Harry Potter e la Scienza (prima parte)

 

ATTENZIONE CONTIENE SPOILER

Se non avete mai letto i libri di Harry Potter, o non avete mai visto gli otto film tratti dai sette volumi della serie, e avete intenzione di farlo… non leggete questo articolo.

Subito dopo Dio, osannato “autore” della Sacra Bibbia (best seller da circa 2,5 miliardi di copie), e di Mao, autore del Libretto rosso (800 milioni di copie), nella classifica degli autori con più libri venduti nella storia c’è una signora inglese con un nome che supera le tre lettere: Joanne Rowling (1965). Con uno pseudonimo privo di sfumature di genere, scelto dal primo editore convinto che una donna avrebbe venduto molto meno di un uomo, J.K. Rowling è l’autrice dei sette libri della serie di Harry Potter, che da tempo hanno superato le 500 milioni di copie vendute nel mondo. Da questi sette libri sono stati tratti otto film, che rappresentano il record mondiale di incasso al box office per una saga: quasi 8 miliardi di dollari. Qualsiasi cosa riguardi Harry Potter, dunque, è destinata a una diffusione mondiale, facendo di Joanne Rowling la donna più ricca d’Inghilterra, seconda solo (e forse non per molto) alla regina Elisabetta.

Un successo senza precedenti nella storia dell’umanità, che ha naturalmente attirato i critici. C’è chi, anche in Italia, ha biasimato questo successo, che con le malìe del genere fantasy distoglierebbe le pure menti dei giovani da un approccio scientifico all’universo, alla vita e a tutto quanto.

Nel suo Galileo & Harry Potter – La magia può aiutare la scienza? (Carocci editore, 2014, 131 pp., euro 13), Marco Ciardi mostra come per lungo tempo alchimia e scienza abbiano convissuto, influenzandosi a vicenda. Perché in effetti la scienza, come efficacissima via alla conoscenza, ha una storia relativamente recente, che parte all’incirca da Galileo Galilei (1564-1642), il primo a dire che per indagare e comprendere la realtà della natura è necessario unire sperimentazione e dimostrazione (matematica). Quello stesso Galileo che si dilettava a leggere l’Orlando furioso, fantasy ante litteram di Ludovico Ariosto.

In un articolo del 21 luglio 2017 sulla Domenica del «Sole 24 Ore», Ciardi afferma che il fantasy è addirittura un antidoto al pensiero magico generatore di ignoranza scientifica e ostilità nei confronti della scienza, perché stimola intelletto e curiosità, due strumenti potenti per riuscire a distinguere realtà e immaginazione, dove peraltro quest’ultima, come possiamo apprendere da quasi tutte le biografie e autobiografie di grandi scienziati, ha sempre svolto un ruolo determinante. Insomma, il mondo magico di Harry Potter produrrebbe non sciamani invasati che credono a qualsiasi storia gli si propina, ma appassionati lettori che grazie al piacere della lettura coltiveranno la curiosità, fondamento di conoscenza e pensiero critico.

D’altra parte Galileo è stato il primo scienziato della storia, in un mondo che ancora per molto tempo confonderà scienza e alchimia, come dimostra per esempio l’attività di Isaac Newton, il padre della gravitazione universale, che ricercò per tutta la vita la pietra filosofale. Per quanto la legge della gravitazione universale sia di importanza capitale, la quantità di pagine che Newton dedicò all’alchimia supera di molto la quantità di pagine scientifiche che scrisse.
Come mostra Marco Ciardi nel suo libro, Nicolas Flamel, citato in Harry Potter e la Pietra Filosofale, è esistito veramente e per più di vent’anni ha tentato di creare la pietra filosofale. E se l’alchimia, oggi, può essere vista sia come magia, sia come la necessaria e inevitabile generatrice della scienza e del suo metodo, noi qui, in questo gioco intellettuale che prende le mosse dai sette libri magici di Harry Potter, ci soffermeremo su alcune pagine di scienza che potrebbero risultare particolarmente interessanti, secondo il principio che leggere un buon libro apre a nuove, potenzialmente infinite altre letture, in una catena senza fine che, invece di imprigionare, rende liberi.

