Harry Potter e la Scienza (seconda parte)

ATTENZIONE CONTIENE SPOILER

Se non avete mai letto i libri di Harry Potter, o non avete mai visto gli otto film tratti dai sette volumi della serie, e avete intenzione di farlo… non leggete questo articolo.

 

Dopo la prima parte di Harry Potter e la scienza, dove abbiamo introdotto la saga di J.K. Rowling e dove abbiamo parlato di alberi e piante spietate, di rapaci notturni e di enormi ragni, il gioco prosegue con la seconda e ultima parte.

 

HARRY POTTER E L’ASTRONOMIA

La professoressa Trelawney si chinò e prese da sotto la sedia un modellino in miniatura del sistema solare rinchiuso sotto una cupola di vetro. Era un oggetto molto bello; ciascuna delle lune scintillava dolcemente al suo posto attorno ai nove pianeti e al sole che brillava forte, e ciascun globo galleggiava a mezz’aria sotto il vetro. Harry guardò pigramente mentre la professoressa Trelawney cominciava a indicare l’angolo affascinante che Marte formava con Nettuno.
[Il Calice di Fuoco, p. 517]

«Nove pianeti? Dove andremo a finire di questo passo?!» esclameranno i lettori più intransigenti e frettolosi. Sì, frettolosi, perché Harry Potter e il Calice di Fuoco, da cui è tratto il brano, è uscito in Inghilterra nel 2000. E il misterioso Plutone dal 1930, anno della sua scoperta, fino all’agosto del 2006, era considerato un pianeta del Sistema Solare. Solo nel 2006 è stato declassato a pianeta nano ed è per questo che oggi, nelle scuole di tutti i Regni, si insegna che i pianeti del Sistema Solare sono otto, non nove. Non c’è da scandalizzarsi, quindi, per il numero di pianeti, mentre risulta più problematico riuscire a immaginare quale aspetto abbia il modellino.

Il modellino della Professoressa Trelawney contiene il Sole, gli 8+1 pianeti e addirittura le lune, chiamate dagli astronomi satelliti naturali, e la prima domanda che possiamo porci è: quanto potrà mai essere grande? Apriamo il bel libro Dove sono tutti quanti? – Un viaggio tra stelle e pianeti alla ricerca della vita (Rizzoli, 2016, 231 pp., euro 17,50) dell’astrofisico e divulgatore Amedeo Balbi (1971), uno stimolante viaggio nel nostro Sistema Solare e nella nostra galassia, la Via Lattea, in cerca di esopianeti in grado di ospitare la vita (gli esopianeti sono pianeti che girano attorno a stelle diverse dal Sole). Balbi, nella sua guida galattica, ci mette subito in guardia: “Insegnanti, dite addio all’idea di fare un modello in scala del sistema solare con la vostra classe”. Come vedremo, risulta evidente che la professoressa Trelawney, presa com’è dalle sue ubbie e dalle sue vaghe e fosche (pre)visioni, non ha mai letto Balbi. Al contrario di Hermione, che infatti non sbaglia un colpo:

«La luna più grande di Giove è Ganimede, non Callisto» disse Hermione, indicando da sopra la spalla di Ron una riga del tema di Astronomia, «ed è Io che ha i vulcani»
[L’Ordine della Fenice, p. 306]

Nel primo capitolo Balbi ci aiuta a visualizzare mentalmente l’inconcepibile vastità nella quale ci troviamo. Immaginate dunque che la Terra, in scala, sia grande come un pallone da basket e la Luna sia grande come una pallina da tennis. A quale distanza mettereste le due palle per rispettare il rapporto della distanza tra i due corpi celesti? Molte persone, a quante pare, dicono 1 metro. La risposta corretta, invece, è… 7 metri! Se volete provare e l’aula della vostra classe non è grande abbastanza, andate nei corridoi, magari evitando di far girare la Luna attorno alla Terra.

Se volessimo continuare il nostro modello, il Sole sarebbe una sfera di circa 26 metri di diametro, più o meno l’altezza di una palazzo di nove piani. Per metterlo alla distanza giusta dalla Terra – ovvero del nostro pallone – dovremmo piazzarlo a quasi 3 chilometri di distanza […] Se voleste includere anche Plutone (un tempo ritenuto il nono pianeta) dovreste piazzare una pallina di 4 centimetri di diametro a 110 chilometri di distanza. Insomma, il nostro modello di sistema solare non sarebbe molto maneggevole.  [p. 28]

Ispirandoci a Balbi, proviamo ora a fare due conti non tenendo conto delle distanze fra i corpi celesti ma, come accade in molte immagini presenti nei libri di testo, solo delle dimensioni in scala, per avere misure realistiche adatte al modellino della professoressa Trelawney. Il diametro del Sole misura 1.391.000 kilometri. Il diametro del pianeta più grande del Sistema solare, Giove, è 143.000 kilometri. La Terra ha un diametro di 12.756 kilometri e la Luna ha un diametro di 3.476 kilometri. Consideriamo, in questo «modellino in miniatura del sistema solare rinchiuso sotto una cupola di vetro», il Sole al centro: diciamo che potrebbe avere un diametro di 15 centimetri. Approssimando il diametro reale del Sole a 1.500.000 kilometri, significa che nel modellino della professoressa Trelawney Giove avrebbe, con le dovute approssimazioni, un diametro di 1,5 cm, la Terra di 1,25 millimetri e la nostra Luna “scintillante”, uno dei satelliti più grandi del sistema solare, avrebbe un diametro di appena 0,35 millimetri! Provateci, a dividere un millimetro in tre parti… Difficile dunque, a Hogwarts come a Lambrate, che un modellino simile abbia qualche utilità didattica.

 

Ma torniamo a Dove sono tutti quanti?, dove Balbi ci porta a spasso nello spazio anche ripercorrendo la storia e i risultati delle più importanti missioni spaziali, e ci racconta la sua esperienza personale, prima di bambino curioso e poi di adulto ricercatore. Insieme alle storie di molti grandi scienziati che lo hanno preceduto, con interessanti riferimenti alla nostra cultura occidentale, per esempio Star Trek, ci parla di batteri, di rocce, di sonde spaziali, di famosi programmi televisivi oppure di civiltà aliene: se consideriamo che, secondo stime recenti, nell’Universo ci sono circa 2000 miliardi di galassie, ognuna contenente varie centinaia di miliardi di stelle, risulta statisticamente piuttosto probabile che in uno degli n pianeti abitabili al di fuori del nostro Sistema Solare ci siano forme di vita di varia natura (dai batteri in su), rispettando la definizione di Vita che un comitato di esperti della NASA ha dato qualche anno fa, cioè: «un sistema chimico autosufficiente, capace di evoluzione darwiniana» [p. 97].  Balbi racconta anche di come il mistero e lo stupore possano cogliere un bambino che osserva la volta celeste in una notte d’estate. Questa stessa immagine la ritroviamo in un altro libro che possiamo considerare “fratello” di Dove sono tutti quanti?.

