Abbracciare la salvifica saggezza degli alberi

L’arte della vita di un albero è trovare la giusta misura.
Peter Wohlleben

C’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto.
Quinto Orazio Flacco

 

 

Sullo schermo, per alcuni secondi, scorrono lentamente le montagne di Asiago. Sembrano un gigantesco animale addormentato ricoperto da un fitto vello verde scuro, formato da una moltitudine di abeti appena imbiancati dalla neve che scende. Due uomini camminano tra i fiocchi, poi entrano in una baita e si siedono a un tavolo. Parleranno per tre giorni, passando dal lei al tu. Sono Marco Paolini e Mario Rigoni Stern e in quei giorni nasceranno un’amicizia e una stima che porteranno Paolini, pochi anni dopo, a mettere in scena, sotto forma di monologo teatrale, il romanzo Il sergente nella neve (Il sergente, Einaudi Stile libero, 2006), la prima e più nota opera di Rigoni Stern sulla sua esperienza come sergente degli alpini nell’esercito italiano durante la drammatica ritirata di Russia del 1943.
Un’esperienza, quella della guerra e poi della prigionia, che segnerà profondamente Rigoni Stern ripresentandosi nelle sue opere con regolarità. Storia e Natura saranno la cifra della sua produzione letteraria, come nel brano seguente dove, dopo tanto tempo trascorso fra trincee, bombardamenti, morti, lager, fame e freddo, una volta tornato finalmente a casa, l’autore trascorre un lungo periodo di totale chiusura – incompreso dagli altri, scettici sulla veridicità delle vicende che racconta – incapace di vedere e ascoltare nulla di ciò che gli accade intorno:

Un giorno invece ascoltai una cosa, era una scure che stava tagliando un albero, in cima ad una montagna, e camminai su verso questo rumore, mi ero accorto che c’era una scure che stava abbattendo un albero e ho trovato: era un vecchio boscaiolo che avevo conosciuto da ragazzo, stava tagliando un albero secco, un secarolo, diciamo noi, mi guardò venir su, mi salutò e senza dire niente mi porse il suo borraccio di legno, teneva due o tre litri d’acqua, “hai sete, vuoi bere?”, me lo porse. Ecco, quel gesto di offrirmi acqua senza che io gli dicessi niente, quel dirmi come se fossi partito il giorno prima, che andassi a cercare uno per chiedere un po’ d’acqua, come si faceva tra amici nel bosco, ecco questo mi ha aperto. E allora ho ascoltato e ho sentito anche il canto dei fringuelli, il canto dei tordi, quello delle campane, e ho riscoperto anche gli uomini.

La scena iniziale e questo brano sono tratti dal documentario di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini Ritratti – Mario Rigoni Stern (Fandango Libri, 2006). Allegato al dvd c’è un volumetto, Dialoghi, con la trascrizione dell’intera conversazione.

Quel giorno, Mario riscoprì gli uomini, il mondo e se stesso grazie a un tagliaboschi. Un cerchio che si chiudeva e che si era aperto il 1° settembre 1939 quando suo fratello, mentre lui era nel bosco a far legna, lo chiamò per annunciargli l’arrivo di un telegramma che era arrivato. Hitler aveva attaccato la Polonia e lui, Mario, doveva interrompere la licenza e rientrare in reparto. «Dovevo fare la scorta della legna per la mia famiglia, non sono riuscito a finirla, sono dovuto partire» dice con rammarico, quasi che la delusione più grande sia stata quella non di andare in guerra, ma di non aver portato a termine il lavoro che stava facendo.

Per Rigoni Stern il rapporto con gli alberi – dunque con il bosco, il legno, i prodotti della terra, insomma con la Natura – sembra essere l’elemento fondante dell’intera esistenza.

PAOLINI
Hai scritto un libro che si chiama Arboreto Salvatico, da cosa ti hanno salvato gli alberi?

RIGONI STERN
Mi hanno salvato materialmente dal freddo quando mi servivano per riscaldarmi, farne legna. Anche ora uso legna per riscaldarmi. Poi mi hanno dato anche da vivere, perché mangiavo in certi momenti le gemme dei pecci, mangiavo gemme di alberi, di latifoglie, di faggio e non sono poi così cattive quando sono tenere, appena sbocciate. E poi a parte questo il bosco è vivo, noi consideriamo gli alberi come oggetti che non sentono, invece sono sensibili gli alberi. Addirittura si è scoperto recentemente che si consociano tra di loro per aiutarsi a vicenda e si scambiano alimento attraverso le radici. [Dialoghi, p. 65]

Gli alberi gli hanno salvato la vita. Gli alberi sentono e si aiutano a vicenda. Vediamo come (dopo aver conosciuto Roger Deakin) con l’aiuto di qualche libro interessante.