 

IL MONDO DI HARRY POTTER

Quello di Harry Potter è un mondo magico perfettamente coerente, che affonda le radici nel nostro passato alchemico e folklorico. È un mondo dove l’umanità è divisa fra chi ha poteri magici (Maghi e Streghe) e Babbani, cioè tutti noi che, sprovvisti di poteri e bacchette magiche, per vivere dignitosamente siamo costretti a utilizzare quell’assurdità incomprensibile che è l’elettricità.

Punto di forza di questo mondo prodigioso è il fatto di essere inserito nel nostro mondo reale, materiale, quotidiano, fatto di automobili, televisioni, telefoni, con un mondo magico parallelo, precluso ai Babbani, completamente sprovvisto di tecnologia e di scienza, in una specie di medioevo dove si scrive con penne d’oca (sebbene alcune siano in grado di scrivere da sole), ci si illumina con candele di cera (per accenderle basta un tocco di bacchetta), si leggono libri con pagine di pergamena (sebbene alcuni siano capaci di mordere o parlare), in un antico castello pieno di camere magiche che si spostano, fantasmi e creature spaventose, ma anche di antiche armature e sculture di pietra.

La Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, un collegio capeggiato dal più grande mago di tutti i tempi, il preside Albus Silente, è situata in Scozia ed è il centro delle vicende dei tre protagonisti principali: Harry Potter, Ronald Wesley e Hermione Granger, i quali, come tutti, entrano nel collegio a 11 anni per uscirne, diplomati, a 17, età in cui Maghi e Streghe diventano maggiorenni. Ogni volume copre temporalmente un anno scolastico a Hogwarts.

L’edizione di riferimento è quella curata da Stefano Bartezzaghi e disponibile anche nel cofanetto Harry Potter – La serie completa (Salani editore, 2013, 3757 pagine, euro 132,30), che comprende i sette volumi:

  1. Harry Potter e la Pietra Filosofale (302 pp., traduzione di Marina Astrologo);
  2. Harry Potter e la Camera dei Segreti (326 pp., traduzione di Marina Astrologo);
  3. Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban (391 pp., traduzione di Beatrice Masini);
  4. Harry Potter e il Calice di Fuoco (655 pp., traduzione di Beatrice Masini);
  5. Harry Potter e l’Ordine della Fenice (853 pp., traduzione di Beatrice Masini, in collaborazione con Valentina Daniele e Angela Ragusa);
  6. Harry Potter e il Principe Mezzosangue (571 pp., traduzione di Beatrice Masini);
  7. Harry Potter e i doni della Morte (659 pp., traduzione di Beatrice Masini).

La serie completa di Harry Potter

Nonostante le critiche che alcuni hanno mosso, il motivo per cui Harry Potter ha venduto (e continua a vendere) così tanto, e soprattutto continua a essere letto diffusamente, forse sono più semplici di quanto si creda: sono libri scritti bene e in modo semplice (e la semplicità, nella scrittura, è molto più faticosa della complessità); sono pieni di invenzioni originali o di rielaborazioni archetipiche e folkloriche; restituiscono un mondo che, per quanto assurdo, risulta perfettamente coerente; e, soprattutto, la lettura è così divertente e appassionante che è difficile interromperla.

Quello che faremo qui è un gioco. Prenderemo alcuni spunti “scientifici” presenti nella saga di Harry Potter, riconducibili al nostro mondo di Babbani, per consigliare la lettura di libri in grado di approfondire quegli spunti (senza magia, almeno apparentemente).
È un percorso fra mille possibili, e ogni lettrice o lettore potrà crearsi il proprio, con l’aggiunta di temi qui non presenti o di nuovi titoli di divulgazione scientifica.

 

HARRY POTTER E LE PIANTE

Sapete come si prepara la Bevanda della Pace, “pozione che calma l’ansia e placa l’agitazione”?