L’autrice è una scrittrice di romanzi fantasy di fama internazionale. Al contrario di J.K. Rowling, è italiana e non è laureata in lettere classiche, ma in astrofisica. Si chiama, naturalmente, Licia Troisi (1980) e quello che consigliamo è il suo felice esordio nella divulgazione scientifica. Si intitola Dove va a finire il cielo (e altri misteri dell’universo) (Mondadori, 2015, 191, pp., euro 17) e, rispetto a quella di Balbi, è una guida galattica che richiede un piccolissimo sforzo in più. Ha il proprio cuore nella divulgazione delle conoscenze più recenti riguardo a ciò che sappiamo, o che potremmo sapere grazie alle teorie oggi più convincenti, sull’Universo.

Dopo aver visto un documentario in televisione su Stephen Hawking, da bambina Licia Troisi, come Balbi e come molti di noi, ha conosciuto lo stupore di ammirare il cielo stellato in vacanza, perché a Roma (dove vive) sono visibili non più di un centinaio di stelle, a causa dell’inquinamento luminoso e atmosferico. Questo stupore l’ha spinta a studiare astrofisica fino a laurearsi con una tesi sulle galassie nane, parallelamente alla sua più nota attività di scrittrice fantasy, iniziata ad appena 22 anni con i romanzi ambientati nel Mondo Emerso.

In entrambi i testi di Troisi e Balbi, il percorso umano e intellettuale degli autori sono affascinanti libri nei libri, che si intrecciano in modo stimolante alla narrazione divulgativa dei misteri del cosmo, cosmo che è qualcosa di molto diverso rispetto all’apparentemente quieto vuoto nero punteggiato di stelle che osserviamo attorniati dai grilli nei nostri verdi prati.

Il cielo è immenso e sembra sempre identico a se stesso. Visto da fuori, è l’immagine della pace. E invece accadono cose di una violenza inaudita: miriadi di stelle che nascono e muoiono, la materia che si forma e si scompone, secondo un meccanismo perfetto. [Troisi, p. 13]

Licia Troisi, partendo dal nostro pianeta e dal nostro satellite naturale, passando per galassie, supernove e Relatività di Einstein, si spinge fino al Big Bang e all’espansione, in atto, dell’Universo. Qui daremo ai lettori solo due piccoli ma importantissimi indizi, che probabilmente avrebbero spinto Arthur Weasley a un delirante entusiasmo: radiazione cosmica di fondo, o eco del Big Bang (visibile in un televisore sprogrammato) e paradosso di Olbers (visibile di notte alzando lo sguardo al cielo, che come sappiamo è buio… e perché mai è buio con tutte quelle stelle?).

“Fa impressione pensare a come cambino le cose: meno di cent’anni fa eravamo convinti di vivere in un universo che si esauriva nelle stelle della nostra galassia, un luogo tutto sommato piccolo, ma che già così ci appariva sconfinato, e ora immaginiamo perfino che esistano ulteriori universi, là fuori… È questo il cammino della scienza, l’unica cosa capace […] di portarci là dove nessuno è mai stato prima, in mezzo a stelle, galassie, ammassi e, chissà, forse anche altri universi. La scienza, certo, ma anche l’immaginazione, due cose che, contrariamente al luogo comune più diffuso oggi, sono strettamente collegate.” [p. 177]

Il suo (e nostro) sorprendente viaggio si conclude con le parole tratte da un libro intitolato «Che t’importa di cosa dice la gente?», scritto da un tale, di nome Richard Feynman, che avremo il piacere di conoscere molto presto.

Va aggiunto infine che, per motivi puramente cronologici, queste due significative letture di Balbi e Trosi si fermano poco prima della fondamentale scoperta delle onde gravitazionali, previste teoricamente da Albert Einstein un secolo fa. L’annuncio della prima misurazione sperimentale, avvenuto l’11 febbraio 2016, creò una sorpresa e un entusiasmo con pochi precedenti nella storia della scienza.

Cosa sono le onde gravitazionali, quale è la storia scientifica che ha portato alla loro scoperta e cosa rappresentano per la scienza, in questo viaggio meraviglioso ai limiti estremi della conoscenza che stiamo facendo noi esseri umani per indagare l’Universo, lo spiega benissimo Sergio Rossi (1970) nel suo Einstein l’aveva capito – La scoperta delle onde gravitazionali (Feltrinelli Kids, 2017, 127 pp., euro 13), in modo accessibile e con esempi efficaci. Un libro molto utile anche per un altro motivo: divulga e aiuta a comprendere Relatività ristretta e Relatività generale di Einstein, di capitale importanza e purtroppo affrontata raramente nei programmi scolastici.

 

 

HARRY POTTER E LA FISICA

Nel secondo libro della saga, poco prima che inizi il secondo anno scolastico a Hogwarts, Harry Potter conosce i genitori di Ron, Molly e Arthur Weasley, che da lì in poi lo adotteranno come fosse il loro ottavo figlio. Giunto alla Tana dei Weasley, Harry finalmente trova, per la prima volta in vita sua, il calore di una vera famiglia.

A cena il signor Weasley voleva che sedesse accanto a lui, in modo da poterlo bombardare di domande sulla vita dei Babbani e chiedergli di spiegare in che modo funzionassero cose come le prese elettriche e il servizio postale.
«Affascinante!» disse quando Harry gli spiegò l’uso del telefono. «Ingegnoso, veramente! Quanti modi hanno trovato i Babbani per cavarsela senza la magia!»
[La Camera dei Segreti, p. 51]

I Babbani sono gli esseri umani privi di poteri magici cioè, purtroppo o per fortuna, tutti noi. Per chi ancora non lo sapesse, nel mondo magico siamo oggetto di studio. Mentre noi Babbani abbiamo suddiviso il sapere che ci riguarda in una miriade di branche, per conoscerci i maghi hanno una unica materia di studio, che è la Babbanologia. La Babbanologia, naturalmente, comprende tutte le scienze (applicate o umane poco importa), ma si può forse dire che la fisica sia per noi Babbani il non plus ultra della Babbanologia, perlomeno basandoci sulle curiosità del signor Weasley, che grazie alle sue passioni diventerà direttore dell’Ufficio per l’Uso Improprio dei Manufatti dei Babbani al Ministero della Magia.