 

Gli alberi sono saggi

Nella lunga lista di libri sugli alberi che ho letto nel corso degli anni, La saggezza degli alberi di Peter Wohlleben (Garzanti, 2016, pp. 210, euro 16,00) è forse uno dei migliori: scritto bene in modo semplice e chiaro, non vuole ambire alla letterarietà e non cita alcuna opera dell’ingegno umano. È, invece, un libro che si concentra sugli alberi, sulla loro intima natura, sul loro carattere, in modo assoluto. Che carattere ha un albero? Non è una domanda che ci si pone tutti i giorni, nemmeno in estate, quando li cerchiamo disperatamente per parcheggiare all’ombra, o dopo una tempesta, quando li malediciamo perché i rami caduti hanno ammaccato la lamiera della nostra automobile. Che indole ha un albero davvero?

L’autore, tedesco di Bonn, è una ex guardia forestale – lavoro che ha svolto per vent’anni – che oggi gestisce un bosco di 1200 ettari nella regione di Eifel, Germania, al confine con il Belgio. Uomo di bosco di grande esperienza, ha un approccio minuzioso, con una scrittura chiara che va al nocciolo, anzi, al midollo. Vediamo un paio di cose, per capire.

Un singolo albero dominante ha circa 200.000 foglie, per un totale di circa 1000 metri quadrati di superficie fogliare. Le foglie sono insieme occhi e polmoni, vere e proprie “vele solari” [p. 89], con 10.000 stomi (pori per lo scambio gassoso) per foglia, distribuiti soprattutto nella pagina inferiore. Le foglie, lo sappiamo, catturano la luce del sole e nell’affascinante e strano mondo degli alberi “chi ha luce ha potere” [p. 122].

La luce gioca un ruolo fondamentale anche nell’educazione dei figli: “La scarsa luminosità che arriva alla stanza dei bambini ai piedi della madre costringe i piccoli a crescere molto lentamente. E non solo: a centinaia, raggruppati in vere e proprie scuole, devono imparare a crescere dritti, perché non appena un alberello crede di mettersi a fare il pagliaccio, piegando la cima di qua o di là, viene inesorabilmente punito. La luce crepuscolare che regna nella foresta è assolutamente controindicata per le capriole. I compagni del birichino che ha preso una brutta piega lo superano con il loro germoglio principale che punta ambizioso verso l’alto, e il piccoletto finisce sempre più al buio fino a esalare l’ultimo respiro e trasformarsi in humus.” [p. 64]

Questo è vero per le specie sedentarie, dove una madre produce grossi semi che in gran parte rimangono dove sono caduti, mentre un’altra parte viaggia, essendo appetibile ad alcuni animali, e diffonde la specie ampliandone progressivamente l’areale. Basti pensare alle querce con le ghiande, ai faggi con le faggiole e ai pini con i pinoli. Nel caso di querce e faggi, per esempio, parliamo di circa 20 chilometri di espansione ogni 100 anni, grazie soprattutto alla frenetica attività della ghiandaia.

Le specie pioniere, invece, si comportano in modo diverso. La prole di betulle, salici e pioppi “se ne infischia dell’educazione e della protezione dei genitori” [p. 19]. I semi di queste specie sono piccoli e in grado di volare anche per centinaia di chilometri grazie al vento (lo sanno bene gli allergici). Quando si depositano a terra hanno bisogno di acqua a luce fin da subito, quindi amano luoghi aperti, senza altri alberi, e possibilmente in luoghi umidi. Trovate le condizioni ideali, decollano verso il cielo così velocemente che è difficilissimo trovare alberi secolari di specie pioniere, e mai superano i 150 anni.