“Harry guardò la lavagna strizzando gli occhi; non era facile decifrare le istruzioni nella bruma di vapore multicolore che riempiva il sotterraneo.
«‘Aggiungere la pietra di luna in polvere, mescolare tre volte in senso antiorario, lasciar bollire per sette minuti, poi aggiungere due gocce di sciroppo di elleboro’».”
[L’Ordine della Fenice, p. 244]

Pozione di non facile esecuzione nel nostro mondo di Babbani, poiché non è facile trovare una pietra lunare, al contrario dell’elleboro, pianta velenosa realmente esistente di cui sconsigliamo caldamente l’uso.

A Hogwarts, tra le materie di studio di Pozioni ed Erbologia, compaiono alcune essenze vegetali realmente esistenti, come appunto l’elleboro. Per quanto riguarda le specie non esistenti, è interessante vedere come possano avere comunque le radici affondate nella realtà.

“Ron sussultò guardando attraverso il parabrezza e Harry si voltò appena in tempo per vedere un ramo grosso quanto un pitone che si abbatteva sull’auto. L’albero contro cui si erano schiantati era partito all’attacco. Aveva il tronco piegato in due e i suoi rami nodosi percuotevano ogni centimetro quadrato dell’automobile.”
[La Camera dei segreti, p. 79]

Il secondo anno scolastico di Harry e Ron non inizia nel migliore dei modi: i due amici, infatti, fanno bruscamente conoscenza con il Salice Schiaffeggiante (nell’originale: Whomping Willow), che nella prima traduzione veniva chiamato erroneamente “platano picchiatore”. Come poco dopo ricorderà ai due amici il severissimo professor Severus Piton, quella che hanno danneggiato con una automobile volante che non potevano assolutamente guidare è “una pianta di valore inestimabile” [p. 84].

I salici sono alberi con rami molto elastici che appartengono alla famiglia delle Salicacee, genere Salix. Il Salix viminalis, per esempio, è coltivato ancora oggi proprio per i suoi rami, usati per produrre il vimini, materia prima per panieri, ceste e stuoie. Peraltro è ironico che sia proprio un salice a provocare dolore e ferite, perché i salici contengono salicina, una molecola molto simile a quella, di sintesi, dell’acido acetilsalicilico, dai più chiamato aspirina. Prima della chimica, non a caso, la corteccia e le foglie di alcune specie di salici venivano utilizzate da civiltà diverse come medicinale (dagli egizi ai nativi americani, e anche nel medioevo europeo). Il primo pare fu Ippocrate, che già nel V secolo a.C. ne apprezzava le proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche.

Fra i generi appartenenti a questa famiglia, c’è anche quello dei pioppi, Populus, piante pioniere che hanno uno stile di vita simile ad altre piante pioniere: le betulacee. E le betulle, alberi del nord a foglie caduche, si comportano esattamente come il nostro magico salice picchiatore. Per scoprire questo e altri prodigi arborei basta leggere l’agile ma ricco saggio divulgativo

La saggezza degli alberi di Peter Wohlleben (Garzanti, 2017, 210 pp., euro16, già recensito qui):

Le betulle sono vere e proprie «fustigatrici». Tutto deve avvenire velocemente e così, nei primi decenni della loro vita, molti esemplari superano il record di crescita del metro all’anno (fino a raggiungere un’altezza massimo di 25 metri). E non ammettono concorrenza da parte di altre specie. I loro rami penduli e flessibili a ogni colpo di vento sferzano le chiome degli avversari, staccando loro i rami più alti. Questo comportamento egoistico riflette la natura delle betulle, simili a guerriere solitarie, che non hanno bisogno di una pianta madre che le protegga perché se la cavano benissimo da sole. […] Questa vita impulsiva e tempestosa ha il suo prezzo: l’età massima di una betulla è di 120 anni, che per gli alberi sono molto pochi.” [Wohlleben, p. 15]

Il libro di Wohlleben restituisce al lettore, fra le molte cose, anche l’indole caratteriale delle principali specie arboree. Come abbiamo visto, non è tutta clorofilla quella che verdeggia al sole: oltre alle betulle, anche i noci hanno un pessimo carattere. Producono infatti lo juglone, un composto tossico che tiene lontane le altre piante in quella che è, a tutti gli effetti, una guerra chimica.

