Influenza aviaria come e perché

Di solito sentiamo parlare di influenza in tardo autunno e in inverno, quando alle nostre latitudini una parte della popolazione si ritrova a convivere forzatamente con febbre alta, dolori muscolari, tosse e naso che cola. Invece a partire da metà agosto di quest’anno un’altra influenza ha fatto capolino tra le notizie italiane: l’influenza aviaria. 6 focolai in altrettanti allevamenti (5 industriali e 1 domestico) in Emilia-Romagna, tra le province di Bologna e Ferrara, si sono sviluppati tra galline ovaiole e polli, probabilmente a causa di un primo contagio avvenuto attraverso un’anatra selvatica migratoria infetta. Non è la prima volta che accade, come ci ricorda la serie di epidemie che dal 1996 ha colpito diversi paesi del mondo, Italia compresa.

Ai primi segnali, le autorità sanitarie nazionali hanno subito messo in atto le normali procedure di monitoraggio e sorveglianza veterinaria specifiche per l’influenza aviaria per evitare il diffondersi del virus ad altri allevamenti, con l’abbattimento dei capi infetti, e anche dei polli nelle zone contigue al contagio, per precauzione. Ovviamente è stato anche identificato il virus responsabile della morte improvvisa dei polli contagiati, per capire quali strategie di profilassi e prevenzione adottare eventualmente nei confronti dell’uomo. Il nome del «colpevole» è H7N7.

Com’è stato classificato H7N7? 
H7N7 fa parte della grande famiglia Orthomyxoviridae dei virus influenzali, caratterizzati da un genoma a RNA. La molteplicità di questa famiglia di virus ha richiesto una classificazione in tipi e sottotipi. Ci sono infatti 3 tipi di virus dell’influenza: A, B e C. I virus A (i più diffusi), a loro volta, vengono poi ulteriormente suddivisi in sottotipi, a seconda delle differenti glicoproteine di superficie, neuraminidasi (N) ed emoagglutinina (H), che si trovano sull’involucro proteico chiamato capside che racchiude e protegge il genoma virale. Esistono 16 tipi di neuraminidasi (indicati con le sigle che vanno da N1 a N16) e 9 di emoagglutinina (indicati con le sigle che vanno da H1 a H9) e i vari tipi si possono combinare in forma assortita. H7N7 è quindi un virus del tipo A, sottotipo neuroaminidasi 7 e emoagglutinina 7. I suoi ospiti naturali sono gli uccelli acquatici selvatici, come le anatre, da cui il virus può passare ad infettare gli uccelli di allevamento, come è successo in Emilia-Romagna.

Mentre H7N7 in questo caso si è rivelato altamente patogeno per i polli, proprio perché ha velocemente provocato la morte degli animali contagiati, la salute dell’uomo non è messa in pericolo. Per ora i casi di contagio umano segnalati sono solo 3 e, in tutti i contagiati, l’unica manifestazione è stata una congiuntivite facilmente curabile. Il contagio è avvenuto perché le 3 persone sono addetti all’allevamento entrati in contatto con secrezioni o deiezioni degli animali infetti ricche di virus: gli animali infetti eliminano il virus attraverso le feci perché il virus aviario nei polli si moltiplica nell’intestino.

Per approfondire in che modo i ricercatori identificano e tracciano i cosiddetti «virus migratori», come quelli dell’influenza, guarda questo piccolo documentario realizzato dalla IBM per raccontare il progetto Checkmate. Il tono del documentario è forse un po’ enfatico, ma segue molto chiaramente la storia dei virus dell‘influenza fino all’epidemia di H5N1.

Quanto è pericoloso H7N7 per l’uomo?
I virus influenzali vengono classificati ad alta o bassa patogenicità sulla base dei sintomi più o meno gravi che vengono riscontrati negli individui, sia animali che uomini, infetti. Come spiega Giovanni Maga, virologo dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia, dove è responsabile della Sezione Enzimologia del DNA e Virologia Molecolare, «spesso di uno stesso virus esistono varietà sia a bassa che ad alta patogenicità. Per questo, ogni focolaio di influenza aviaria viene trattato con la massima attenzione e tempestività, indipendentemente dal fatto che il virus abbia o meno in precedenza infettato l’uomo, perché ad oggi non siamo ancora in grado di prevedere in anticipo se un virus aviario sarà a bassa o alta patogenicità per l’uomo solo sulla base dell’analisi molecolare. Normalmente H7N7 è considerato a bassa patogenicità per gli uccelli, ma dal 2003 ad oggi sono state riportate epidemie di ceppi sia a bassa che ad alta patogenicità in diverse nazioni. Per quanto riguarda il rischio per l’uomo, H7N7 viene considerato a bassa patogenicità sulla base dei dati dell’unico episodio significativo noto di infezione umana, avvenuto nel 2003 in Olanda. In quell’occasione, in concomitanza con un’epidemia di questo virus nei polli, tra le migliaia di individui potenzialmente esposti al virus sono state infettate solo 89 persone. E di queste, 78 avevano sviluppato una congiuntivite senza conseguenze».

A volte può capitare che un virus esordisca con caratteristiche a bassa patogenicità e poi, durante l’epidemia, acquisisca un carattere più aggressivo. Quindi il fattore tempo è fondamentale per limitare il contagio e lasciare meno tempo possibile al virus di riassortirsi. Infatti, una caratteristica peculiare di tutti i virus influenzali è la loro capacità di modificare il loro genoma nel tempo, acquisendo nuove caratteristiche, e di adattarsi eventualmente anche ad altri ospiti, infettandoli. H7N7, poiché è in grado di infettare sporadicamente i mammiferi, viene considerato un ’sorvegliato speciale’ proprio per il rischio che teoricamente possa diventare più patogeno. «Ma realisticamente», continua Giovanni Maga, «grazie alla sorveglianza e all’eliminazione dei capi infetti, difficilmente oggi si può immaginare che un’epidemia di H7N7 possa proseguire per un tempo sufficiente per generare virus ricombinanti più patogeni. Tuttavia con il virus dell’influenza è necessario non abbassare mai la guardia».

Uno scenario realistico di una pandemia è raccontato nel film Contagion diretto da Steven Soderbergh nel 2011. Lo storia si basa sulla reale pandemia di influenza aviaria del 2009 – 2010 (si trattava di H1N1). Qui sotto il trailer italiano:

Si può essere contagiati consumando uova e carne di pollo?
A parte il personale degli allevamenti e coloro che stanno collaborando all’abbattimento dei capi, che sono quindi a stretto contatto con gli animali, il pericolo di contagio per i consumatori di carne e uova non esiste. Ad oggi non ci sono evidenze di infezioni da virus influenzale aviario contratte attraverso l’ingestione di carni o uova. E spiega ancora Maga: «Questo perché il virus dell’influenza ha affinità soprattutto per le cellule superficiali delle nostre vie respiratorie, soprattutto superiori. L’ingestione è una via di infezione molto meno efficace per l’influenza, sia a causa dell’assenza di cellule suscettibili al virus nella bocca e sia perché l’azione degli enzimi digestivi, già presenti nella saliva, e dei succhi gastrici blocca la proliferazione del virus. Inoltre, nel caso delle uova, il virus è presente principalmente all’esterno, sotto forma di feci secche, quindi il problema ingestione non si pone. Poi, per precauzione, le autorità impongono anche la distruzione delle uova perché potrebbero contribuire alla diffusione della malattia all’interno dell’allevamento.” In ogni caso, ci rassicura in conclusione Maga, possiamo stare tranquilli perché in Europa “grazie alle severe norme vigenti, la probabilità dell’immissione sul mercato di carni o uova provenienti da animali infetti è nulla».

Per approfondire i rischi per la salute, puoi leggere le FAQ sull’influenza aviaria pubblicate sul portale Salute della Regione Emilia-Romagna, l’ultima colpita dal virus H7N7.Puoi anche consultare la brochure del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie intitolata L’influenza aviaria. Rischi, informazioni e misure preventive.

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Commenti [2]

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  1. giorgio fabbri

    puo’ essere utile disporre di qualche miliardo di euro per far avanzare la ricerca ???

    Egualmente utile fornire preventivamente all’Indonesia il materiale sanitario e strategico per affrontare
    la pandemia ???

    Rispondi