«Qual è la tua più grande ambizione?»
«Scoprire come fanno gli aeroplani a stare su».
[Domanda di Molly Weasley e risposta del marito Arthur, Il Principe Mezzosangue, p. 87]

La smodata e a volte rischiosa passione di Arthur Weasley per il nostro ingegno fa venire in mente un Babbano che da molti era considerato un mago, non solo grazie alle sue scoperte nell’elettrodinamica quantistica (QED) e ai suoi rivoluzionari diagrammi. Parliamo di Richard P. Feynman (1918–1988), Premio Nobel per la fisica nel 1965 che, proprio come Arthur, ha sempre voluto scoprire come funzionassero le cose del mondo, dalle più (apparentemente) insignificanti alle più abissali e misteriose leggi della natura. Per esempio: perché diamine se comprimiamo un semplice spaghetto in senso longitudinale con le dita alle due estremità, lo spaghetto non si rompe mai in due parti, ma sempre in tre o più parti? Provate! (Armati, oltre che di stupore e pazienza, anche di scopa) Oppure: come si comportano fra loro le particelle subatomiche elettricamente cariche in presenza della forza elettromagnetica? Oppure: perché ciarlatani e pseudoscienze hanno così tanto successo?

A queste e a moltissime altre domande di grande attualità risponde lo stesso Feynman in due libri “gemelli” (quelli di Balbi e Troisi erano “fratelli”) che consigliamo di cuore. Si intitolano «Sta scherzando, Mr. Feynman!» (Zanichelli, 1988-2008, 350 pp., euro 23,20) e «Che t’importa di cosa dice la gente?» (Zanichelli, 1989-2008, 230 pp., euro 20), entrambi tradotti da Sylvie Coyaud, entrambi una festa intellettuale di trascinante euforia e contagioso entusiasmo

intellettuale.

Uomo iconico, con la sua passione per i bonghi e per le feste, Feynman fu anche un grande divulgatore (e narratore delle proprie gesta). Ne sono prova questi due libri, nati dai racconti che Feynman fece al suo compare musicale Ralph Leighton (figlio di un professore del Caltech dove insegnava anche Feynman), del quale vale la pena riportare per intero la prefazione al primo volume:

Le avventure raccolte in questo libro sono state raccontate, in modo casuale e intermittente, durante i sette piacevoli anni in cui ho suonato le percussioni insieme a Richard Feynman. Mi è parso che ogni storia fosse di per sé divertente, e che riunite insieme fossero addirittura esilaranti. Sembra quasi incredibile che una sola persona, nel corso di un’unica vita, abbia potuto accumulare esperienze così varie e stravaganti. Inoltre, il fatto che una persona sia riuscita da sola a combinare tanti guai è certo fonte d’ispirazione per tutti noi. [«Sta scherzando, Mr. Feynman!», p. 7]

Fin da piccolo Richard amava giocare con il piccolo chimico ed era in grado di smontare, rimontare e costruire radio funzionanti, da solo nella sua stanzetta. Da adulto, aveva una capacità di concentrazione da molti definita sovrumana e quando c’era da fare sul serio, faceva sul serio. Ma per tutta la vita, questo magnifico esemplare di Babbano smodatamente appassionato di Babbanologia, tenne sempre in grande considerazione il gioco, con tutto il divertimento che ne poteva derivare.

Questi due libri rappresentano un catalogo eccezionale di ciò che una mente superiore può inventarsi per mettersi alla prova e per mettere alla prova la mente (e la pazienza) degli altri. Vi ritroverete a ridere per scherzi e rompicapi, oppure ad appassionarvi delle gesta di un paramecio che Feynman osservò col suo microscopio, notando ovviamente comportamenti nuovi, non presenti nei libri di testo a sua disposizione. Imparerete anche ad aprire casseforti e soprattutto farete vostri alcuni principi basilari della scienza e uno sguardo mai banale sulle cose.

Occorre fornire tutte le informazioni per aiutare gli altri a giudicare il valore del vostro contributo; non si possono dare solo quelle che orientino in un determinato modo.
Questa idea sarà ancora più chiara se la si confronta, per esempio, con la pubblicità. Ieri sera ho sentito che l’olio Wesson non impregna i cibi. È vero. Non è uno slogan disonesto. Ma sto parlando di qualcosa di più: l’integrità scientifica si colloca a un livello più alto della non disonestà. Quello slogan pubblicitario avrebbe dovuto aggiungere che nessun olio impregna il cibo, alla giusta temperatura. A una temperatura diversa, invece, tutti impregnano il cibo, compreso l’olio Wesson. In questo modo si fornisce un rapporto causale, non il semplice fatto (che in sé è vero). Questa è la differenza con la quale dobbiamo misurarci [«Sta scherzando, Mr. Feynman!», p. 340].

Dopo aver letto questi due libri, è molto probabile che non ne avrete abbastanza. Un buon modo per avere più chiara l’affascinante fisica di Feynman, contestualizzandola con la sua vita, può essere quello di leggere la biografia scritta dal fisico e divulgatore Lawrence M. Krauss (1954) intitolata L’uomo dei quanti – La vita e la scienza di Richard Feynman (Codice, 2011, 239 pp., euro 19), utile anche per capire ciò che Feynman lasciò a chi gli stava intorno, che è tantissimo.

Il suo approccio era semplice da dire, molto più difficile da mettere in pratica: qualunque problema affrontasse Richard Feynman, lo affrontava come se nessuno, prima di lui, in tutta la storia umana, lo avesse mai affrontato. Sulla sua lavagna, dopo la morte avvenuta serenamente nel 1988 a causa di un grosso tumore, trovarono questa frase che sistematizza una vita di costante e inesausta ricerca: “Impara a risolvere tutti i problemi che sono già stati risolti”. Lui lo faceva a modo suo, come fosse un esploratore di terre sconosciute.

Dopo aver fatto la conoscenza di Richard Feynman, se volete approfondire le meraviglie della fisica da un punto di vista inedito, dalle semplici leve ai misteri della meccanica quantistica e delle particelle elementari, potete leggere La fisica dei supereroi (Einaudi Tascabili, 2014, 395 pp., euro 14) di James Kakalios (1958). L’autore insegna fisica all’Università del Minnesota e un bel giorno, in pieno spirito “feynmaniano”, ebbe l’ispirazione per una nuova didattica della fisica grazie ai… fumetti. Fumetti della cosiddetta “Silver Age” del fumetto americano, dunque prevalentemente anni Cinquanta e Sessanta, al servizio di quello che è, a tutti gli effetti, un manuale di fisica, ma completamente diverso dal solito, perché le leggi che sottostanno ai principali fenomeni fisici sono descritti e spiegati partendo da specifici episodi tratti da storie di Superman, Uomo Ragno, Hulk, Flash, Ant-Man, Electro o Elasti-Girl, per dirne solo alcuni, tenendo ben saldo il concetto (come sappiamo tutti noi che abbiamo tifato Grifondoro a Quidditch) che “quasi sempre l’uso di superpoteri implica di per sé una chiara violazione delle leggi note della fisica e richiede una sospensione deliberata e volontaria dell’incredulità” [Kakalios, p. 19].

