I corvi e l’inverno

Nel consorzio civile, generalmente, i corvi non godono di grande stima. Forse perché, fra tutti gli uccelli, sono quelli che ci assomigliano di più: creature intelligenti e opportuniste che si nutrono di carne morta e, all’occorrenza, spazzatura.

Con il loro piumaggio nero e il loro richiamo gracchiante, i corvi sono diventati simbolo di morte e tetri presagi, come nella famosa poesia di Edgar Allan Poe Il corvo (1845), dove il pennuto ripete ossessivamente le parole “mai più” (nell’originale: “nevermore”) e dove viene definito “grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird”. Ricorda il corvo del primo cristianesimo: durante il diluvio universale, si narra che Noè fece uscire dall’arca un corvo e una colomba («Il corvo e la colomba» è anche il nome di una splendida collana di libri naturalistici curata anni fa da Ippolito Pizzetti per Muzzio editore) affinché trovassero la terra, ma il corvo non rispettò l’impegno e con il suo grido “cras, cras” (“domani, domani”) diventò il simbolo di chi rinvia la propria conversione (v. Enciclopedia dei simboli, Garzanti, 1991).

Nonostante gli esempi negativi, sono molte le culture che vedono nel corvo un animale positivo: in Giappone è simbolo dell’amore famigliare, nell’Africa centrale è guida e protettore, nell’antica Grecia i corvi erano messaggeri degli dei e portatori di buona fortuna. Positività che si riscontra anche in tante opere letterarie, per esempio nel Trono di spade grazie a Bran Stark, e soprattutto nella divulgazione scientifica.

Divulgazione qui rappresentata dal libro Corvi d’inverno (Ricca editore, 2017, 375 pp., euro 19,90. Presentazione di Sabrina Bigi ed Enrico Alleva, traduzione di Marta Suatoni), pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1989. L’autore Bernd Heinrich (1940), nato in Germania e professore universitario statunitense ormai in pensione, è biologo, scrittore e parallelamente ultramaratoneta a lungo detentore di vari record di corsa. Thor Hanson dedica al suo ex insegnante alcune pagine nel suo bel libro Piume (il Saggiatore, 2016, che recensiremo a breve) come per esempio queste righe:

Nella sua carriera Bernd si è occupato di tutto, dai bombi alle piante di palude fino al comportamento dei corvi, ha pubblicato moltissimi articoli scientifici, firmato diciassette libri e realizzato eccezionali scoperte sulla regolazione della temperatura corporea degli insetti e su come gli uccelli pensano. Bernd tra l’altro sa preparare un eccellente pane da campeggio e come rendere appetitose le arvicole fritte (salatissime). Ogni anno una decina di studenti amanti dell’avventura si univa a Bernd Heinrich nel suo capanno nel Maine per studiare gli adattamenti al freddo delle piante e degli animali.
[Thor Hanson, Piume, Il Saggiatore, 2016, p. 122.]

In questo breve video, invece, vediamo il capanno nel Maine dove Heinrich vive, scopriamo perché corre (il motivo non è banale) e assistiamo a una cosa che racconta anche in Corvi d’inverno, ma che il lettore potrebbe pensare sia un’esagerazione: arrampicarsi a corpo libero fino alla cima di abeti alti più di 30 metri.

Ma cosa intendiamo quando diciamo “corvo”? Corvus è un genere che contempla quasi 50 specie diverse e che a sua volta fa parte della famiglia dei corvidi, costituita in totale da 25 generi per più di 130 specie. Gazze, cornacchie, taccole, ghiandaie, gracchi sono i principali esempi di corvidi che vivono nel territorio italiano, ma se alla parola “corvo” uniamo mentalmente un’immagine, molto probabilmente sarà quella del corvo imperiale (Corvus corax), il più grande e studiato fra tutti i corvidi e al quale è dedicato Corvi d’inverno.

Negli studi dedicati al corvo imperiale Heinrich è un precursore e il suo libro un punto di riferimento. Un libro nato quasi per caso, quando un giorno, osservando il comportamento egoistico e individualistico dei bombi, insetti impollinatori, notò dei corvi imperiali (non molto diffusi) condividere una preziosissima carcassa di alce. Perché lo facevano? Che senso aveva un comportamento così… antievoluzionistico? E come avveniva questa chiamata? Perché corvi fra loro estranei si aiutavano a vicenda nonostante l’inverno rigidissimo e la scarsità di cibo? È così che Heinrich, alla fine del 1984, si prende un anno sabbatico per approfondire direttamente sul campo la questione. Questo libro è il diario-resoconto divulgativo delle sue osservazioni e delle sue giornate nei boschi gelidi e innevati del Maine.

Come scrive lo stesso autore nella prima pagina, è una detective story scientifica. E come ogni detective story che si rispetti, non possiamo dire qui “chi è l’assassino”. Ma possiamo dire dell’enorme fascino che il lettore prova nell’accompagnare il ricercatore in luoghi meravigliosi e selvaggi, praticamente privi della presenza dell’uomo.

