Guglielmo Marconi e l’invenzione della radio

Nel 1898 la più importante gara nautica d’Irlanda, la Kingstown regatta, si è svolta tra il 20 e il 22 luglio, con gli equipaggi avversari che si sono dati battaglia a partire dal porto di Dún Laoghaire (nota anche come Kingstown) nella baia di Dublino. In queste occasioni l’attesa per il rientro a terra dei giornalisti è alle stelle, soprattutto fino a quando le imbarcazioni non sono visibili con chiarezza dai moli: tutti vogliono sapere quale barca è in vantaggio e quali sono state le manovre azzeccate dagli equipaggi. Ma questa gara di fine Ottocento non è stata una gara come le altre: continui aggiornamenti arrivano da un rimorchiatore dove Guglielmo Marconi ha montato un telegrafo senza fili che trasmette costantemente verso la terraferma, comunicando con le redazioni del Daily Express e dell’Evening Mail, due quotidiani di Dublino. Nell’arco dei tre giorni di gara, lo stesso Marconi fa giungere a terra oltre 700 messaggi in codice morse da una distanza compresa tra i 16 e i 40 kilometri dalla costa: è la prima cronaca sportiva in diretta della storia.

La cronaca in diretta della Kingstown regatta è una pagina rivoluzionaria della storia del giornalismo e ha un’eco mediatica enorme perché mostra a un pubblico molto vasto le potenzialità del sistema di trasmissione di onde radio che l’inventore e fisico italiano sta mettendo a punto in quegli anni. Marconi ha appena ventiquattro anni, ma idee piuttosto chiare sugli obiettivi che vuole raggiungere e sa benissimo che l’appoggio della stampa potrebbe rivelarsi fondamentale. Ha ragione, poiché l’impresa irlandese gli fa guadagnare una convocazione della corona britannica. Da lì il passo è breve per un contratto tra la giovane azienda dell’italiano e il Lloyd’s: il sistema telegrafico senza fili viene montato su tutte la navi della compagnia e su ogni faro al prezzo di 20 sterline a impianto. Non è ancora la consacrazione definitiva della sua invenzione, e i problemi tecnici da risolvere sono ancora molti, ma il vento della storia comincia decisamente a soffiare sui segnali invisibili lanciati dalle macchine di Marconi.

 

Chi è Gugliemo Marconi?

Il padre è Giovanni Marconi, un gentiluomo bolognese che ha diverse proprietà nella zona di Pontecchio, sui primi colli appenninici alle spalle della città. In seconde nozze sposa l’irlandese Annie Jameson, nipote del fondatore della distilleria di whiskey che ancora oggi porta il suo nome. Guglielmo nasce in pieno centro a Bologna il 25 aprile del 1874 e porterà per sempre con sé questa doppia radice familiare di italiano e di anglicano irlandese. Fin da bambino, nella cosiddetta stanza dei bachi (dove venivano allevati i bachi da seta) Guglielmo sperimenta con cavi elettrici e bobine, affascinato dai fenomeni elettrici, ma soprattutto attratto dall’idea di poter trasmettere a distanza i segnali sfruttando le onde hertziane scoperte da poco.

Un giovane Guglielmo Marconi

Appena ventenne realizza un rilevatore di fulmini composto da una pila, un coesore (un cilindro di vetro con all’interno limatura di nickel e argento posta fra due tappi d’argento che avrà un ruolo fondamentale nella costruzione del telegrafo wireless) e un campanello elettrico, che suona per segnalare i fulmini. La storia prosegue con Guglielmo che continua a fare esperimenti, ipotizzando di sostituire al fulmine un segnale prodotto da lui stesso, fino a riuscire a far suonare un campanello posto a una certa distanza all’interno della stessa stanza con un impulso inviato con un tasto telegrafico.

 

Che cosa ha inventato?

Nella conferenza tenuta in occasione del ritiro del Premio Nobel, Marconi spiega l’andamento dei suoi progressi di quegli anni:

“Nelle mie prime prove ho adoperato un comune oscillatore di Hertz e, come rivelatore, un coherer (o coesore, NdA) di Branly; ma presto mi sono reso conto che il coherer di Branly era troppo poco stabile e sicuro per una utilizzazione veramente pratica. Dopo alcune esperienze scopersi che un coherer consistente in limatura di nickel e argento posta fra due tappi d’argento in un tubo, era notevolmente sensibile e sicuro. Questo perfezionamento e il fatto di aver inserito il coherer in un circuito accordato con la lunghezza d’onda trasmessa, mi permisero di aumentare gradualmente a circa un miglio la distanza alla quale potevo azionare il ricevitore. Un altro espediente […] consistette nell’inserire il coherer in un circuito con una cella voltaica e un sensibile relè telegrafico azionante un altro circuito che faceva funzionare un martelletto o vibratore. Con un tasto Morse inserito in uno dei circuiti dell’oscillatore o trasmettitore era possibile emettere successioni brevi o lunghe di onde elettriche, che azionavano il ricevitore a distanza e permettevano di riprodurre esattamente i segnali telegrafici trasmessi attraverso lo spazio dal trasmettitore”.