Un libro che affronta il mondo delle piante (anche) da un punto di vista simile è, fin dal titolo, Le piante sono brutte bestie di Renato Bruni (Codice edizioni, 2017, 219 pp., euro 18). L’autore, professore di botanica e biologia farmaceutica a Parma, dopo vent’anni trascorsi nell’ambiente protetto e artificiale del laboratorio, sulle orme del nonno decide di sporcarsi le mani di terra in giardino e nell’orto. Seguendo le quattro stagioni, Bruni indaga la vita delle piante nelle luci e nelle ombre per sottrarle, finalmente, al concetto di idillio che coglie tutti alla vista di florida verzura e fiorellini multicolori.

Dobbiamo pensare che le piante, come i condannati a morte nel selvaggio West, sono “sepolte vive”. Per questo hanno adottato strategie di attacco e di difesa che all’occhio languido di poetici osservatori potrebbe sfuggire. Le piante, ci ricorda Bruni, “non possiedono nessun etica se non quella della sopravvivenza” [p. 165] e per sopravvivere hanno adottato strategie che, al nostro sguardo umano, possono risultare spietate. Per fare un esempio, senza dover scomodare le piante carnivore, vediamo la diffusissima erba da campo Capsella bursa-pastoris, o borsa del pastore:

Poco prima di germinare, le mucillagini del tegumento dei semi si imbibiscono d’acqua e avviano un’esiziale sequenza, che prevede lo sviluppo di un equivalente chimico del canto delle sirene di Ulisse a base di sostanze attrattive per nematodi e protozoi presenti nel terreno, l’accumulo di tossine letali, l’uccisione dei malcapitati, la secrezione di proteinasi, l’assimilazione di aminoacidi e azoto da parte dei semi e il reinvestimento del pasto durante gli stadi iniziali di crescita della plantula. Quando, sdraiati sul prato, guarderete le capsule immature a forma di cuore della borsa del pastore il moto romantico vi resterà strozzato, se siete amanti dell’idillio.” [p. 169]

Fosse un personaggio di Harry Potter, Renato Bruni sarebbe Neville Longbottom, futuro insegnante di Erbologia, l’unico in grado di maneggiare o ammansire piante violente e pericolosissime come il Tranello del Diavolo (pianta che strangola), i Bubotuberi (urticanti) o la Mandragola, pianta realmente esistente, più nota come Mandragora, provvista di radici biforcate che ricordano effettivamente il corpo di un essere umano.

La Capsella bursa-pastoris

Nel mondo di Harry Potter, la mandragola va maneggiata con estrema attenzione e solo se provvisti di paraorecchie isolanti, perché il pianto di quella piccola figura umana che costituisce le radici, nelle piante adulte è mortale, mentre nelle piantine giovani può essere, per alcune ore, invalidante:

“Al posto delle radici, dalla terra venne fuori un minuscolo neonato coperto di fango e terribilmente brutto. Le foglie gli spuntavano direttamente dalla testa. Aveva la pelle verdastra tutta chiazze ed era chiaro che stava urlando con quanta forza aveva nei polmoni.”
[La Camera dei Segreti, p. 96]

 

HARRY POTTER E I RAPACI NOTTURNI

“I gufi, almeno trecento, erano appollaiati tutto intorno e tubavano; si andava dai grandi esemplari di gufo grigio fino ai piccoli assioli (‘Solo consegne locali’), così minuscoli che avrebbero potuto stare nel palmo della mano di Harry.”
[Il prigioniero di Azkaban, p. 254]

Una sera, al tramonto, mi trovavo in un bar sulle colline bolognesi e due uomini in un tavolino vicino si lamentarono (seriamente) del fatto che nessuno spegnesse “quel ‘maledetto’ antifurto” che si sentiva poco lontano. L’antifurto era un assiolo, che lanciava il suo ossessivo e malinconico richiamo mononota, una specie di chiuuù che gli dà il suo nome popolare. “Con quel canto fui vivo nel silenzio”, scrisse Pier Paolo Pasolini nella poesia L’Assiuolo.

