Mathilde Krim, la scienziata che voleva sconfiggere l’AIDS

Gli anni Ottanta del Novecento sono un momento di grande fiducia nei confronti della ricerca biologica. Si sta preparando il terreno per la grande accelerazione delle biotecnologia, ben esemplificata dalla storia di Kary Mullis, e gli avanzamenti nella biologia molecolare aprono a prospettive di cura fino a quel momento solamente sognate. In molti laboratori del mondo c’è grande ottimismo e il lavoro di ricerca lascia sperare che in fondo alla strada ci sia anche la cura per uno dei nemici più terribili in circolazione, il cancro.

È un’atmosfera che deve aver coinvolto anche il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, uno dei centri più avanzati al mondo in questo settore, dove sta lavorando Mathilda Krim, una genetista e virologa che cerca di capire quale sia il ruolo degli interferoni in una possibile cura della leucemia. Proprio nel 1980, però, si lascia coinvolgere da un amico medico, Joseph Sonnabend, nell’analisi dei campioni di sangue prelevati da un particolare gruppo di pazienti con sintomi inusuali. Si tratta esclusivamente di uomini omosessuali che presentano linfonodi e milza ingrossati, sebbene non paiano malati. Sonnabend vuole cercare di capire che fenomeno sta osservando, quando i pazienti cominciano a morire.

Probabilmente sono i primi casi registrati di decessi dovuti all’AIDS, la sindrome dell’immunodeficienza acquisita che negli anni a venire si tramuterà in una tragedia inattesa, uccidendo milioni di esseri umani in tutti i continenti. Questo non è che l’inizio di una guerra tra la medicina e l’HIV, il virus responsabile dell’AIDS, che non è ancora terminata e la storia di Mathilde Krim, da allora fino alla morte avvenuta il 16 gennaio scorso, è stata totalmente dedicata a combatterla.

Video-ricordo dell’Amfar in occasione della sua scomparsa

 

Chi era Mathilde Krim?

Mathilde Galland nasce a Como, in Italia, il 9 luglio del 1926. Suo padre è uno svizzero italiano, Eugene Galland, e sua madre, Elizabeth Krause, è di origine austriaca. Nel 1932 tutta la famiglia si trasferisce a Ginevra, dove Mathilda cresce e studia. All’Università di Ginevra, Mathilde mostra un notevole talento per la biologia e in particolare per la genetica. Ma sono le atrocità della Seconda Guerra mondiale a segnare un primo, importantissimo momento della vita. Sconvolta dalle notizie dei campi di concentramento nazisti, Mathilde decide di unirsi a un gruppo sionista clandestino, Irgun, e dopo la fine della guerra diventa per un breve periodo una contrabbandiera di armi in Palestina, cercando di rifornire la resistenza che sta combattendo contro l’Impero britannico che governa in Palestina dal 1931 al 1948. All’interno di Irgun conosce il primo marito, David Danon, studente di medicina bulgaro, con il quale si trasferisce in Israele e dal quale ha una figlia, Daphna.

Il presidente USA Jimmy Carter, Mathilde Krim e il marito Arthur (Immagine: Amfar)

In Israele, Mathilde Galland lavora nel laboratorio di Leo Sachs al  Weizmann Institute of Science. Assieme si occupano di virus che provocano il cancro, un campo nel quale Galland lavorerà fino a metà degli anni Ottanta. Il suo contributo si concretizza in una dozzina di paper scientifici pubblicati in rivista peer-reviewed, tra cui anche un pionieristico studio sull’amniocentesi, una tecnica diagnostica prenatale che permette di individuare il sesso del feto ed eventuali malformazioni. Il matrimonio con Danon nel frattempo è finito, e Mathilde si innamora di uno degli amministratori del Weizmann Institute, Arthur Krim, che sposa nel 1958 per poi emigrare insieme negli Stati Uniti.

 

Perché si è occupata di AIDS?

A New York, Mathilde Krim si butta anima e corpo nella ricerca, continuando a studiare la relazione tra virus e cancro al Cornell Medical College, prima, e allo Sloan Kettering, poi. Si convince di aver intravisto una possibile cura per la leucemia negli interferoni, ma nonostante tutti gli sforzi – non solo suoi – non si arriverà mai alla cura universale che lei aveva sperato. Tutto sembra procedere in una sorta di copione già visto: una brava ricercatrice che però vede i suoi sogni ridimensionarsi con il passare del tempo. A cambiare il corso della storia è la collaborazione con l’amico Sonnabend e la morte dei suoi pazienti.

Immagine tratta da Phelan, Pignocchino Biologia © Zanichelli, 2017

Negli Stati Uniti, il contagio dell’AIDS si diffonde piuttosto rapidamente all’interno della comunità omosessuale e tra i tossicodipendenti, per diventare presto un’emergenza sanitaria globale. Una parte non piccola dell’opinione pubblica e dei media comincia a identificare la malattia con una sorta di punizione divina, come se si trattasse delle conseguenze di una vita dissoluta e una sessualità libertina. Mathilde Krim è colpita profondamente, perché sa che non c’è nessuna base scientifica per le associazioni tra omosessualità o tossicodipendenza e AIDS. Le sembra di rivedere, come dichiarerà più volte, lo stesso film della Seconda Guerra mondiale, quando uno pregiudizio privo di qualsiasi fondamento aveva colpito una parte della popolazione. «Ero esterrefatta da uno stigma privo di senso che la malattia portava con sé. Era basato su pregiudizi radicati e sull’ignoranza della biologia». Alla base della trasmissione della malattia c’è infatti un virus, l’HIV, che però si trasmette anche tra gli eterosessuali, al punto che secondo le stime più recenti, la trasmissione eterosessuale costituisce oggi il 24% del totale.

 

I numeri dell’AIDS

Nel 1983, grazie a un finanziamento del marito che lavora nel mondo del cinema,  Mathilde Krim e un gruppo di amici fonda l’AIDS Medical Foundation, la prima organizzazione che si occupi di finanziare programmi di ricerca e sostegno alle politiche per la lotta all’AIDS. Madrina dell’inaugurazione, l’attrice Elizabeth Taylor, che apre la strada a moltissimi testimonial del mondo dello spettacolo. Due anni più tardi si fonde con una istituzione simile sorta in California, diventando l’Amfar (American Foundation for AIDS Research). Lo scopo è raccogliere denaro da donazioni e farlo arrivare più rapidamente ai ricercatori rispetto ai programmi governativi. Per dare un’idea dell’importanza del lavoro dell’Amfar, basti ricordare che solamente durante la presidenza di Krim (che ha lasciato nel 2005) l’organizzazione ha raccolto oltre mezzo miliardo di dollari.

Mathilde Krim con Madonna all’inizio degli anni Novanta (Immagine:

Nonostante gli sforzi dell’Amfar e della ricerca tutta, l’AIDS non è stato ancora sconfitto. Oggi si può convivere anche lungamente con il virus senza che si sviluppi la malattia conclamata. Le persone che sono portatrici dell’HIV vengono chiamate sieropositive. Secondo UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di AIDS, le persone che convivono con l’HIV oggi sono oltre 36 milioni (dati aggiornati a giugno 2017). La qualità della vita e l’aspettativa di vita di una persona sieropositiva dipendono fortemente dalla possibilità di accedere ai farmaci antiretrovirali, che mantengono bassa la carica virale nel corpo dei pazienti, e alle cure mediche adeguate.

Nonostante la sensibilizzazione e l’informazione che progressivamente ha cercato di fare breccia nello stigma privo di fondamento scientifico degli anni Ottanta, i dati mostrano purtroppo che nonostante un rallentamento sensibile, nei soli primi sei mesi del 2017 i nuovi contagi sono stati 1,8 milioni a livello globale, di cui 160 mila sono ragazzi e ragazze con meno di 14 anni.

Raramente si muore direttamente per l’AIDS, ma per causa di diversi tipi di malattie (anche rare) che proprio la condizione di immunodeficienza rende più pericolose e letale per i malati. Guardando ai dati dei decessi, ci si rende conto che non siamo più di fronte ai picchi degli anni Ottanta, ma negli ultimi dieci anni c’è stato comunque almeno un milione di morti l’anno. Un fattore determinante è dove vivono le persone ammalate: nel 2016 quattro decessi su 10 sono avvenuti in Africa orientale e meridionale, soprattutto nei Paesi più poveri, dove l’accesso alle cure e ai farmaci non è garantito. In generale, a fronte di 36 milioni di persone sieropositive, solamente 17 milioni hanno accesso ai farmaci antiretrovirali, lasciando altri 19 milioni a combattere una battaglia senza armi (dati 2016 UNAIDS).

Contro tutto questo ha cercato di lottare per tutta la vita Mathilde Krim, raccogliendo denaro e cercando di impiegarlo nelle ricerche più promettenti. Sembra quasi che sia stata distolta dalla sua routine dall’emergenza che ha visto nascere attorno a sé. Alla sua morte, Gregg Gonsalves della Yale School of Public Health, ha dichiarato alla rivista Slate, «ha visto qualcosa di terribile colpire le persone e ha deciso di agire. È un esempio della solidarietà e della compassione, del coraggio e della forza che ha dimostrato per tutta la sua vita». Non ha accettato che i pregiudizi e l’ignoranza potessero ostacolare l’impegno nel combattere una malattia e non ha mai perso occasione per ribadirlo a chiunque la ascoltasse.

 

Immagine in apertura e nel box: Amfar.

Per la lezione

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