Arrival e la linguistica

Dopo avere rastrellato 8 nomination agli Oscar 2017, Arrival è riuscito a portarsi a casa solo una statuetta per il montaggio audio, ma il regista Denis Villeneuve, che sta ora ultimando il seguito di Blade Runner, può comunque consolarsi col grandissimo successo di pubblico e critica.

Tratto dal racconto di Ted Chiang Storia della tua vita (2002), Arrival è senza dubbio un’originale trattazione del primo contatto con gli extraterrestri, almeno per gli standard cinematografici. Come nel capolavoro del 1997 Contact, la protagonista è ancora una volta una scienziata, ma questa volta tratta una disciplina solitamente poco rappresentata sul grande schermo: la linguistica.

Louise Banks, interpretata da Amy Adams, deve capire come parlare con gli Ettapodi, alieni vagamente simili a piovre atterrati con gigantesche astronavi in tutto il mondo: da dove vengono? E soprattutto, che cosa vogliono? La linguista Jessica Coon (McGill University) è stata consulente per il film e, anche se l’accuratezza scientifica non è mai in cima alle preoccupazioni di Hollywood, è probabilmente grazie a lei se alcuni aspetti della linguistica sono stati trattati in modo plausibile.

Per capire meglio i temi affrontanti nel film, abbiamo intervistato Roberta D’Alessandro, professoressa in sintassi e variazione linguistica all’Università di Utrecht (Olanda), coordinatrice di un progetto di ricerca che studierà come i dialetti (lingue romanze) parlati dagli italiani migrati nelle Americhe sono stati modificati dal contatto con altre lingue derivate dal latino (portoghese, francese, spagnolo..ecc..).

Se vuoi conoscere meglio la linguistica puoi seguire la pagina divulgativa Linguistica in Pillole curata dalla professoressa D’Alessandro:

La ricerca di vita intelligente nell’Universo si basa principalmente sulle trasmissioni radio e viste le distanze interstellari una vera conversazione sarebbe impossibile. Nell’ipotesi che intercettassimo un messaggio da una civiltà aliena, sarebbe possibile decifrare una lingua sconosciuta senza possibilità di interagire direttamente?

Possiamo provare a rispondere alla domanda in base a quello che sappiamo dei linguaggi umani. Nel film i protagonisti hanno la possibilità di comunicare in tempo reale e questo sicuramente facilita moltissimo l’apprendimento reciproco. Non è tuttavia impossibile decifrare una lingua senza la possibilità di interagire, ma molto dipende da quanto materiale è disponibile in quella lingua: per comprendere un linguaggio sconosciuto bisogna prima di tutto cercare i pattern, gli schemi che tendono a ripetersi. Se pensiamo all’etrusco, una lingua che ci è giunta “da un altro mondo” e da un altro popolo, seppure terrestre, possiamo dire di conoscerlo ben poco. Tutto quello che abbiamo di questa lingua sono dei nomi, delle iscrizioni sulle tombe e poco altro. Per l’egiziano antico, invece, c’era moltissimo materiale, senza contare il contributo della stele di Rosetta, in cui alcune frasi in geroglifico erano tradotte in greco antico, una lingua già nota.

Per una veloce introduzione al civiltà etrusca puoi leggere la voce dedicata in Storia digitale, l’enciclopedia storica di Zanichelli.

Nel film viene citata l’ipotesi Sapir–Whorf, secondo cui il linguaggio determina il modo in cui pensiamo. Ma quanto è vero questo?

Secondo questa ipotesi, conosciuta anche come «relativismo linguistico», la lingua stabilirebbe il modo in cui il parlante percepisce la realtà. Per fare un esempio, l’italiano, come molte altre lingue, ha il futuro; ma esistono diverse lingue che ne sono prive, come il finlandese. Ne conseguirebbe che i parlanti di lingue senza tempo futuro sarebbero anche privi del concetto. In questo senso l’ipotesi è certamente confutata: sia noi (che tra l’altro non usiamo quasi mai il futuro parlando), sia i finlandesi siamo ugualmente capaci di concepire il futuro. In generale, linguaggio e cognizione sono certamente interconnessi, ma non in maniera deterministica, come vorrebbe appunto l’interpretazione più audace del relativismo linguistico.
Per quanto riguarda il film, ci troviamo esattamente in questo campo: tutte le lingue a noi note sono sequenziali, cioè si sviluppano costruendo frasi un pezzo dopo l’altro. Il linguaggio degli alieni invece è simultaneo, circolare, e quando Louise lo apprende questo cambia anche la sua percezione del tempo, rendendola consapevole allo stesso momento di passato, presente, e futuro. La premessa linguistica è quindi poco plausibile, ma d’altra parte siamo in un film.

