Le cellule staminali sono state e continuano a essere, nel nostro paese come in altri, al centro di accese discussioni tra scienza ed etica. Non tutte, però. Il problema riguarda l’accettabilità pubblica, o meno, dell’uso delle cellule staminali embrionali per la ricerca ed, eventualmente in futuro quando sarà possibile farlo, per lo sviluppo di terapie. E, soprattutto, le differenze legislative tra un paese e un altro e le ricadute sul lavoro dei ricercatori e sullo sviluppo delle conoscenze.
Dopo avere descritto in una prima intervista le cellule staminali, distinguendo tra embrionali e adulte e spiegandone le potenzialità, Elena Cattaneo, coordinatrice del laboratorio UniStem, centro di ricerca specializzato sulle cellule staminali, dell’Università di Milano, racconta in questa seconda parte, i diversi approcci etici che regolano, anche attraverso normative nazionali molto diverse, la ricerca in questo campo. Di seguito il testo rielaborato dell’intervista video. E, in fondo all’articolo, alcune domande di comprensione del testo.
Il problema etico? Dipende da come si definisce l’embrione
Le staminali che sollevano controversie e dibattiti etici sono quelle embrionali perché derivano dalla blastocisti, vista da una parte della società come fosse una persona. Poiché, per ricavare le cellule, è necessario distruggere la blastocisti, i fautori di questa visione considerano la derivazione delle cellule al pari di un omicidio. Per un’altra parte della società, di cui faccio parte anch’io, invece, la blastocisti è solo una struttura che si ottiene in laboratorio, soprannumeraria, composta da 200 cellule, priva di corpo, cuore, proteine del cervello. Non posso quindi riconoscerla come persona.
Colonia di cellule staminali embrionali (Immagine: M. William Lensch, PhD. Harvard Medical School)
Le blastocisti utilizzate sono quelle soprannumerarie
Le blastocisti sono soprannumerarie perché sono ottenute a seguito delle tecniche di fecondazione in vitro. Quando si utilizzano queste tecniche, utili a risolvere i problemi di fertilità delle persone, vengono normalmente prodotte anche 10-20 blastocisti ma solo una o due di queste vengono impiantate.*
Se la blastocisti attecchisce e la gravidanza procede, quelle conservate sono in eccesso e la coppia da cui originano può decidere di donarle alla ricerca. O, a seconda dei paesi, può anche decidere di donarle ad altre coppie. Da queste blastocisti soprannumerarie, che la coppia non vuole più, possono essere ricavate le cellule staminali embrionali. Dal mio punto di vista, è un atto eticamente corretto: disporre di queste cellule non vuol dire, oggi, disporre di una possibilità di cura. Ma consente di continuare a lavorare, a fare ricerca per poter ottenere le cellule giuste e utili al trattamento, in futuro, di alcune malattie umane.
Immagine: derivazione di staminali embrionali da blastocisti
Paese che vai, legge che trovi
Il conflitto sulla possibilità di usare queste cellule è tipico alcune società ed è assente in altre. Non c’è in Inghilterra né in Belgio. In Italia invece è emerso, così come in Austria, in Germania. Negli Stati Uniti, il governo di George W. Bush è stato il primo a mettere il veto all’uso di fondi federali, pubblici, su ricerche che impiegassero queste cellule. Ma, ed è necessario sottolinearlo, il presidente Bush non ha vietato la ricerca sulle staminali embrionali sul suolo americano. Ha applicato di fatto una morale un po’ doppia: divieto di uso dei fondi pubblici per una ricerca consentita con fondi privati. E, infatti, la ricerca è andata avanti grazie a molte donazioni private, incluse quelle della fondazione privata nata dall’Università di Harvard. E i risultati ci sono stati: la ricerca ha portato alla scoperta e alla produzione di una nuova cellula staminale, la iPS, pluripotente indotta, riprogrammata, scoperta dallo scienziato giapponese Shinya Yamanaka che lavora tra Giappone e Stati Uniti.
E in Italia cosa si può fare?
In Italia la situazione è assolutamente chiara: è del tutto legale fare ricerca con cellule staminali embrionali umane, non è affatto vietato dalla legge 40/2004*. Quello che la legge 40 vieta è la derivazione delle cellule. Quindi noi e gli altri laboratori che lavorano con staminali embrionali, circa una ventina di gruppi in tutto il paese, non le possiamo ottenere dalle blastocisti, anche da quelle prodotte in soprannumero prima del 2004 e conservate nei freezer senza che sia previsto un loro uso. Ma possiamo lavorare su cellule embrionali derivate da altri colleghi nel mondo: le importiamo tranquillamente nell’ambito delle collaborazioni scientifiche di cui facciamo parte. Naturalmente, ogni volta chiediamo un parere etico, che normalmente otteniamo.
Cosa rende le staminali embrionali così speciali?
Questa ricerca viene fatta perché sappiamo e vediamo che queste cellule sono capaci di fare cose che nessuna staminale adulta sa fare. Chiaro che questo non significa garanzia di cura ma, per le conoscenze che abbiamo oggi, le staminali embrionali umane sono il miglior materiale di partenza se vogliamo produrre, in laboratorio, neuroni dopaminergici come quelli compromessi nella malattia di Parkinson o i neuroni striatali che muoiono nella malattia di Huntington.
*NdR: in Italia la legge che regolamenta la fecondazione assistita è la n. 40/2004 che prevede la produzione di un numero massimo di 3 blastocisti e l’impianto di tutte le blastocisti prodotte con divieto di crioconservazione degli embrioni. Sul tema è intervenuta una sentenza successiva della Corte Costituzionale, la n. 151/09. Ma, in assenza di modifiche sostanziali alle linee guida attuative della legge 40, l’iter della pratica della fecondazione assistita rimane quello descritto dalla legge 40/04.
Intervista a Elena Cattaneo – Staminali embrionali, tra etica e legge from formicablu on Vimeo (postproduzione: Giulia Rocco)