Dopo la Civetta nana, con i suoi 20 centimetri scarsi l’assiolo (Otus scops), è il più piccolo rapace notturno d’Europa. È prevalentemente un insettivoro e il suo piumaggio grigio screziato lo mimetizza con i tronchi di molti alberi. Non gli piace consumare energie nella predazione, al contrario di altri rapaci notturni dal volo molto più acrobatico ed energico, e in questo senso la descrizione di Leotordo, l’assiolo di Ronald Wesley, è abbastanza precisa, così come, nel mondo senza Corrieri né Poste Italiane di Harry Potter, ha senso suddividere i gufi in base alla distanza che possono percorrere in volo per le consegne, perché è questo che sono i rapaci notturni nel mondo magico: postini.

Il gufo delle nevi (Bubo scandiacus, precedentemente noto come civetta delle nevi, Nyctea scandiaca), per esempio, specie alla quale appartiene la splendida Edvige di Harry Potter, è realmente in grado di percorrere migliaia di chilometri in pochi giorni.

Per saperne di più, esiste un delizioso volumetto interamente dedicato all’Ordine degli Strigiformi (che tradotto suona circa come “uccello dalla forma di strega”), rapaci notturni accomunati, fra le altre cose, da penne dotate di barbule che ne rendono il volo perfettamente silenzioso. Si intitola Gufi e civette, di Cesare Della Pietà e Marco Mastrorilli (Muzzio editore, 2008, 176 pp, euro 18) e oltre ad avere tante belle immagini a colori, è precisissimo ed estremamente utile: dopo una parte generale, a ognuna delle 13 specie europee esistenti sono dedicati capitoli di una decina di pagine, con una ricchezza di informazioni rara e appagante.

 

Grazie a questo libro, che è inevitabile consultare per sempre, scoprirete fra l’altro che il “gufo grigio” in Italia non esiste, e che con “grandi esemplari di gufo grigio” (v. brano sopra) la Rowling intende probabilmente l’affascinante allocco di Lapponia (in inglese, Great Grey Owl), Strix nebulosa, ovvero del colore della nebbia.

 Un esemplare di gufo delle nevi

“Il sole ormai era alto nel cielo e quando Harry entrò nella guferia le finestre prive di vetri lo abbagliarono; spessi raggi dorati s’incrociavano nella stanza circolare in cui centinaia di gufi erano appollaiati sulle travi, un po’ irrequieti nella luce del mattino; alcuni erano appena tornati dalla caccia. Il pavimento coperto di paglia scricchiolò un po’ mentre Harry calpestava ossicini di animali, tendendo il collo per cercare Edvige.”
[L’ordine della Fenice, p. 292]

Il brano qui sopra lascia qualche perplessità, soprattutto per quel rumore di ossicini.

Dopo aver ingoiato le prede intere (prevalentemente roditori e uccelli), e dopo averle digerite nei due stomaci (proventriglio e ventriglio), i gufi vomitano delle pallottole, chiama borre, che contengono peli, piume, ossa, becchi, denti, ovvero le parti delle prede non digeribili. Le borre sono piuttosto leggere e compatte, e dalla forma è possibile capire quale specie le ha prodotte. Come sa chiunque ne abbia aperta una, schiacciandola con le dita, le ossa sono mischiate a una quantità di peli e di piume che attutiscono il suono, e quindi viene il sospetto che l’autrice, nella frase citata, abbia fatto un po’ di confusione.

Per fugare ogni dubbio consigliamo Tracce e segni degli uccelli d’Europa di Roy Brown, John Ferguson, Micheal Lawrence, David Lees (Ricca editore, 2012, 231 pp., euro 29,90), notevole guida al riconoscimento di tutto ciò che un uccello può lasciare dietro di sé. Tracce di alimentazione, impronte, nidi, penne, teschi, escrementi e ovviamente borre, le quali sono prodotte non solo dai rapaci (notturni e diurni), ma anche da molte altre specie, per esempio uccelli limicoli (cioè di palude), gabbiani, averle, corvidi, martin pescatori, cuculi, etc.
Le tavole delle penne, in particolare, sono di una bellezza ipnotica, e ci obbligano, quando troviamo una penna durante una passeggiata, a portarcela a casa per vedere a quale specie appartiene.