Un esempio? Diamo soddisfazione a Arthur Weasley e accenniamo al funzionamento delle prese elettriche grazie al personaggio di Electro, pericoloso per gli altri supereroi a causa della sua forte differenza di potenziale.

La corrente elettrica è un flusso di elettroni e questo flusso passa attraverso il conduttore che collega due punti con diversa tensione:

Qualunque sia la grandezza della carica elettrica netta di un corpo, essa non scaricherà se ogni altro corpo circostante ha esattamente la stessa carica. Tecnicamente, la tensione che attira o respinge cariche elettriche circostanti  è una misura della «differenza di potenziale», definita come la differenza di energia potenziale che le cariche hanno su un corpo in relazione a un altro. È proprio questo che rende Electro così pericoloso (oltre al suo audace senso estetico), ovvero la capacità di controllare come vuole la sua differenza di potenziale rispetto a ciò che lo circonda…
[…] Gli elettroni presenti in un filo accelerano e aumentano la propria energia cinetica sotto forma di corrente elettrica, reagendo alla tensione applicata nel filo, ma solo se hanno un posto in cui andare. Così come un mattone sopra la testa conserva la propria energia potenziale all’inifinito finché non lo lascio andare, gli elettroni non possono accelerare in seguito all’applicazione di una tensione, se il filo non è collegato elettricamente a qualcosa [Kakalios, pp. 215-216].

Per questo bisogna stare molto attenti a fili elettrici scoperti o a non infilare le dita nelle prese tanto amate da Arthur Weasley, perché gli elettroni, in paziente attesa nel filo, troverebbero nel nostro corpo un luogo perfetto per migrare in massa verso terra, con risultati per noi disastrosi. Un libro, La fisica dei supereroi, che – ci piace pensare – Feynman avrebbe apprezzato, nel suo essere spesso e volentieri… controcorrente.

Grazie a questi libri, le lettrici e i lettori potranno ricercare le basi fisiche di un paio di brani particolarmente interessanti, nel mondo di Harry Potter. Il primo brano riguarda il Bus Nottetempo. Fuggito dalla casa degli orridi zii Dursley, Harry è disperato, ma ecco arrivare in suo soccorso il bus Nottetempo, “mezzo di trasporto di emergenza per maghi e streghe in difficoltà” [Il prigioniero di Azkaban, p. 43], che quando parte o arriva produce un assordante BANG, probabilmente per il superamento del muro del suono, in grado com’è di percorrere l’intera Inghilterra in pochi minuti. Il problema è che a p. 46 si parli di una velocità di “centocinquanta all’ora”, ma la cosa interessante è che:

Il Nottetempo viaggiava nell’oscurità, mettendo in fuga parchimetri e cespugli, alberi e cabine del telefono […] Harry si rizzò a sedere e osservò gli edifici e le panchine che si ritraevano dal percorso del Nottetempo” [p. 49]

come se il bus fosse in grado di deformare lo spaziotempo che, come ci ha dimostrato Einstein, è il tessuto stesso dell’Universo. Se però le masse dei corpi si attirano tra loro, il Nottetempo, conformemente alle leggi magiche che sovvertono le nostre leggi fisiche, respinge tutti gli oggetti, allontanandoli al suo passaggio.

Il Sole quindi, con la sua massa enorme, deforma lo spaziotempo in modo tale che la Terra e gli altri pianeti gli girino intorno, come biglie che rotolano sulla parete interna di un imbuto. Lo stesso vale per la Terra e la Luna, con la Luna legata alla deformazione dello spaziotempo operata dalla massa della Terra. E infatti:

«Il tempo e lo spazio sono importanti nella magia, Potter.»
[Piton, L’Ordine della Fenice, p. 530]

L’effetto della massa di un pianeta sullo spazio-tempo (Immagine: INAF)

Oppure, grazie alla meccanica quantistica (o forse basterà l’elettromagnetismo?), i lettori potranno fornire la propria personale interpretazione di quali sono le basi reali di un fenomeno particolarmente affascinante e molto, molto raro, nel mondo magico: l’incontro/scontro tra due nuclei gemelli, in riferimento al comportamento delle bacchette magiche di Harry e Voldemort. Oppure i lettori – sempre più ingordi – potranno fornire la propria interpretazione su ciò che accade durante i viaggi con la Metropolvere, che sembrano sfruttare in modo controllato i cosiddetti wormhole, detti anche “ponti di Einstein-Rosen”.

Torniamo a Feynman, che fra le mille avventure partecipò anche alla costruzione della bomba atomica a Los Alamos, nel famoso Progetto Manhattan, al fianco di Enrico Fermi (il fisico che un giorno esclamò: Dove sono tutti quanti?), Robert Oppenheimer e tanti altri grandi scienziati mossi dall’urgenza di battere sul tempo Hitler e di fare una cosa che nessuno aveva mai fatto prima, per evitare disastri potenzialmente ancora peggiori, in un clima di grande fermento, entusiasmo e inesausta laboriosità. Il periodo che seguì lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, però, vedrà Feynman in uno stato di grave prostrazione psicologica, anche a causa della morte per tubercolosi, avvenuta a venticinque anni, della sua amatissima prima moglie Arlene.

Seduto in un ristorante di New York, guardavo le case e mi trovavo a calcolare il raggio d’azione e i danni della bomba su Hiroshima. Quanto distava, da qui, la trentaquattresima strada? Chissà quante case distrutte, polverizzate. Vedevo operai che costruivano un ponte, o una nuova strada, e pensavo che erano pazzi, e che non capivano, non capivano. Perché costruire? Era inutile.
Ma ormai è inutile da sessant’anni, no? Quindi sbagliavo io a pensare che non servisse più costruire ponti, e hanno fatto bene loro a continuare [«Sta scherzando, Mr. Feynman!», pp. 136-137].

Per la prima e forse unica volta nella sua vita, Feynman visse un periodo in cui si ritrovò in un abisso senza speranza, senza futuro, senza senso. Si ritrovò, insomma, a un passo dall’essere baciato dai Dissennatori.

 

HARRY POTTER E LA DEPRESSIONE

I Dissennatori (nell’originale Dementor) sono forse l’invenzione letteraria più potente dell’intera saga di Harry Potter. Compaiono per la prima volta nel terzo volume e questa è la prima descrizione che viene fatta di una di queste creature inquietanti e misteriose, durante il viaggio di andata sull’Hogwarts Express:

In piedi sulla soglia […] c’era una figura ammantata che torreggiava fino al soffitto. Aveva il volto completamente nascosto dal cappuccio. Gli occhi di Harry sfrecciarono in basso, e quello che vide gli diede una stretta allo stomaco. Una mano spuntava dal mantello, ed era scintillante, grigiastra, viscida e rugosa, come una cosa morta rimasta troppo a lungo nell’acqua…
[…] Poi la cosa, quale che fosse, trasse un lungo, lento, incerto, sospiro, come se cercasse di respirare qualcosa di più dell’aria.
Un freddo intenso calò su di loro. Harry sentì il respiro mozzarsi nel petto. Il freddo penetrò fin sotto la pelle. Era dentro di lui, s’insinuava fino al cuore…
Gli occhi di Harry si rovesciarono. Non vedeva più niente. Annegava nel gelo.
[Il Prigioniero di Azkaban, pp. 85-86]

Leggendo fra le righe, è lecito pensare che Harry abbia avuto qualcosa di simile a un attacco di panico. Quando Harry riesce a tornare da quella gelida nebbia di orrore e paura, il nuovo Professore di Difesa contro le Arti Oscure, Lupin, mostra a Harry, Ron e Hermione come rimettersi in sesto dopo un incontro con i Dissennatori: mangiando cioccolata.

Harry ne staccò un morso e con sua grande sorpresa sentì un fiotto di calore invaderlo da capo a  piedi.
[Il Prigioniero di Azkaban, p. 88]

Oltre al piacere derivante dal sapore, il cioccolato ha realmente effetti benefici sull’organismo umano, ma a due condizioni: bisogna mangiarne quantità limitate e possibilmente solo di cioccolato fondente. Il cioccolato fondente è ricco di triptofano, un amminoacido essenziale con proprietà antidepressive e necessario per sintetizzare la serotonina, sostanza fondamentale per il sistema nervoso centrale. Inoltre il cioccolato (coltivato per la prima volta dai maya e detto “cibo degli dei”) contiene teobromina, un alcaloide utile per proteggere il sistema cardiocircolatorio. Contiene anche ferro e vitamine, ed è quindi realistico, anche nel mondo magico, che dopo aver incontrato un Dissennatore ci si riprenda con un bel pezzo di cioccolato (quasi sicuramente fondente).

Immagine: harrypotterparty.nl

Ma cosa sono i Dissennatori? Come le zanzare ci trovano anche grazie all’anidride carbonica che emettiamo respirando, i Dissennatori sono la potente personificazione della depressione e ci trovano grazie alle nostre emozioni. La loro strategia di attacco è la loro semplice presenza, che fa diventare l’aria gelida e buia. Un malessere che entra nel corpo, paralizzandolo, e nella mente, assalendola con una disperazione senza speranza.

Con il loro Bacio, i Dissennatori risucchiano l’anima del malcapitato, che rimane vivo, ma completamente folle, inerte e vuoto come un guscio. Non a caso, sono le guardie della prigione di Azkaban: i carcerati, così svuotati, non sono più in grado di fuggire, perché non avendo più desideri non desiderano più nemmeno la libertà, ai loro occhi persi nel vuoto del tutto insensata. E anche questo ha basi nella realtà, visto che le prigioni sono uno dei non-luoghi con il più alto tasso di suicidi. Questo aspetto in particolare accresce enormemente la stima che il lettore ha nei confronti di zio Sirius Black, in grado di rimanere presente a se stesso per così tanti anni di prigionia ad Azkaban.

Per contrastare i Dissennatori è necessaria un’enorme forza di volontà: infatti non è facile riuscire a impugnare la bacchetta magica e produrre un Incanto Patronus, cioè un animale di luce (ogni mago ha il suo) frutto di un pensiero felice, di un ricordo gioioso. Solo questo fa fuggire i Dissennatori, simboli potenti della depressione di cui ha sofferto J.K. Rowling, quando era una giovane ragazza-madre senza lavoro e senza prospettive. L’autrice ne uscirà grazie alla scrittura e grazie all’incontro con gli altri, ricordando gli anni in cui lavorò per Amnesty International, dove ebbe l’occasione di conoscere tanti rifugiati provenienti da paesi in guerra, rifugiati ed ex prigionieri politici così simili ai prigionieri di Azkaban. Ne parla anche nel suo recente, esile libretto Buona vita a tutti (Salani, 2017, 71 pp., 10 euro), dove pone l’accento sui benefici del fallimento e sul potere salvifico dell’immaginazione:

L’immaginazione non è soltanto la capacità unicamente umana di figurarsi ciò che non esiste, e di conseguenza la fonte di ogni invenzione e innovazione: nella sua qualità forse più trasformativa e liberatoria, è la forza che ci consente di provare empatia per esseri umani di cui non abbiamo mai condiviso le esperienze” [p. 41].
“Amnesty mobilita migliaia di individui che non hanno mai subito la tortura o la detenzione a causa delle proprie idee e chiede loro di agire per conto di chi invece ne è stato vittima. Il potere dell’empatia umana, quando si concretizza nell’azione collettiva, riesce a salvare vite e liberare prigionieri [p. 54].

È forte e inevitabile il parallelismo con la scrittrice italiana Simona Vinci (1970) e con il suo libro Parla, mia paura (Einaudi Stile libero, 2017, 123 pp., euro 13):

Il sogno a occhi aperti è un gioco serissimo, proprio come quello dei bambini, e dimostra che il nostro inconscio può imparare a curarsi da solo. Come scriveva il filosofo della scienza Gaston Bachelard, «L’uomo è un essere piano di immaginazione», e se fosse proprio l’immaginazione la facoltà che può curarci da ogni male? È il regno della libertà assoluta, quello che nessuno può rubarci se non siamo noi a rubarlo a noi stessi, con la paura di perderci, ad esempio, e con la smania di controllo” [p. 45].

In questo libro diviso tra saggio e memoir, che consiglio non solo a chi ha avuto problemi di ansia e depressione, ma anche a chi vive a stretto contatto con qualcuno che ne soffre (e sì, lo avrei consigliato anche se l’autrice non fosse mia moglie), vengono affrontati i temi della paura, della depressione, del suicidio, della morte, del rapporto tra corpo e mente, della maternità, con un movimento centrifugo di empatia verso l’esterno molto forte: da se stessi, dalla propria piccola esperienza personale, verso il mondo, dove il mondo è composto da altri esseri umani ognuno con il proprio volto e la propria storia, e anche di libri, di film e di canzoni che altri esseri umani hanno prodotto, distillando il proprio sapere e il proprio dolore con l’esito di toccare le corde profonde di ognuno di noi.

