Il 23 maggio scorso è scomparso l’ingegnere e inventore americano Eugene Polley, il cui nome rimmarà per sempre legato all’invenzione del telecomando per cambiare canale degli apparecchi televisivi negli anni Cinquanta. La storia di una tecnologia che ha avuto impatti allora impensabili sulla socità occidentale.
«Tu nella vita/
comandi fino a quando/
ci hai stretto in mano/
il tuo telecomando»
ci hai stretto in mano/
il tuo telecomando»
Eccola, la fondamentale lezione che il padre trasmetteva al figlio nel testo di Sì, la vita è tutto un quiz, sigla del geniale Indietro Tutta di Renzo Arbore. Se la TV è il moderno focolare, il telecomando è lo scettro del potere. E non solo. L’introduzione del telecomando ha avuto un ruolo fondamenale nell’evoluzione del linguaggio televisivo, costringendo i produttori – soprattutto quelli della TV commerciale – a cucire i programmi su un pubblico pronto a scappare alla prima occasione con un semplice ditino su un tasto. E ancora, il telecomando è stato il primo dispositivo wireless a entrare in tutte le case, ben prima di cellulari, cordless e wi-fi.
Ritratto di Eugene Polley
L’inventore di questo fondamentale pezzo di modernità se ne è andato la settimana scorsa. Era Eugene Polley, che brevettò il primo telecomando per televisori nel 1955, e che è morto il 23 maggio a 96 anni in un ospedale di Chicago. Nei primi anni Cinquanta, Polley lavorava per la Zenith Radio Corporation, che già nel 1950 aveva introdotto sul mercato un telecomando collegato alla Tv per mezzo di un cavo. Polley pensò di liberarsi anche di quell’inciampo (letteralmente), e progettò il «Flashmatic», un comando a distanza che azionava l’apparecchio televisivo per mezzo di un raggio di luce diretto verso una cellula fotoelettrica sul televisore stesso. Non era un sistema molto preciso, a dire il vero. La cellula fotoelettrica non era in grado di distinguere la luce proveniente dal telecomando da quella di qualunque altra fonte. Bastava un riflesso, o una lampada orientata nel verso giusto, per cambiare canale a tradimento. Inoltre, il telecomando doveva essere puntato con estrema precisione verso l’apparecchio per funzionare.
Non era la soluzione ideale. Tanto è vero che all’interno della stessa Zenith nacque un progetto concorrente, messo sul mercato l’anno dopo e inventato da un collega di Polley, Robert Adler: si chiamava «Space Commander» e usava gli ultrasuoni, vibrazioni dell’aria di frequenza più alta rispetto a quelle che possiamo udire noi umani, e percepite invece da molti animali. L’invenzione di Adler eliminava alcuni problemi di quella di Polley, ma non tutti: erano ancora possibili interferenze da suoni di origine naturale, e obbiettivamente gli ultrasuoni davano noia agli animali domestici. Per questo entrambe le soluzioni furono presto abbandonate per quella utilizzata oggi da tutti i telecomandi: la luce infrarossa, cioè sempre radiazione elettromagnetica, come quella usata da Polley, ma a frequenze minori di quelle visibili all’occhio umano. I telecomandi odierni usano questa luce per inviare segnali in codice binario (semplici sequenze di uno e zero) che un microprocessore decodifica per cambiare canale, alzare il volume e così via.
Il Flash-matic inventato da Polley
Resta il fatto che l’invenzione di Polley diede il via alla diffusione di massa del telecomando, che sarebbe presto diventato un fattore determinante per lo sviluppo della televisione commerciale e del suo stesso linguaggio. Se per altri apparecchi elettronici, come l’impianto stereo, il telecomando è tutto sommato un lusso quasi eccessivo, per la televisione è un requisito fondamentale per una piena fruizione del mezzo. Alzarsi per andare a cambiare canale si poteva ancora fare quando i canali erano i due, forse tre offerti dalle tv pubbliche. Ma l’esplosione della scelta di canali offerta dalla tv commerciale sarebbe stata impensabile senza un sistema che consentisse all’utente di scegliere senza muoversi dal divano.
Cosa ancora più importante dal punto di vista storico, il telecomando costrinse produttori e sceneggiatori a fare i conti con spettatori molto più cinici ed esigenti di quelli a cui erano abituati sino ad allora. Quei pochi metri che separano il divano dall’apparecchio possono diventare, in certe serate, un continente da attraversare, e bastavano ad assicurare la fedeltà dello spettatore fino alla fine del programma, e nonostante la pause pubblicitarie. Ma con il telecomando, ci si accorse presto che la collocazione della pubblicità andava ripensata. Non più pause tra un programma e l’altro, che mettevano in fuga lo spettatore verso un’altra rete, ma le odiate pause in mezzo ai programmi, precedute, nei prodotti di fiction come i serial o i telefilm, dai cosiddetti «cliffhangers», momenti di suspense piazzati ad arte in modo da costringere lo spettatore a restare attaccato al canale fino al termine della pausa pubblicitaria. Anche la consuetudine di far passare i titoli di coda in sovraimpressione sugli ultimi minuti del programma, anziché a parte e su fondo nero in coda come avveniva precedentemente, fu portata dal telecomando. Ma più in generale, tutto il linguaggio televisivo dagli anni Settanta in poi (in America, e dal decennio dopo anche in Italia), con la sua tipica velocità e frammentarietà, si può considerare la conseguenza di quel piccolo ma potente scettro del potere messo in mano, prima di tutti da Polley con la sua invenzione, agli spettatori.