Oltre a informazioni precise ed esposte in modo mai didascalico, la forza di questo libro risiede anche nella capacità di sovvertire molte convinzioni sbagliate, radicate anche in chi ama gli alberi e pensa di conoscerli. Per esempio, la pratica, ritenuta virtuosa, di mantenere il sottobosco “pulito” per non fare ammalare gli alberi vivi e sani. Questa convinzione non tiene conto del complesso e in gran parte inesplorato equilibrio del bosco, tra piante, funghi, insetti, animali, licheni e batteri.

I piccoli aiutanti degli alberi, nel loro complesso, hanno un peso notevole. Mentre la massa dei roditori per chilometro quadrato è al massimo di 3 tonnellate, i soli lombrichi, su un’area delle stesse dimensioni, raggiungono le 20 tonnellate. Gli studiosi stimano che gli altri detrivori, cioè collemboli e acari, raggiungano una massa incredibile di 2000 tonnellate per chilometro quadrato. Durante una passeggiata nel bosco, dunque, il pullulare più vivace di vita animale è sotto i vostri piedi. E proprio come è avvenuto nelle foreste pluviali, anche qui ci vorrà ancora molto prima di identificare tutte le varietà di questi animaletti. L’ecosistema «bosco», vale a dire l’interazione fra albero e pedofauna, a oggi non è stato esplorato nella sua completezza, né tantomeno compreso.” [p. 97]

È un equilibrio perfetto, in condizioni normali, che contempla anche la morte di un grande e vecchio albero. Toglierlo pensando così di pulire il bosco sarebbe un grande errore: “il suo corpo imponente diventerà la dimora di migliaia di minuscole creature di ogni tipo, una vera e propria nave appoggio della biodiversità. L’humus che si formerà grazie ai nuovi abitanti sarà veicolo di nutrimento per la generazione successiva; inoltre, una buona parte del carbonio contenuta nel legno permarrà in modo durevole nel terreno inibendo le emissioni di gas serra.” [p. 132]

E se i nuovi abitanti dell’albero morto uccidessero gli alberi in salute? “Il legno morto e gli insetti che vi si insediano non costituiscono mai un pericolo per l’albero vivo, perché sono altre le specie che si nutrono di materiale vegetale in decomposizione.” [p. 118]

Ma non è finita qui, perché un albero morto ospita insetti che attirano i picchi, e i picchi innescano un circolo virtuoso per cui gli alberi vivi hanno molte più probabilità di rimanere sani e in equilibrio. A loro volta, i pochi alberi scelti dai picchi come nido, lentamente si ammalano, non prima di essere stati rifugio per insetti, pipistrelli, rapaci notturni, diventando in futuro, a loro volta, alberi morti in decomposizione.

Un faggio patriarca (immagine: Pietro Bassi)

Ma quand’è che un albero sano si ammala? I nemici principali degli alberi sono i funghi. Utili e amichevoli nel terreno, fra le radici, nemici mortali nella parte aerea. In un metro cubo di aria viaggiano da 1000 a 10000 spore fungine. E per ogni singola ferita, provocata da una tempesta o da una potatura, l’albero reagisce ingaggiando immediatamente una vera e propria battaglia per ostacolare l’entrata delle spore, cercando di chiudere la ferita il prima possibile: “Sui rami spezzati inizia così una gara tra albero e fungo. Se il primo riesce a rimarginare la ferita prima che il secondo intacchi il durame, può far affluire di nuovo l’acqua nell’area interessata, bloccare l’apporto di ossigeno e dare il benservito al fungo. Se invece il fungo lo batte sul tempo, comincia il lavoro di distruzione all’interno del tronco.” [p. 76]

Se potate un ramo troppo grosso (a seconda delle specie, il limite tollerabile varia dai 5 ai 10 cm di diametro) l’albero perde la corsa contro i funghi della parte aerea ed è condannato a morte. Una condanna che potrebbe realizzarsi dopo vent’anni anni, quando nessuno ricorderà più quella potatura e non saprà spiegarsi come mai l’albero sta morendo. Per questo gli alberi capitozzati delle nostre città sono morti che (non) camminano.

E l’indole? Gli alberi sono “flemmatici, reagiscono molto lentamente e non amano i cambiamenti. […] Per loro rappresenta un’enorme sorpresa vedere un giorno il loro vicino abbattuto.” [p. 176] Per questo, quando si tagliano alberi attorno all’individuo che vogliamo valorizzare pensando che gli altri lo stiano soffocando o limitando, sbagliamo. Perché ciò che abbiamo davanti è una comunità che è cresciuta, nelle chiome e nelle radici, insieme. Una comunità che si aiuta, realmente, materialmente, come già sapeva Rigoni Stern, scambiandosi nutrimento e segnali chimici di pericolo attraverso l’apparato radicale.