In ogni caso, se mai pesterete rigetti di gufo ai piedi di un posatoio, tanto più se caduti su un letto di paglia, è altamente improbabile che sentirete ossicini di animali scricchiolare.

 

HARRY POTTER E I RAGNI

“Ragni. Non ragni piccoli come quelli che si arrampicavano sulle foglie sottostanti. Ragni delle dimensioni di cavalli da tiro, con otto occhi e otto zampe, neri, pelosi, giganteschi. L’enorme esemplare che lo stava trasportando imboccò la ripida discesa, diretto verso una ragnatela a cupola, avvolta nella caligine, proprio al centro della cavità, mentre i suoi compagni si richiudevano a cerchio schioccando le chele, eccitati alla vista del carico.”
[La Camera dei Segreti, p. 264]

Il brano racconta il primo incontro con le Acromantule, ragni enormi in grado di parlare, figli dell’anziano patriarca Aragog, grande come un elefante, cieco e incanutito per l’età, che buona parte avrà nelle vicende dei Nostri e nel destino di Hagrid, personaggio di origine folklorica chiaramente ispirato all’archetipo dell’Uomo Selvatico, che riferendosi alle Acromantule commenterà: “Mica tutti capiscono la loro bellezza” [Il Principe Mezzosangue, p. 427].

Capire la bellezza dei ragni, in effetti, non è semplicissimo, né immediato, per noi mammiferi che digeriamo le prede dentro il corpo. Per ovviare a questo problema, consigliamo un libro utile e bellissimo: Guida ai ragni d’Europa di Heiko Bellmann (Muzzio editore, 2016, 428 pp., euro 29), con oltre 400 specie europee illustrate con 850 fotografie a colori.

I ragni hanno otto zampe (gli insetti sei), nella maggior parte dei casi otto occhi, il corpo diviso in due segmenti (contrariamente agli insetti che ce l’hanno diviso in tre) chiamati prosoma e opistosoma. Gli occhi sono chiamati ocelli e le chele si chiamano in realtà cheliceri, fatti di chitina, dunque molto resistenti, e spesso contenenti le ghiandole velenifere (raramente pericolose per l’uomo). Sono creature molto studiate, in particolare per la loro capacità (impressionante, visti i risultati) di costruire ragnatele. Per farlo usano le filiere poste all’estremità dell’opistosoma, dotate di ghiandole sericigene di diverso tipo, ognuna delle quali produce un diverso tipo di seta, che fuoriesce liquida per poi solidificarsi all’aria dopo che il ragno l’ha lavorata. La seta, fatta di proteine, è studiata per le sue caratteristiche non riproducibili in laboratorio: è leggerissima, molto resistente ed estremamente elastica, qualità che il nylon (ancora) non ha.

Un gioco divertente che si può fare con questo libro alla mano è quello di cercare fra le specie europee esistenti quella (o quelle) che più assomigliano alle Acromantule. La peluria nera potrebbe far pensare all’Amaurobius ferox, ragno di cui è facile vedere le ragnatele punteggiare i muri provvisti di fessure. Ma se guardiamo ai grandi occhi e all’agilità corporea dobbiamo forse cercare nella famiglia dei Salticidi (vedi pp. 282-345). Oppure la Rowling potrebbe essersi ispirata a uno dei ragni europei più grandi, la tarantola (Lycosa tarantula), che fa parte della famiglia dei Lycosidi, detti ragni-lupo per le loro abilità, anch’essi dotati di otto grandi occhi, ma non grandi costruttori di ragnatele (vedi pp. 164-193). L’importante è che alla fine ognuno crei la propria Acromantula reale, in un gioco utile se non altro per conoscere meglio i ragni. Conoscendoli, forse impareremo ad apprezzarli come meritano.

In questo video targato BBC Earth puoi scoprire i segreti che stanno dietro l’architettura di una ragnatela:

Nella seconda e ultima parte di Harry Potter e la Scienza affronteremo: fisica e “babbanologia”, astronomia, ansia e depressione, morte, amore.

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