontiggia, grande maestro di scrittura, avverte con ironia i suoi allievi che i lettori possono stufarsi di narratori troppo assidui: «Il principio cui obbediscono i cosiddetti scrittori della memoria è un principio evidentemente mnemonico. Cominciano a ricordare una casa sulla collina, poi i genitori che la abitano e tre fratelli che l’hanno abbandonata; poi i nonni materni che sono morti nell’infanzia del protagonista e le due zie paterne che vi soggiornavano d’estate. A questo punto, chi legge comincia a essere invaso da una sensazione di disagio e anche di panico. E se ci sono altri parenti? Infatti a pagina 195 ne appare un altro, poi una prozia in tarda età. E se questa prozia avesse due figli e tre nipoti di cui due sono vigorosi, il terzo invece è malato? Ecco, la domanda che si pone il lettore angosciato è: chi ferma il narratore della memoria?»

 

Io che non ho buona memoria, ne scrivo continuamente. Che sia per la paura di perderla del tutto? Un post riguardava le musichette appiccicose, e come liberarsene, in un altro ho scritto delle tracce fisiche che ogni ricordo lascia una traccia fisica nel cervello, in un altro ancora riportavo ricerche sulla possibilità di rimuovere i ricordi invadenti dalla memoria cerebrale, e qui ho parlato delle memorie collettive quando diventano false.

Per scrivere questo post ho letto Gary Stix, A Math Function Describes How Whole Societies Remember—and Forget, Scientific American (13/12/18). Inoltre ho consultato Cristian Candia et al., The universal decay of collective memory and attention, Nature Human Behaviour (10/12/18). Le citazioni vengono da: Iosif Brodskij, In Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Adelphi (1987); Antonio Damasio, The strange order of things, Pantheon (2018); W. G. Sebald, Austerlitz, traduzione di Anthea Bell, Penguin (2001), Giuseppe Pontiggia, Dentro la sera – Conversazioni sullo scrivere, Belleville Editore (2016). Nell’immagine di apertura (Wikipedia, U.S. Government) Pablo Neruda mentre registra alcune poesie per la biblioteca del Congresso statunitense nel 1966.

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *