Come si fa un videogioco?

A volte non ce ne rendiamo conto, ma siamo circondati da videogiochi e, di conseguenza, da videogiocatori. È un gamer l’adolescente che gioca con i suoi amici in rete o nel salotto di casa, ma è un gamer anche il nostro vicino che sull’autobus si passa il tempo con un rompicapo prima di andare al lavoro. Il videogioco non è più solo un mezzo di intrattenimento, è diventato un mezzo di trasmissione culturale che ha raggiunto anche il mondo dell’educazione. Ne è un esempio Minecraft, un gioco di strategia che è diventato familiare anche nelle aule scolastiche. Ma che cos’è un videogioco? E che cosa c’è dietro la sua realizzazione? Lo abbiamo chiesto a Chiara Pasquini che presso la casa di produzione 505 Games si occupa di gestire la produzione di questi prodotti.

Per capire meglio cos’è Minecraft e come può essere usato nelle aule scolastiche, puoi leggere gli articoli che abbiamo dedicato a questo gioco su Aula di scienze

Come possiamo definire il videogioco, e come è nato?

Il videogioco è un gioco elettronico che prevede l’interazione tra le persone e un’interfaccia utente. In altre parole si tratta di un sistema in cui un monitor risponde ai nostri comandi, pensato per avere una funzione di intrattenimento. Quella dell’intrattenimento è una caratteristica fondamentale, perché una macchina per simulare interventi chirurgici, sebbene usi tecnologie molto simili (o identiche) a quelle di alcuni videogiochi, non può essere considerata un videogioco.
I primi videogiochi sono nati in ambito di ricerca già a partire dal secondo dopoguerra. Si trattava però di prototipi dimostrativi nell’ambito della nascente rivoluzione informatica; per il balzo commerciale bisognerà attendere gli anni ’70 con Pong, uno dei primi cabinati da sala giochi, dove bisognava intercettare una pallina che si muoveva da una parte all’altra dello schermo, muovendo in alto e in basso delle “racchette”.

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Una schermata di Pong, uno dei primi videogiochi commerciali (Immagine: via Wikimedia Commons)

I videogiochi sono un argomento tanto vasto quanto affascinante. Ecco i consigli del professor Paolo Cavallo a Mattia per la preparazione di una tesina su questo tema.

Come si sono evoluti i videogiochi?

Il successo di Pong diede inizio a un’evoluzione rapida e diversificata. Tra gli anni ’70 e gli anni ’80 nacquero le prime console che permettevano agli utenti di giocare a casa, mentre negli anni ’90 assistiamo alla rivoluzione delle console portatili, sulle quali sbarcheranno importanti innovazioni come il touch screen. Un’altra rivoluzione arriva con la diffusione dei cellulari, grazie ai quali i videogiocatori si sono moltiplicati, perché non è stato più necessario acquistare un dispositivo specifico per giocare. Nell’ultimo decennio compare la console Wii, dotata di uno speciale telecomando che traduce i gesti dell’utente in comandi; il Kinect, invece, è una speciale videocamera con proiettore a infrarossi che registra i gesti dell’utente, eliminando del tutto la necessità di tenere in mano un controller, come mostrato in questo video:

Con queste innovazioni si è esteso ulteriormente il termine videogiocatore, perché quasi chiunque può cominciare a giocare senza dover imparare a padroneggiare un joystick o un joypad.
La realtà virtuale aveva debuttato nel mondo dei videogiochi già negli anni ’80, ma la tecnologia non era ancora matura. Oggi invece è addirittura possibile costruirsi un semplice visore per la realtà virtuale usando il proprio smartphone: indossandolo il giocatore visualizza un ambiente tridimensionale col quale può interagire con un controller (di cui presto non ci sarà più bisogno).
Un’altra innovazione piuttosto recente è la realtà aumentata, che ora tutti conoscono grazie a giochi come Pokémon Go: in questi tipi di gioco si inquadra col telefonino la realtà intorno a noi, e in base alle coordinate geografiche personaggi e oggetti del gioco con i quali possiamo interagire sono visualizzati come una specie di sovraimpressione.
Spesso l’evoluzione dei videogiochi non sfrutta semplicemente gli sviluppi dell’informatica, ma inventa (o reinventa) tecnologie che poi vengono applicate in altri contesti. Per esempio le Gpu (Graphic Processing Units), cioè circuiti elettronici dedicati alla grafica, comparvero negli anni ’70 assieme ai primi cabinati, ma oggi sono anche nello smartphone che abbiamo in tasca.

Se abbiamo i videogiochi (e molti altri dispositivo elettronici) dobbiamo ringraziare anche Ada Lovelace, la matematica che quasi 200 anni fa ha scritto il primo algoritmo informatico della storia. Puoi leggere la sua storia nella rubrica Ieri, oggi, scienza di Marco Boscolo.

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Ritratto (dettaglio) di Ada Lovelace di Alfred Edward Chalon del 1840 e conservato al Science Museum di Londra (Immagine: Wikimedia Commons)

Come nasce un videogioco?

Raramente basta una sola persona per creare un videogioco. Si passa dalle 3-4 persone dei videogiochi indipendenti (Indie), alle centinaia tipiche delle grandi case di produzione (mainstream), che in alcuni casi lavorano con budget analoghi alle produzioni cinematografiche. Indie o mainstream, è necessario che nel team ci siano competenze di programmazione, grafica, audio e game design. Per la parte di programmazione servono solidissime basi di matematica, logica e anche di fisica. Il mondo dei videogiochi, infatti, ha regole proprie, ma che imitano quelle del mondo reale: per realizzare, per esempio, un videogioco di calcio, bisogna chiedersi “come si muove la palla?”. Ma anche un passatempo semplice come Angry Birds è governato da equazioni basate su quelle che descrivono il mondo in cui viviamo.

Per approfondire il rapporto tra la fisica e il nostro sport nazionale puoi leggere il libro Zanichelli La fisica del calcio.

Il reparto grafica e audio non deve essere composto solo da artisti capaci di padroneggiare grafica 2d e 3d e gli strumenti di audio engineering, ma devono anche sapersi orientare in base alle limitazioni dell’hardware (Pc, console, smartphone, ecc…). Gli animatori della Pixar possono permettersi di usare anche dei supercomputer per animare i singoli peli di una creatura, perché il prodotto finale è un filmato che deve semplicemente essere proiettato. Il videogioco invece è interattivo, quindi la grafica è limitata dalla prestazioni del dispositivo di gioco.
Il game design è invece il reparto che definisce la struttura del videogioco, cioè la storia, le regole, i livelli. Anche in questo caso le competenze da possedere sono trasversali, sia artistiche, sia tecniche: una volta il game design coincideva con la programmazione, ma con l’aumento di complessità dei videogiochi i due ambiti si sono separati.

Per conoscere un po’ della matematica dietro le animazioni 3d, leggi il “Come te lo spiego” scritto da Dany Maknouz, La matematica delle animazioni digitali 3D

Lo sviluppo del videogioco si può suddividere in tre fasi. Nella pre-produzione si valuta l’idea che c’è alla sua base (il pitch), si cerca di capire se è innovativa, se è in grado di competere con gli altri giochi della stessa categoria, e quanto costerà realizzare e promuovere il gioco.
Nella fase di produzione viene coordinato il lavoro dei vari reparti e si predispongono delle tappe (milestones) per la realizzazione del gioco. Queste milestones comprendono la realizzazione della versione alpha e della versione beta, che sono ripetutamente testate per eliminare tutti i possibili difetti del gioco e arrivare a una versione pronta per la vendita. Visto il numero di sistemi di gioco in circolazione è essenziale anche che il gioco rispetti gli standard fissati dai diversi produttori, quindi serve un vero e proprio controllo qualità.
In post-produzione il videogioco ultimato continua a essere testato per ricevere le ultime correzioni prima della distribuzione e, allo stesso tempo, si mette in moto il marketing. La gestione della produzione è affidata a figure specifiche, i producers, che sono un po’ come i registi di un film.
La realizzazione di alcuni giochi può durare anni, ma è possibile creare un gioco anche in tempi molto più brevi: durante raduni chiamati Game jam i team devono realizzare il prototipo di un videogioco su un tema deciso dagli organizzatori nell’arco di pochi giorni o addirittura poche ore. Esperienze di questo tipo sono molto utili per chi vuole farsi le ossa nel mondo dei videogiochi perché invogliano a produrre qualcosa di finito (sono un po’ come degli esercizi) e facilitano il confronto con gli altri.

Anche in italia esistono alcune scuole specializzate per chi vuole imparare a creare videogiochi. Tra queste una delle principali è Digital Bros Game Academy, ma anche alcune università italiane stanno attivando percorsi specializzati.

Perché i videogiochi stanno diventando sempre più diffusi?

Nel tempo i videogiochi sono diventati sempre più accessibili. A fianco dei vecchi videogiochi come Tetris (che comunque divertono ancora) sono nati moltissimi generi, in grado di rivolgersi a pubblici molto diversi. Come abbiamo detto, parte del merito va alla diffusione di nuove tecnologie che permettono a tutti di cominciare a giocare, ma allo stesso tempo si sono evoluti anche i linguaggi. Per esempio, una volta tutti i videogamer sapevano che se un barile era rosso sarebbe esploso sparandoci contro, ma convenzioni come questa presupponevano una certa esperienza precedente: per chiunque altro un barile rosso è solo un barile rosso. Oggi invece si cerca di fare un nuovo videogioco senza presupporre conoscenze acquisite dal giocatore al di fuori di quello specifico gioco, cioè non è necessario apprendere linguaggi da “iniziati” per entrare in questo mondo e cominciare a giocare. Il videogame inoltre è maturato al punto da riuscire ad andare oltre l’aspetto puramente ludico (che comunque rimane) e a diventare anche un modo per comunicare.

La programmazione informatica diventerà una competenza sempre più basilare, di cui anche la scuola dovrà tenere conto: perché non partire proprio dai videogiochi? Su questo argomento puoi leggere il “come te lo spiego” Matematica e giochi interattivi: perché imparare e insegnare a programmare giochi e visitare il sito dell’iniziativa L’Ora del Codice.

 

Come è possibile sfruttare i videogiochi, al di là dell’intrattenimento?

Il videogioco ha talmente successo che i princìpi alla sua base vengono usati in altri ambiti (gamification). Per esempio esistono meccanismi di fidelizzazione del cliente (per esempio tramite un’app) basati su punti, livelli e riconoscimenti, ma è anche possibile usare un approccio simile per la ricerca scientifica. Un caso molto famoso è quello di FoldIt, un gioco del genere “puzzle game” dove bisogna ripiegare una proteina virtuale nel modo migliore. Risolvere la struttura tridimensionale di una proteina è infatti un problema molto complesso, e il cervello umano spesso se la cava meglio dei computer. Grazie a FoldIt gli scienziati analizzano le strutture che hanno ottenuto punteggi più elevati e cercano di capire se quella soluzione funziona anche nel mondo reale.
Con una filosofia simile (edutainment) sono stati anche realizzati dei videogiochi per l’apprendimento scolastico, ma il mondo dell’istruzione e quello dei videogiochi sono ancora piuttosto distanti, e questo forse spiega perché questi prodotti faticano di più ad avere successo. I videogiochi possono però anche essere un mezzo di promozione sociale, per esempio One world one million stories di Videogames without borders è stato realizzato raccogliendo storie tradizionali del Burkina Faso, che sono diventate interattive per favorire la loro comprensione da parte dei bambini di tutto il mondo. I ricavi del gioco serviranno a finanziare progetti di sviluppo delle Ong del Burkina Faso.

Sul sito della no-profit Games for a Change è possibile trovare moltissimi videogiochi dedicati alle più diverse cause, dall’istruzione scolastica alla tutela ambientale. Sono disponibili sia giochi didattici come Nova’s Evolution Lab, sia progetti di citizen science simili a FoldIt, come quelli della piattaforma Zooniverse.

Immagine in apertura: un mosaico dello street artist Invader a Bilbao (Spagna) vicino all’entrata del Guggenheim Museum,  by kurtxio (Space invaders) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Immagine box: Tookapic via Pexels

Per la lezione

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