Ecco il trucco, la magia: non chiudere, apri. Non nasconderti, mostrati. Non tacere, esprimiti. Se hai paura, chiedi aiuto [p. 9].
L’unico potere che abbiamo è tentare di vivere al meglio il presente senza farci annientare dal terrore del futuro. L’unico potere che abbiamo è continuare a cercare lo sguardo degli sconosciuti senza vedere in loro dei nemici, ma sperando di trovare degli amici. L’unico potere che abbiamo è fidarci della nostra immaginazione e cercare di guidarla verso pensieri positivi, anche quando stiamo attraversando una selva oscura: il buio può parlare e non è detto che le sue siano soltanto parole dolorose [p. 119].

Nel mondo di Harry Potter, è nel buio “buono” che prende forma l’Incanto Patronus necessario per proteggere dal buio “cattivo” dei Dissennatori. Simona Vinci non ha i Dissennatori, ma la Ragna, una grossa femmina di ragno, incarnazione delle sue paure più profonde, che l’autrice per un lungo periodo ha sognato in modo ricorrente. Nonostante tutto, però, la Ragna è diversa dai Dissennatori, che non lasciano speranza:

La mia Ragna era preziosa. Un essere insieme ripugnante e meraviglioso. Come la mia paura, che era al tempo stesso l’abisso spalancato sul quale stavo in equilibrio e l’intelligenza attivata nel mio corpo dalle energie psichiche, che mi spingevano a cercare risposte nuove [p.47].

Dissennatori o Ragna, la vita di entrambe le scrittrici è la dimostrazione che i libri possono salvare la vita e che la parola, per gli esseri umani, è un veicolo potentissimo di senso, dunque di vita. In una nota finale Simona Vinci scrive: “È grazie alle parole, quelle che ho letto, quelle che ho scritto, quelle che ho ascoltato e quelle che ho pronunciato, se sono ancora viva” [p. 120].

Si potrebbe perfino arrivare a pensare che i libri siano una specie buona di Horcrux, non frutto di magia nera, ma frutto della magia salvifica della parola piena di senso, non svuotata, in grado di salvare l’“anima” sia di chi scrive sia, nei casi più significativi, di chi legge. Cioè tutti noi.

 

HARRY POTTER E LA MORTE

«Conoscete il mio obiettivo: dominare la morte»
[Voldemort, Il calice di fuoco, p. 582]

«In verità, l’incapacità di capire che esistono cose assai peggiori della morte è sempre stata la tua più grande debolezza»
[Silente a Tom Riddle, L’Ordine della Fenice, p. 798]

La saga di Harry Potter è piena di morte, sia nel destino dei personaggi, sia nell’atmosfera che si respira dentro a molte pagine. E questo è un grande pregio, in una società – quella occidentale – che tende a rimuovere la morte come se fosse una cosa sbagliata, ingiusta, innaturale. Mary Roach (1959) nel suo Stecchiti – Le vite curiose dei cadaveri (Einaudi Stile libero, 2005, 253 pp., euro 14), sovverte questa tendenza e affronta la morte nel modo più crudo e diretto possibile: raccontando i cadaveri. Nonostante questo, e paradossalmente, il suo è un libro che riesce in un’impresa notevole: essere divertente. Questo è possibile, oltre alla bravura divulgativa dell’autrice, giornalista scientifica, anche perché nel libro è ben saldo un concetto:

Questo libro non parla della morte nel senso di morire. La morte nel senso di morire è triste e grave; non c’è niente di piacevole nel perdere qualcuno che ami o nell’essere la persona che viene persa. Questo libro parla di chi è già morto, dei morti anonimi, dei morti dietro le quinte. I cadaveri che ho visto io non erano deprimenti né spaventosi né ripugnanti. Sembravano dolci e benintenzionati, talvolta tristi, di rado buffi [p. VII].

Non molti sanno che nel nostro mondo di Babbani i morti, nel senso dei cadaveri, non sono così diversi dagli Inferi del mondo magico. Cosa sono gli Inferi?

«Sono cadaveri» rispose Silente tranquillo. «Corpi morti, stregati per eseguire gli ordini di un Mago Oscuro. È da molto tempo che non si vedono Inferi, però, da quando Voldemort era potente… Ha ucciso abbastanza persone da mettere insieme un esercito.»
[Il Principe Mezzosangue, p. 67]

Pensiamo alle angoscianti pagine ambientate nella caverna dove Voldemort ha nascosto uno degli Horcrux, protetto da un lago che pullula di questi esseri non senzienti, stregati per eseguire l’ordine di proteggere quell’oggetto che racchiude 1/7 della sua anima.

Dal punto di vista di Voldemort, gli Inferi sono dunque cadaveri utili, usati per un obiettivo ben preciso. Beh, è esattamente ciò che accade nel nostro mondo, come Mary Roach racconta nel suo affascinante libro senza risparmiarci alcun dettaglio.

Prendiamo l’esempio delle cinture di sicurezza, un altro ritrovato della tecnica babbana che Arthur Weasley ha sicuramente indagato, ma troppo recente per la sua vecchia Ford Anglia (lo sanno bene Ron e Harry nel capitolo 5 di Harry Potter e la Camera dei segreti, pieni di contusioni e bernoccoli). E cosa c’entrano i cadaveri con le cinture?

Da sessant’anni a questa parte, i morti aiutano i vivi a scoprire i limiti di tolleranza del corpo umano in caso di choc cranico e perforazione del petto, compressione del ginocchio e schiacciamento degli intestini, tutto quel repertorio di cose schifose e violente che capitano alle persone coinvolte in un incidente d’auto. Una volta che i costruttori d’auto hanno appurato quanta forza il cranio, la colonna vertebrale o la spalla possono tollerare, sono in grado di progettare vetture in cui, almeno nelle loro intenzioni, in caso d’impatto questi limiti non vengono superati [p. 61].

