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Da Roma a Baghdad via satellite per curare
le leucemie dei bambini

Da Roma a Baghdad via satellite per curare
le leucemie dei bambini

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Disciplina: Telecomunicazioni Medicina 
Tipo:
Video 
di Lisa Vozza, 25 maggio 2011

Siamo a Roma nello studio del professor Robin Foà, direttore della clinica ematologica del Policlinico Umberto I. In questo Istituto universitario, dove reparti e laboratori sono distribuiti fra quattro palazzine che sembrano un labirinto, si curano pazienti di ogni età, dai bambini agli anziani, affetti da malattie del sangue. Ma l’obiettivo del nostro incontro è in realtà Baghdad. Sì, perché l’Istituto romano, oltre a curare i propri malati, offre un consulto medico anche bisettimanale via satellite ad alcuni ospedali irakeni: un contributo prezioso che aiuta i medici di Baghdad, Bàssora ed Erbil a curare i bambini affetti da leucemia. Per questo approfondimento abbiamo assistito a un collegamento via satellite con l'Irak mentre il professor Foà ci ha raccontato come è nata questa iniziativa e come si curano i tumori del sangue in Italia e negli altri paesi.

 

In Italia la cura dei tumori del sangue gode di una lunga tradizione. Basti pensare che Haematologica, una delle prime riviste del settore, è nata proprio nel nostro paese, nel 1920. La buona posizione dell’Italia in questo campo ha permesso di assicurare su tutto il territorio diagnosi e terapie in linea con gli standard internazionali, attraverso due reti cliniche, la AIEOP, per le malattie dei bambini, e il GIMEMA, per quelle degli adulti. In pratica le due reti hanno educato gli ematologi italiani a studiare le malattie dei pazienti con analisi molecolari e a offrire loro le cure più adeguate, in base ai risultati di laboratorio.
 
Ma i pazienti dell’Istituto non sono soltanto italiani. Data la vocazione multietnica e internazionale della città eterna, da sempre l’Istituto romano cura malati di ogni nazionalità. Con l’aumento delle migrazioni e del tristissimo fenomeno del turismo sanitario, il numero di pazienti non italiani è aumentato nel tempo. A questa crescita dei malati stranieri ha probabilmente contribuito il fatto che in Italia è ancora oggi possibile curare chiunque si senta male in mezzo alla strada.
 
I malati che vengono dall’estero sono però una goccia nello stagno. Per uno che ne curi, novantanove restano a casa senza alcun rimedio. Così, per aiutare anche questi pazienti lontani, il professor Foà e il suo gruppo hanno messo in opera diverse iniziative, principalmente a favore dei bambini.

 

Il primo rapporto è nato con l’ospedale pediatrico Al Mansour di Baghdad, il più grande del paese, e poi si sono estesi all’ospedale di Bàssora, nel Sud dell’Irak, e a Erbil, nel Kurdistan irakeno. La dottoressa Anna Maria Testi, che lavora nella divisione pediatrica dell’Istituto romano è un po’ l’anima di questi scambi ed è stata varie volte sia in Irak sia in Kurdistan (nel primo e nel secondo video, la si vede in camice bianco, mentre discute i casi clinici con i medici irakeni). A Roma la dottoressa Testi ha anche accolto diversi medici irakeni che sono venuti a seguire corsi e a imparare le tecniche di laboratorio che sono ormai la routine della terapia avanzata di queste malattie.
 
I teleconsulti avvengono via satellite, grazie alla collaborazione di Intersos, dell’Agenzia spaziale italiana e di Telespazio. Nei collegamenti si discutono i casi clinici su cui i medici irakeni hanno dei dubbi, si guardano i vetrini con cui sono state fatte le diagnosi e si affrontano tutti i problemi che, se superati, possono fare la differenza per i pazienti.

La collaborazione ha permesso di progettare terapie su misura per le realtà locali. Mancando l’Irak di quasi tutto, molte delle diagnosi e delle cure avanzate che si fanno in Italia non sono applicabili. Ma accanto a ciò che non si può fare ci sono margini di intervento non da poco. Si è per esempio riusciti a introdurre l’uso dell’acido retinoico, un vero salvavita per la leucemia promielocitica dei bambini, migliorando di molto la prognosi, come si può vedere da questa pubblicazione apparsa su Haematologica.
 
Un'altra terapia permette di curare bambini affetti da linfomi non Hodgkin. Studiata dalla dottoressa Maria Luisa Moleti sempre per il centro di Baghdad, è una cura a dosi ridotte rispetto a quelle impiegate da noi, in modo da evitare tossicità che non potrebbero essere contenute da terapie di supporto che in Irak non si è in grado di offrire. Il nuovo schema di cura ha subito avuto un impatto misurabile, che è stato oggetto di un articolo pubblicato su Pediatric Blood & Cancer.
 
Un terzo intervento ha migliorato la cura delle leceumie linfoidi acute del bambino e dell’adolescente. Qui si è cercato di inserire una prefase steroidea, ossia una settimana di terapia a base di cortisone ad alte dosi, che permette di guadagnare un po’ di tempo per studiare meglio la malattia di ciascun paziente. Lo studio, appena concluso, è stato sottoposto a una rivista per la pubblicazione.
 
Il Kurdistan è in una situazione leggermente diversa da Baghdad. Nella zona di Erbil, molto più tranquilla rispetto alla capitale, si sta provando a mettere in piedi una piccola rete di diagnosi un po’ più avanzata. Il centro di Erbil possiede due citofluorimetri funzionanti e i medici riescono a procurarsi gli anticorpi per fare un minimo di diagnostica molecolare, quella che serve alla clinica. Se a Erbil si riusciranno a effettuare diagnosi un po’ più precise, il nuovo sistema collaudato si potrebbe esportare anche negli altri due ospedali del paese.

I medici irakeni sono persone molto preparate. Prima della dittatura, dell’embargo e della guerra l’Irak era un paese di grande cultura. I medici parlano un inglese spesso migliore di quello dei giovani medici italiani, ma mancano di tutto il resto: strumenti per la diagnosi, reagenti di laboratorio, qualunque cosa permetta di curare i pazienti come oggi si fa di routine nei paesi occidentali. Eppure, anche in queste condizioni complicate, i medici irakeni non solo non si scoraggiano, ma fanno di tutto per curare al meglio i propri pazienti. Da questo mese, poi, i collegamenti con l'Italia diventeranno quattro: anche l'Università di Dohuk, un centro nel Nord dell'Irak dotato di un laboratorio di diagnosi, riceverà infatti il teleconsulto da parte degli ematologi romani.

Sono grata a Marco Boscolo, che ha curato le riprese, e a Giulia Bianconi, che ha preso appunti preziosi per la realizzazione di questo approfondimento.

Domande di comprensione

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Tag: bambini, Irak, leucemia, pediatria, teleconsulto


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