Le sfide da affrontare erano quindi aumentare la distanza a cui si potevano mandare segnali e, non secondario, come aggirare gli ostacoli, per esempio colline ed edifici, che si potevano frapporre tra trasmettitore e ricevitore. In una conferenza tenuta a Londra nel 1899 (e citata da Gian Carlo Corazza, Marconi e l’invenzione della radio), spiega quale sia stata la vera svolta:

“Quando nel 1895 effettuavo in Italia una serie di esperimenti utilizzavo un oscillatore con un polo messo a terra e l’altro connesso ad una capacità isolata, mentre il ricevitore era anch’esso messo a terra e connesso a una capacità simile. Le capacità erano costituite da cubi di ferro stagnato di trenta centimetri di lato […] Utilizzando cubi più grandi, di cm.100 di lato, fissati ad una altezza di 8 metri, si potevano ricevere chiari segnali in un raggio di 2400 metri” .

Marconi, anche se non la chiama così, ha messo a punto un dispositivo fondamentale per la ricezione dei segnali radio: l’antenna. Quest’ultima trovata, assieme al perfezionamento del coesore, aprono alla trasmissione radio la possibilità di aumentare notevolmente le distanze tra trasmettitore e ricevitore. È testando questa conformazione del proprio apparato che, come narra la “leggenda”, Marconi può passare progressivamente a coprire distanze sempre più grandi, fino a quando non deve avvalersi della collaborazione del fratello Alfonso o del maggiordomo che sparano un colpo di fucile a salve quando ricevono il segnale a qualche kilometro di distanza, oltre la collina dei Celestini, nei pressi di Pontecchio.

 

L’eredità di Marconi

Dallo straordinario periodo creativo di fine Ottocento che abbiamo evocato grazie alle sue stesse parole, Marconi ricava diversi brevetti e continua per tutta la vita a migliorare il suo apparato. La svolta più importante arriva il 12 dicembre 1901 con il collegamento wireless transatlantico ad opera della Wireless Telegraph and Signal Co. Ltd, di cui Marconi è fondatore e direttore, quando i segnali inviati dalla stazione di Poldhu, in Cornovaglia, giungono al ricevitore posto in Terranova, in Canada. La conferma dell’esperimento del 1901 arriva nel corso di due campagne di test condotte dallo stesso Marconi a bordo dell’incrociatore Carlo Alberto della Marina Italiana, con cui si trasmettono e ricevono segnali sia nel Mediterraneo, sia nell’Atlantico, ma anche nella Manica e nel Mar Baltico, senza che le montagne si frappongano tra le diverse stazioni radiotelegrafiche rappresentando un ostacolo alla trasmissione del segnale.

Il padiglione antenna di 400 fili alla stazione radiotelegrafica di Poldhu (In Cornovaglia)

Durante questi anni, che lo portano anche al premio Nobel per la Fisica (è il primo italiano a riceverlo) nel 1909, Marconi si deve anche difendere, oltre che dallo scetticismo, anche dagli attacchi di altri scienziati e inventori che provano a mettere in discussione ciò che l’italiano ha brevettato. L’argomentazione principale è che nessuno degli apparati messi insieme da Marconi è costituito da alcunché di scientificamente nuovo. Tutti i principi su sui si basa la trasmissione wireless dei segnali radio sono noti da anni e i diversi componenti che egli stesso utilizza sono oggetti messi a punto da altri e già impiegati nei laboratori europei. Certo va almeno precisato che i miglioramenti che la sua abilità e la sua perizia sperimentale hanno infuso in molti di essi, a partire dal coesore per finire con l’antenna, sono stati decisivi. Marconi, allora, come un semplice bricoleur che ha saputo risolvere un puzzle di cui tutti i pezzi erano già a disposizione? Gli si farebbe torto, perché oltre ai risultati ottenuti sul campo, va ricordato come fin da giovanissimo Marconi avesse chiaro, a differenza di chiunque altro stesse lavorando nello stesso settore, che lo scopo con il quale lavorava ai suoi apparati era quello di trasmettere segnali a distanza attraverso l’etere. Un caso, usando una terminologia più attuale, di ricerca e invenzione non tanto curiosity-driven, ma che nasceva già applicata nella mente del suo ideatore.

 

Per approfondire:

Una interessante bibliografia si può trovare in questo post di Paolo Cavallo, con i riferimenti alla conferenza del Nobel, le risorse divenute disponibili in occasione del centenario del premio e altre indicazioni.

Un’avvincente ritratto di Guglielmo Marconi è quello scritto dal giornalista Riccardo Chiaberge e intitolato “Wireless. Scienza, amori e avventure di Guglielmo Marconi” (Garzanti, 2013) di facile reperibilità nelle biblioteche.

Sulla Kingstown regatta del 1898 si possono consultare un post del blog di storia della radio di Brian Greene e un articolo sul sito della Clifden and Connemara Heritage Society.

Altre risorse su Marconi, tra cui l’articolo di Gian Carlo Corazza citato nella nostra ricostruzione, si trovano sul sito della Fondazione Guglielmo Marconi.

 

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