In questo capitolo, intitolato Morto che guida, Mary Roach affronta l’evoluzione delle automobili e gli studi che hanno portato ai notevoli livelli di sicurezza delle vetture di oggi, grazie allo sviluppo dei crash-test e della biomeccanica. Protagonisti indiscussi: i cadaveri, che hanno il grande vantaggio di non provare dolore, fornendo dati utilissimi per migliorare la sicurezza delle auto. Dalle cinture di sicurezza a un nuovo modo di costruire i volanti, dai parabrezza che non sfigurano più il volto (ecco perché i primi autisti indossavano quegli occhialoni) alle manopole dei comandi retraibili (le vecchie autoradio, con quei grossi pulsanti all’infuori, hanno fatto molti più danni di quanto si possa immaginare), i cadaveri hanno permesso di costruire automobili sicure abbastanza da mantenerci in vita in caso di urto agli ottanta all’ora contro un muro. Questo, quando viaggiamo in auto, è un aspetto che generalmente ignoriamo (per fortuna, meglio rimanere concentrati alla guida) e che Mary Roach, nel suo interessante libro, racconta sovvertendo molte delle convinzioni sbagliate che abbiamo, e aprendoci un mondo sconosciuto, ignorato e rimosso. Come la morte.

Non c’è niente da temere da un cadavere, Harry, non più di quanto si debba aver paura del buio. Lord Voldemort, che segretamente li teme entrambi, non è d’accordo. Ma anche questo rivela la sua mancanza di saggezza. È l’ignoto che temiamo, quando guardiamo la morte e il buio, nient’altro.
[Silente, Il Principe Mezzosangue, p. 496]

Speculare a Stecchiti è Essere mortale (Einaudi, 2016, 265 pp., euro 19,50) del medico statunitense di origini indiane Atul Gawande (1965), scrittore dotato e luminare della chirurgia di livello internazionale, che invece affronta la morte “nel senso di morire”. Cosa significa morire, per noi esseri umani? Cos’è a terrorizzare tanto Voldemort, rendendolo così stupido e ottuso? Nella maggior parte dei casi, l’imputato principale è la vecchiaia e questo libro di Gawande, splendido come tutti i suoi libri, racconta storie umane indagando le possibilità e i doveri profondi della medicina:

Il tentativo di rendere la mortalità un’esperienza medica ha solo qualche decina di anni. È un esperimento recente. E le prove indicano che sta fallendo [p. 11]

visto che

i nostri vecchi non si ritrovano che con questo: un’esistenza istituzionale, sotto controllo e sotto tutela, una risposta medica a problemi medicalmente irrisolvibili, una vita pensata per essere sicura, ma priva di interesse [p. 106].

 

Proprio perché i problemi di salute degli anziani sono medicalmente irrisolvibili, secondo Gawande il buon geriatra dovrebbe innanzitutto occuparsi, con il preziosissimo aiuto di un podologo, dei loro… piedi. Proprio così. Tumori, pressione alta e altre complicanze sono tutte secondarie rispetto ai due pericoli più grandi, per una persona anziana: 1. cadere, che rappresenta un “tetro presagio”; 2. cadere e rompersi l’anca o il femore, perché una volta a letto, per un anziano è difficile rialzarsi.

Ogni anno negli Stati Uniti 350 000 persone si fratturano un’anca cadendo. Di questi il 40 per cento finisce in casa di riposo e il 20 non riprende più a camminare. I tre principali fattori di rischio per le cadute sono scarsezza di equilibrio, assunzione di più di quattro farmaci prescritti dal medico, e debolezza muscolare. Un anziano che non presenti questi fattori di rischio ha una probabilità di cadere del 12 per cento annuo. Per quelli che li hanno tutti e tre, la probabilità sale quasi al 100 per cento [p. 41].

Nella descrizione minuziosa e ipnotica che Gawande tratteggia su ciò che avviene all’organismo umano durante il processo di deterioramento derivante dall’invecchiamento, viene in mente un aspetto che raramente viene raccontato da chi ha figli. Quando sono diventato padre, ho passato molte ore nel reparto maternità dell’ospedale dove mio figlio è nato cinque anni fa, e all’improvviso mi sono accorto che da stanze e corridoi proveniva un concerto di incessanti starnuti, che i neonati fanno a causa delle vie respiratorie non abituate alle polveri presenti nell’aria. Un concerto simile avviene anche negli ospizi per anziani, ma non si tratta di starnuti, bensì di colpi di tosse, come racconta Gawande quando va a trovare l’ex medico Felix e sua moglie Bella, ospiti di una struttura di lusso negli Stati Uniti:

Stavano entrambi attenti a masticare piano. Bella fu la prima a cui andò qualcosa di traverso. Colpa dell’omelette. Le lacrimarono gli occhi. Cominciò a tossire. Felix le avvicinò alle labbra il bicchiere con l’acqua. Lei bevve un sorso e riuscì a mandare giù il boccone.
«Più si invecchia, più la lordosi spinale fa piegare in avanti la testa, – mi spiegò Felix. – Quando guardi davanti, tieni perciò la stessa posizione di quando gli altri guardano il soffitto. Prova a deglutire guardando in alto: ogni tanto la saliva ti andrà di traverso. È un problema comune per gli anziani. Stai a sentire». Mi accorsi che quasi ogni minuto si sentiva nella sala qualcuno che tossiva in quel modo. «Devi mangiare guardando in basso, stella», disse alla moglie [p. 51].

Questo è solo un aspetto dell’invecchiamento del corpo umano. Per scoprire gli altri è necessario leggere l’illuminante libro di Gawande, utilissimo per affrontare non tanto la nostra vecchiaia quanto, soprattutto, quella dei nostri famigliari, con un briciolo di saggezza e con l’intima comprensione di un fatto naturale: “Ci consumiamo finché non resta più niente da consumare” [p. 35], “il declino è e rimane il nostro destino” [p. 44].

Se il destino di qualsiasi essere vivente è inevitabile, tanto vale impegnarsi affinché il declino sia il più piacevole e vitale possibile. Ecco perché in alcune case di riposo tengono animali da compagnia. Quel semplice gesto di prendersi cura di una animale, sia un pappagallino, un cane o un gatto, non importa, annulla le piaghe che ammorbano gli ospiti di questi luoghi: noia, solitudine, impotenza e senso di inutilità. In poche parole, assenza d’amore.

 

HARRY POTTER E L’AMORE

«Tu hai un potere che Voldemort non ha mai posseduto. Tu sei capace…»
«Lo so!» sbottò Harry. «Io sono capace di amare!» Fu solo con difficoltà che si trattenne dall’aggiungere ‘Bell’affare!’
«Sì, Harry, tu sei capace di amare» ripeté Silente, che aveva l’aria di sapere benissimo cosa Harry avesse appena taciuto. «E questa, dopo tutto quello che ti è successo, è una dote enorme e importante. Sei ancora troppo giovane per capire quanto sei straordinario».
[Il Principe Mezzosangue, p. 448]

In effetti, ciò che più stupisce nel personaggio di Harry Potter non sono i poteri magici e le cose incredibili che è in grado di fare con la sua bacchetta o con la sua scopa volante, ma il fatto che un bambino che ha vissuto per undici anni in uno sgabuzzino, privo di qualsiasi forma d’affetto, sia sano di mente. E per giunta in grado di amare! Questo sì che è fantasy, perché contraddice statisticamente quella che in psicologia viene chiamata teoria dell’attaccamento, ideata da John Bowlby per cercare di capire in che modo i bambini sviluppino il loro attaccamento nei confronti delle figure di riferimento, e quali conseguenze può avere il tipo di attaccamento che avevano da bambini nelle loro vite di adulti. Prima di Bowlby, si consigliava di trattare i figli come colleghi di lavoro e di salutarli, al massimo, con una stretta di mano, cosa che peraltro, immaginiamo, Harry avrebbe molto apprezzato dagli orridi Dursley.