Tagliando i vicini, inondiamo di luce coloro che rimangono e questi, non essendo abituati a tutta quella luce, si scottano: “Le conseguenze sono simili a quelle dei villeggianti che, appena arrivati al mare, ancora pallidi, si schiaffano sotto il sole: la sera, a letto, non riescono a dormire per il bruciore della scottatura. Anche gli alberi si scottano. Poiché la pelle, la corteccia, non si colora, possiamo formulare la diagnosi solo quando essa si stacca dal fusto.” [p. 176]  Per questo, in molti luoghi, come per esempio in Grecia, “il fusto viene imbiancato di calce, che funge da crema solare.” [p. 177].

Se poi piantiamo un albero sopra le fondamenta di una vecchia casa o dove in passato sono stati buttati dei calcinacci, commettiamo un errore: “In questo caso l’albero subisce un vero e proprio shock non appena le radici raggiungono lo strato di calcinacci. Sostanze tossiche, spazi vuoti o blocchi di cemento gli impediscono di continuare a crescere correttamente. E mentre nel sottosuolo le radici soffrono, la chioma si ritrae spaventata dall’altezza raggiunta.” [p. 174]

La lettura di questo libro porta meraviglia e stupore. Leggere di alberi che si fanno prendere dal panico, che hanno paura, che imparano dall’esperienza, che adottano ingegnosissime misure correttive per contrastare i danni delle tempeste, che sono in continua lotta contro i loro nemici più letali, i funghi, che si aiutano a vicenda scambiandosi sostanze o che sono in guerra perenne come i noci, che sono ghiotti di zucchero, che se fruttificano troppo vuol dire che non stanno bene, e tantissimo altro ancora… ci avvicina in modo intimo e profondo a queste creature affascinanti rendendocele un po’ meno misteriose, e grazie a questo ancor più degne di rispetto e protezione. Memori che l’albero capovolto è stato uno dei primi e più potenti simboli dell’essere umano e della vita.

 

Gli alberi vanno abbracciati

Un libro complementare a quello di Wohlleben è Abbracciare gli alberi di Giuseppe Barbera (il Saggiatore, 2017, pp. 259, euro 17), professore di Colture arboree all’Università di Palermo, che alla natura degli alberi unisce con gusto e sapienza anche la loro presenza nelle opere letterarie della cultura umana, prevalentemente occidentale. Per averne un’idea, prendete in mano il libro e aprite le ultime pagine. Qui troverete:

  • 13 pagine di Bibliografia;
  • 7 pagine di Indice dei nomi (tantissimi gli scrittori);
  • 5 pagine di Indice degli alberi, degli arbusti e di altri vegetali.

Se Wohelleben, con sensibilità teutonica, anela alla foresta primordiale e alla wilderness e fonda la propria narrazione sullo stare nel bosco, Barbera, uomo del Mediterraneo la cui civiltà come sappiamo è fondata su grano, vite e olivo, non dimentica mai che albero vuol dire, molte volte, uomo, e scrive un libro fatto sì di legno, foglie e frutti, ma che affonda le radici in tantissimi altri libri, in modo coerente con ciò che accadde tanto tempo fa:

In lingua latina la corteccia era chiamata liber, rifacendosi a un possibile precedente etimo che rimanda alla facilità di distaccarsi dal tronco, di liberarsi forse, con un’affascinante connessione tra libro e libertà. Lo si scoprì forse un giorno di primavera, periodo in cui la si può separare senza danni dal fusto, che rimane umido perché la circolazione della linfa resta attiva. Ammorbidita dal vapore acqueo, poi stesa al sole ad asciugare, la parte interna si mostrò idonea a ricevere segni tracciati con inchiostri. Fu quel giorno che gli alberi iniziarono a fornire la materia destinata a diventare libro. Ben si prestava la corteccia del tiglio, dell’olmo, dell’acero e del frassino, ma la più apprezzata era quella grigio cinerea del faggio. In libro scribuntur litterae, diceva Plauto riferendosi al tessuto vegetale che ancora oggi la botanica chiama libro (o floema) e che trasporta le complesse sostanze organiche elaborate dalle foglie al resto della pianta, proprio come fa un libro quando trasmette il sapere dallo scrittore al lettore. Ulteriore prova dello stretto legame tra albero e libro è nell’inglese book o nel tedesco buch, derivanti dal’antico alto germanico bok, che designa il faggio (beech, in inglese) sulla cui corteccia venivano incise le rune. Le relazioni etimologiche si intrecciano ancora considerando che tree, albero, proviene dalla stessa radice indoeuropea che origina truth, verità: *drewo, ben fermo, ben radicato.” [p. 116-117]