Scopriremo moltissimo sulla vita dei corvi, sulla loro intelligenza e sulla loro vita sociale. Impareremo a conoscere gerarchie e comportamenti fra giovani dominanti, giovani di basso rango, adulti accoppiati e adulti non accoppiati, residenti o erratici. Impareremo i meccanismi del loro strano e apparentemente inspiegabile reclutamento, del loro invito all’adunata per condividere il cibo, ma un altro aspetto che colpisce il lettore è la vita che l’autore conduce nei boschi, il “dietro le quinte” della ricerca.

All’alba il termometro mi dice che ci sono -26°C nella capanna” [p. 123]… per non parlare delle bufere, con la neve che riesce a entrare non si sa da dove, talmente forte è il vento. Si impara anche che per fare ricerca sul campo bisogna essere in ottima forma fisica e disposti a non pochi sacrifici. Il 2 gennaio 1987 Bernd Heinrich scrive:

Dopo poche ore di sonno sono nuovamente in piedi, questa volta abbastanza presto da accendermi un fuoco, riscaldarmi e prepararmi una tazza di caffè, pur arrivando in cima all’abete prima dell’alba […]. Non si vedono stelle, e il cielo non si schiarisce molto neppure all’alba. Soffi di brezza ben presto fanno oscillare il mio elevato punto d’appoggio sovrastante la foresta, mentre qualche minuscolo fiocco di neve passa in volo. Alle sette i fiocchi sono aumentati, e i soffi leggeri si sono trasformati in folate intermittenti. Ora sto rabbrividendo con tanta violenza che l’albero, oltre a oscillare, vibra. Mi trovo vicino alla sommità, dove il diametro del tronco è di circa 7 centimetri, e riesco quasi a toccare la cima di una pianta alta più di trenta metri. Non temo che il tronco sia troppo debole per sostenere i miei 72 chilogrammi, ma ho paura di irrigidirmi e indebolirmi tanto per il freddo da non riuscire a reggermi con una mano prendendo appunti con l’altra. Sono comunque deciso a fermarmi, perché i corvi cominciano ad arrivare. Inoltre, amo questa vista: le montagne tutt’intorno e il vasto panorama di abeti neri intervallati dal bianco delle betulle e dagli scheletri neri degli aceri, mentre l’aurora si spiega. Come diceva Erasmo, «la beatitudine suprema è vivere con un certo grado di follia» [p. 223].

Bernd Heinrich con pullo (immagine: http://www.jesseburke.com/outsidebernd)

Heinrich trasporta per chilometri, sulla neve fresca e alta, carcasse di animali morti che cerca ovunque nei dintorni, anche in fattorie e macelli lontani centinaia di chilometri. Le carica in macchina, passa ore a guidare, lascia l’auto fin dove la neve alta glielo consente e poi le trasporta nei luoghi d’osservazione, trascinandole a mano, sudando nel gelo. Il progetto doveva coinvolgere Heinrich solamente nell’inverno dell’anno sabbatico. Alla fine del quarto inverno di studio e osservazione, il libro finisce con molte risposte soddisfacenti e inedite, altre ancora da trovare, in tutti i casi con un entusiasmo sempre alle stelle. E il totale di carne che l’autore ha trascinato a mano su e giù per i boschi del Maine ammonta a 8 tonnellate.

C’è poi un altro aspetto: la pazienza e il metodo per “leggere” i segnali degli animali e riuscire a interpretarli nel modo corretto, con l’uso di esche (le 8 tonnellate di carcasse), ma anche grazie alla numerazione dei singoli individui (apparentemente tutti uguali) utilizzando trappole innocue. Lunghe ore immobile nella neve o sugli alberi, nascosto con un binocolo in mano. Per poi tornare nella gelida capanna a scrivere: “A quanto sembra, più vedo, più penso, più torbide si fanno le acque” [p. 99]. Oppure: “La mia impressione è che il corvo abbia davvero una notevole intelligenza, perché molte delle sue azioni presuppongono una consapevolezza. Ma le impressioni non sono prove” [p. 142]. Oppure: “Da numerose prospettive è probabilissimo che le supposizioni siano corrette, ma la distanza tra il probabile e il reale è spesso immensa” [p. 189].

Un libro sulle avventure di un professore universitario un po’ selvatico, un diario di campo, un prezioso esempio di cosa sia applicare il metodo scientifico anche se le risposte non ci piacciono, uno studio devoto e ossessivo su un singolo, affascinante animale. Questo libro è tante cose, e peraltro è stato fondamentale per un bestseller ora fuori catalogo.
Una “costola” di questo libro, infatti, è il romanzo In volo nel paese degli alberi (Sperling & Kupfer, 2001, 409 pp., reperibile solo online usato) di Ben Gadd (1946), dove i personaggi sono corvi che parlano, ma che si comportano in modo etologicamente e scientificamente esatto, e che non sarebbe potuto esistere senza il lungo lavoro di Heinrich.

Nell’attesa e nella speranza che di Bernd Heinrich vengano tradotti anche altri libri (ne ha scritti ben 20), per esempio Winter World: The ingenuity of Animal Survival oppure Life Everlasting: The Animal Way of Death, o anche Why We Run, possiamo leggerci l’esemplare Corvi d’inverno, segnalando, per salutarci, un’altra persona che lo ha letto: il pittore italiano Giorgio Griffa (1936) con i suoi bellissimi lavori dedicati al corvo che potete ammirare qui.

Per la lezione

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