Negli anni Trenta del Novecento, neolaureato, Bowlby iniziò a lavorare in un ospedale psichiatrico di Londra e si rese progressivamente conto che, nella maggior parte dei casi, i bambini ospiti della clinica, quasi tutti ladruncoli, avevano avuto o un’infanzia chiaramente infelice a causa dei genitori oppure un precocissimo periodo di distaccamento dai genitori (magari a un anno di età, magari per una malattia), anche se i genitori erano da considerarsi “buoni” genitori.

Bowlby era ossessionato dall’evidente collegamento tra la separazione delle persone care e il danno emotivo”, scrive Jonah Lehrer (1981) nel suo saggio intitolato Sull’amore (Codice, 2016, 254 pp., 22 euro), un libro importante per capire la nostra infanzia (tutti siamo stati bambini), per capire che tipo di genitori siamo (se siamo genitori), per capire che tipo di partner siamo e infine anche per capire che tipo di cittadini siamo, poiché l’amore può assumere molte forme (ricordate J.K. Rowling, Amnesty e l’empatia?).

Cos’è l’amore? Se ponessimo questa domanda a cento persone di diversa età, estrazione, professione, nazionalità, probabilmente riceveremmo cento risposte diverse. Ognuno è libero, naturalmente, di pensare quello che vuole, ma se la vostra risposta è “trovare l’anima gemella”, la lettura di questo libro vi sarà senz’altro molto utile.

Uno studio di Raymond Knee ha dimostrato che una fiducia eccessiva nel modello dell’anima gemella può ridurre la possibilità di trovare l’amore, perché diamo per scontato che ogni intoppo nella relazione sia una prova che non era destino. Per Aristofane, l’amore sta tutto […] nella ricerca disperata del proprio doppio, ma la realtà dell’amore è che l’amante perfetto non esiste. Prima smettiamo di cercarlo, prima riusciremo a trovare una persona che possa renderci felici [p. 127].
Anche se continuiamo a credere nel potere dell’affinità, uno studio dopo l’altro ci dimostra che Aristofane aveva torto. Non è il caso di amare una copia di se stessi [p. 129].

In Harry Potter e l’Ordine della Fenice ci troviamo nel quinto anno scolastico di Hogwarts. Abbiamo quindi a che fare con dei quindicenni, che proprio come i quindicenni Babbani pensano solo a una cosa. Da pagina 457 a pagina 464 è tutto un divertente alternarsi di batticuori, impacci, timidezze e formicolii fra Harry e Cho. Ormoni che volano nell’aria, sentimenti che sbocciano come margherite in un prato. Si può amare a quindici anni? Certo che sì, è sufficiente non confondere l’amore con la limerenza che è, per fare un esempio, ciò che prova Lavanda Brown, la quale “sembrava ritenere sprecato ogni momento che passava senza baciare Ron” [Il Principe Mezzosangue, p. 273]. La limerenza è il termine, coniato dalla psicologa Dorothy Tennov, che per esempio definisce e descrive lo stato mentale alterato di Romeo e Giulietta, diventati purtroppo simbolo universale dell’amore romantico.

Secondo lo psicologa Dorothy Tennov, si tratta di una condizione molto diffusa, che si determina quando le persone si infatuano in maniera travolgente di qualcuno, di solito dopo un breve incontro. Le loro pupille si dilatano e la pressione sanguigna va alle stelle; i loro pensieri sull’oggetto limerente diventano sconsiderati e interminabili, come un ciclo continuo di speranze erotiche e insicurezze. Quando l’oggetto del loro amore si allontana, sentono male al cuore; quando invece ricambia i loro sentimenti, provano una sensazione di «galleggiamento», che Tennov descrive come «la sensazione di camminare nell’aria». È come se sapessimo di essere innamorati prima ancora di conoscere il nostro amante [Lehrer, p. 62].

«L’Amortentia non crea veramente l’amore, è ovvio. È impossibile confezionare o imitare l’amore. No, si limita a provocare una potente infatuazione od ossessione. Probabilmente è la pozione più pericolosa e potente in tutta questa stanza… oh sì»
[Lumacorno, Il Principe Mezzosangue, p. 173]

 

E allora cos’è l’amore? E cosa significa per una persona vivere senza amore? A quanto pare è un sentimento molto diverso da quello sdoganato da Romeo e Giulietta. Più complesso, impegnativo e soddisfacente. Lo scoprirete leggendo il documentatissimo libro di Jonah Lehrer, tenendo a mente le parole di Silente:

«Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore»
[I Doni della Morte, p. 625]

 

ACCIO LIBRI!

Se siete arrivati fino a qui, spero che vi siate divertiti almeno la metà di quanto mi sono divertito io a scrivere questo “gioco intellettuale” magico-scientifico. Abbiamo dimostrato come, partendo da una saga composta da sette libri fantasy, sia possibile leggere molti, molti altri libri interessanti, a loro volta trampolino di lancio verso altre nuove letture. Basta la Curiosità, l’elemento chimico forse più importante di tutta la tavola periodica di Mendeleev, reperibile dentro se stessi, a scuola e nei buoni libri, come quelli, spero, consigliati qui, che sono solo una goccia nel mare delle possibilità che avevamo. Abbiamo anche capito che, siano libri fantasy o libri di divulgazione scientifica, quel che conta è la Meraviglia e la capacità di lasciarsi stupire dalla natura e dalle sue leggi segrete. La stessa meraviglia che dalle pagine dei libri, a un certo punto, trasmigrerà come per magia nel nostro sguardo, nella vita di tutti i giorni.

Nella remota speranza che J.K. Rowling scriva altri libri legati a questo mondo (per esempio sarebbero interessanti Erbologia e Storia di Hogwarts), auguro a tutti il coraggio e l’integrità di Harry, l’ironia dissacrante di Ron e soprattutto la curiosità e la passione per i libri di Hermione. Buona lettura!

 

 

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