Noi e gli alberi… è un rapporto che purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, si consuma nelle città, che sono il contrario dei boschi. Le città, con i livelli di inquinamento di oggi (e forse con tutte quelle selvagge e indiscriminate capitozzature) non sono l’ambiente ideale per la vita degli alberi (spesso nemmeno per gli uomini…): “Nella città il degrado che deriva dai grandi consumi di energia fossile e non solare si mostra nelle diverse forme di inquinamento. Si può, però, nell’inferno che abitiamo, frenare la corsa inarrestabile dell’entropia. Basta applicare l’indicazione che Marco Polo, nelle Città invisibili di Italo Calvino, rivolge al Kublai Khan: «Cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Alberi e giardini, quindi.” [p. 153]

«Le città son nemiche, amici i boschi a’ miei pensier» scriveva Francesco Petrarca, e Barbera non può che essere d’accordo, avendo seguito e studiato fin dalle origini quell’abominio chiamato Sacco di Palermo, con la cementificazione della Conca d’Oro di Palermo per opera degli interessi convergenti di mafia e politica, cercando di contrastare l’abbattimento selvaggio di agrumi, mandorli e altre specie mediterranee uniche in un luogo un tempo paradisiaco. A questo dramma Barbera ha dedicato un libro-memoir intitolato Conca d’oro (Sellerio, 2012, pp. 156, euro 12,00).

Gli alberi sono anche memoria. Conservano negli anelli di accrescimento dati importanti su calore, precipitazioni, attacchi di insetti e altri patogeni, e oltre a questo sono la nostra memoria, memoria per noi che li guardiamo e li tocchiamo e li sfruttiamo per il loro legno e per i loro frutti. Un paesaggio familiare risulta mutilato in modo irreparabile dopo l’abbattimento di un albero che abbiamo visto sempre in un punto preciso. Quell’albero era il paesaggio. Ma Barbera ci porta un esempio significativo di segno opposto, ovvero quando piantiamo un albero apposta per ricordare. Parlando del Ficus, l’albero sotto il quale Buddha ebbe l’illuminazione, l’autore scrive:

Anche a Palermo è demandato a un ficus il compito di rappresentare l’immortalità, quella del ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei ragazzi della scorta. Cresce all’ingresso del palazzo di via Notarbartolo, dove era la loro casa. Vive in una stretta fioriera, costretto contro una parete, ogni tanto offeso dall’insofferenza (sporca, è pericoloso per le fondamenta, oscura le finestre), dal vento che ne strappa i rami o da cattive potature.” [p. 178]

Ma intanto quel ficus resiste, forte come il legame tra alberi e uomini, tra storia e natura, tra cultura e memoria. Un legame che possiamo rinsaldare nel modo più semplice e intimo: piantare nuovi alberi e abbracciarli. Perché? Perché fa bene.

 

Gli alberi salvano la vita

All’inizio di questo percorso di lettura dedicato agli alberi (uno fra gli infiniti possibili, vista la quantità enorme di libri pubblicati su questo argomento) abbiamo visto Rigoni Stern raccontare a Marco Paolini come gli alberi gli avessero salvato la vita. A quanto mi sia dato sapere, Mario Rigoni Stern (1921-2008) è stato il primo autore italiano che ha scritto un libro interamente dedicato agli alberi. La prima edizione è del 1991 e il libro si intitola Arboreto salvatico (Einaudi Tascabili, 2015, pp. 118, euro 9,00), perché, appunto, le piante e gli alberi possono salvarci, metaforicamente e materialmente.

Arboreto salvatico è costituito da venti racconti di quattro o cinque pagine, ognuno dedicato a una specie arborea diversa, ovvero: Il larice, L’abete, Il pino, La sequoia, Il faggio, Il tiglio, Il tasso, Il frassino, La betulla, Il sorbo, Il castagno, La quercia, L’ulivo, Il salice, Il noce, Il pioppo, Il melo, L’acero, Il gelso, Il ciliegio.