Per conoscere meglio la relazione tra il linguaggio e la mente puoi guardare questa lezione dello scienziato cognitivo e psicologo Steven Pinker:

Gli alieni usano dei logogrammi per comunicare con gli umani. Di che cosa si tratta?

Prima una distinzione: le lingue sono parlate o segnate; poi esiste la loro trascrizione. I logogrammi sono una forma di trascrizione alternativa a quella comunemente conosciuta agli occidentali. Mentre noi usiamo un alfabeto per comporre le parole, lingue come il cinese sono trascritte solitamente in forma di logogrammi, che sono dei piccoli disegni che indicano una parola o pezzi di frasi. Visivamente un logogramma può somigliare a un oggetto reale o essere completamente astratto; anche se, specialmente ai nostri occhi, la scrittura alfabetica sembra più semplice da produrre, i più antichi sistemi di trascrizione erano basati su logogrammi.
Quelli che vediamo nel film sono logogrammi un po’ diversi da quelli reali: sembra che un singolo disegno possa comunicare un intero discorso, e che non abbiano relazione con i suoni pronunciati dai due alieni che vogliono comunicare con la protagonista. Nella finzione cinematografica questo si potrebbe ancora una volta spiegare con il diverso modo di concepire il tempo.

Per saperne di più sui primissimi sistemi di scrittura, e sulla loro evoluzione, puoi ascoltare la puntata Dacci un segno” di Radio3Scienza.

La protagonista del film afferma che è più facile decifrare il linguaggio scritto rispetto ai suoni del linguaggio parlato: è vero?

In realtà è una questione di punti di riferimento, ovvero di quanto il parlante ha familiarità con la lingua che deve apprendere. Per fare un esempio, la pronuncia olandese è molto complessa, ma la sua scrittura è molto simile al tedesco. Io stessa, conoscendo il tedesco, non ho avuto particolari difficoltà a leggere l’olandese, mentre è stato meno immediato imparare la pronuncia. Se però un parlante entra in contatto con una lingua radicalmente diversa dalla propria – nel nostro caso potremmo immaginare il cinese – senza punti di riferimento sarebbe molto più facile imparare a parlare, piuttosto che a leggere. Nel film però linguaggio parlato e scrittura non sembrano avere corrispondenza, e per gli esseri umani è certamente più pratico costruire un database di logogrammi e confrontarli tra loro, anziché fare qualcosa di analogo con gli incomprensibili suoni alieni.

Prima di Arrival Hollywood aveva già chiesto aiuto a un linguista: in questo articolo di Aula di Scienze, per esempio, puoi scoprire come Paul Frommer ha creato la lingua dei Na’ vi, gli alieni del film Avatar (2009):

Si dice spesso che la matematica sia un linguaggio universale, eppure la linguista protagonista di Arrival scarta l’ipotesi di usarla per comunicare. Per quale ragione?

Non è detto che la nostra logica sia universale quanto crediamo. Oltre a questo bisogna considerare che la matematica, di per sé, non ha la capacità di veicolare le informazioni di una lingua, che è molto più complessa. Una lingua è un insieme di suoni (o segni) legati tra loro da regole, che possono anche essere matematiche; ma per comunicare qualcosa serve anche un vocabolario, che la matematica, da sola, non può fornire. Per questo motivo i traduttori automatici lasciano ancora molto a desiderare: se infatti è relativamente facile codificare delle semplici regole matematiche in un programma, è invece molto più difficile addestrare una macchina a riconoscere qualcosa come il contesto di una frase. Quello che probabilmente vuole dirci il film è che non può esistere una comunicazione complessa senza una lingua, e che quest’ultima deve essere appresa partendo dalle sue basi. Nelle altre forme di comunicazione un segnale è interpretato grazie a un sistema di codifica condiviso tra i comunicanti; in una lingua, invece, un numero limitato di elementi può dare origine a un numero di frasi infinito. Per questo motivo, nonostante tutti gli organismi comunichino, attualmente solo per la nostra specie è possibile parlare di linguaggio.

Se vuoi sapere come gli scienziati stanno cercando di contattare possibili forme di vita extraterrestri, puoi leggere il Come te lo spiego “Gli alieni parlano in binario“.

 

Per la lezione

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