Senza particolari ornamenti retorici, scritto in modo sincero e documentato, Arboreto salvatico è un libro che raccoglie una enorme sapienza, trasmessa dal Vecio, come molti lo chiamavano, “a bassa voce”, come se l’autore volesse farci sedere davanti al fuoco del suo camino per raccontarci tutto quello che sa su questi esseri viventi, da millenni compagni del genere umano e responsabili di un lento, progressivo miglioramento della qualità della nostra vita.

In queste pagine cristalline e profumate di resina si alternano ricordi personali e mitologia, Storia e storie, conoscenze pratiche e botaniche, con un sottotesto a volte esplicito di aspra critica alla società capitalistica che non vuole esseri umani consapevoli, ma consumatori ciechi del mondo naturale che li circonda.

Il libro si può reperire anche in una più ampia raccolta che raccoglie tutti gli scritti naturalistici di Rigoni Stern: Le vite dell’Altipiano – Racconti di uomini, boschi e animali (Einaudi Tascabili, 2008, pp. 602, euro 18,50) e che fa coppia idealmente con I racconti di guerra (Einaudi Tascabili, 2006, pp. 644, euro 17,00), le due facce della preziosissima medaglia che era, ed è ancora nelle sue opere più che mai vive e in grado di parlarci, emozionarci e cambiarci, Mario Rigoni Stern.

I racconti contenuti ne Le vite dell’Altipiano, assumono i tratti di una sorta di manuale di sopravvivenza al progresso, progresso inteso come sviluppo senza limiti. La cura e la premura con cui Rigoni Stern elargisce informazioni su alberi, orto, animali, tecniche perdute, non presuppone una grande ottimismo verso il futuro. Sembra dirci: spero di no, spero di sbagliarmi, ma se le cose dovessero andare male, eccovi qualche rimedio per non morire di fame. Ecco come faccio io e come hanno fatto gli uomini per secoli. Ecco quello che non sapete più, e che potrebbe tornarvi utile.

Tornando ad Arboreto salvatico e al tema della memoria (cancellata con una motosega o mantenuta viva con la piantumazione di un nuovo albero), Rigoni Stern nel capitolo Il gelso affronta, come Barbera con il Ficus di Falcone, il tema della morte e degli alberi in grado di superarla ed eternarla con la loro vita fuori dal ritmo del tempo umano:

Secondo Ovidio, che nelle sue Metamorfosi lo collega alla leggenda di Piramo e Tisbe, un gelso moro ombrava la tomba di Nino fondatore di Ninive. Questa usanza di piantare alberi sulle tombe si manifestava nei popoli antichi perché sapevano che il corpo disciolto e decomposto in umori veniva assorbito dalle radici e che la materia si sarebbe vivificata negli alberi continuando così, per anni e per secoli, a testimoniare l’affetto e la memoria ai posteri.

Nella vita di chi scrive, come in quella di chiunque altro, c’è stato un altro Vecio: mio nonno, che dopo 5 anni in guerra tornò in Romagna a casa, la trovò sventrata, si rimboccò le maniche, la ricostruì da capo, da solo, e occupò ogni spazio di terreno libero del grande giardino piantando nuovi alberi, come a voler coprire con un mare verde di foglie e clorofilla tutta la morte e la distruzione. Poco prima di andarsene, a novant’anni, autoreclusosi in casa, venne con me in giardino dopo molto tempo che non lo faceva. Ci ritrovammo vicini a un acero di circa quarant’anni, dalla forma perfetta ma piuttosto minuto, a causa dell’ombra dei grandi pioppi cipressini che lo sovrastavano (fu Napoleone a introdurli in Italia usandoli come “pista”: segnali visibili anche da lontano utili a indicare alle truppe la strada giusta). E per la prima volta da almeno quindici anni, quel giorno mio nonno mi raccontò una cosa che non sapevo, e che non sapeva nessuno. «Qui», mi disse indicando distrattamente in direzione del colletto dell’albero, dove la terra incontrava la corteccia, «qui è dove io e la nonna abbiamo fatto all’amore per la prima volta.»

 

Immagine in apertura: Pietro Bassi, bosco nell’alto Appennino bolognese (Corno alle Scale).

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