Il mondo in un mandala

To see a world in a grain of sand
And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand,
And eternity in an hour.
William Blake, Auguries of Innocence

Noi siamo esploratori ai margini di una selva oscura.
David George Haskell

 

Nell’atrio di un’università statunitense alcuni studenti osservano dei monaci tibetani costruire un mandala, parola sanscrita che descrive un cerchio e che può anche significare “comunità”. In questo caso il mandala è un’opera fatta con sabbia colorata e costata molte ore di lavoro, un’elaborata opera d’arte che raffigura un cerchio di un metro quadrato circa composto da complesse figure geometriche, come se l’universo potesse essere racchiuso simbolicamente in una superficie così piccola. Giorni di lavoro spazzati via, alla fine, con pochi colpi di spazzola perché, come ci ricordano il buddismo e il designer Bruno Munari (nel libro Fantasia), tutto è effimero e transitorio, impermanente, e ciò che conta in natura e nella nostra esistenza, soprattutto nell’infanzia, è il metodo, il percorso, non l’opera finale.

 

Un mandala (immagine: shutterstock)

Gli studenti non sono lì per caso: «La visita al mandala è la prima attività prevista dal corso di ecologia che si apprestano a seguire. La lezione proseguirà nella vicina foresta, dove gli studenti creeranno i loro mandala lanciando un cerchio per terra. Dopodiché ciascuno studierà il proprio disco di terreno per il resto del pomeriggio, osservando come funziona la comunità della foresta.»

Queste righe sono tratte dalla prima pagina di un libro straordinario che parte dal principio secondo cui l’infinitamente piccolo può portare all’universale: principio caro ai buddisti, certo, ma anche ai molti fisici che nel corso degli anni hanno cercato, e stanno cercando, di conciliare meccanica quantistica e relatività generale.

Si intitola La foresta nascosta –  Un anno trascorso a osservare la natura (Einaudi Saggi, 2014, 287 pp., euro 29. Tit. or. The Forest Unseen, traduzione di Daria Cavallini) e lo ha scritto il biologo David George Haskell (1950), laureato in zoologia con dottorato in biologia evolutiva, professore di biologia alla University of the South di Sewanee, Tennessee.

Il libro racconta la complessità della natura attraverso l’osservazione di un metro quadrato di foresta primaria del Tennessee nel corso di un anno, un piccolissimo punto nell’enorme catena montuosa statunitense degli Appalachi.

Stimolante, enciclopedico, poetico e scientificamente molto preciso, in 43 capitoli (più una prefazione e un epilogo) il libro ci mostra la vita e i suoi complessi, stupefacenti incastri ecologici. Ce li mostra e ce li fa comprendere attraverso brevi capitoli che affrontano poche specie o interazioni biologiche alla volta, andando oltre i nostri limitati sensi, oltre la nostra ancor più limitata conoscenza, oltre – anche – la pazienza che molto probabilmente noi non avremmo, visto che l’autore trascorre molte ore immobile, sdraiato, a osservare minuziosamente la piccola porzione di bosco che si è scelto.

Licheni, uccelli, insetti, anfibi, rettili, mammiferi che vanno dal toporagno al lupo, grandi alberi, piccole piante erbacee e il loro rapporto con le altre forme di vita (solo il trifoglio ha circa 200 specie di insetti che lo mangiano)… Se diamo un’occhiata all’indice analitico alla fine del volume (molto utile), possiamo farci una vaga idea di ciò che contengono queste 287 pagine. Ma non basta il cosa, importa anche il come.

Le regole che Haskell si impone nei confronti del mandala sono poche e semplici: «venirci spesso, e osservarlo nel corso di un intero anno; rimanere in silenzio, limitando il disturbo al minimo; non uccidere né spostare esseri viventi, non scavarci dentro, non camminarci sopra. Sfiorarlo con riguardo di tanto in tanto può bastare».

E cosa ci fa scoprire il nostro nuovo amico Haskell all’ombra di grandi alberi e di Charles Darwin, con la mente concentrata sul qui e ora e una lente d’ingrandimento sempre a portata di mano?

 

Gli oscuri misteri della rizosfera

Potremmo fare molti esempi a effetto, come il rapporto tra uomini, lupi e coyote, oppure concentrarci sulla vita delle (rare) foreste primarie (o foreste “vergini”), così dette perché prive di segni e di attività antropica ad alterare gli equilibri forestali, oppure sulla moltitudine di specie di insetti affascinanti che il libro racconta. Scegliamo invece uno dei misteri terrestri più grandi e difficili da indagare, misteriosa tanto quanto la materia oscura e l’energia oscura lo sono per i cosmologi. Parliamo dell’ecologia della rizosfera e della prima parte di suolo che, comunemente, viene suddiviso in lettiera e humus, detto anche topsoil o orizzonte O.

L’ecologia, come si dice anche il vocabolario Zingarelli, è la «branca della biologia che studia i rapporti fra organismi viventi e ambiente circostante e le conseguenze di tali rapporti».

La rizosfera, invece, è la regione di suolo sotterranea (ipogea) in prossimità o a ridosso delle radici delle piante. In questa zona convivono e interagiscono muffe, funghi, batteri, protisti, protozoi, nematodi, insetti, ragni e piante, attraverso le loro complicatissime radici.

Haskell sposta qualche foglia ed è subito investito da un intenso e piacevole odore di terra sana: «Del miliardo di microbi che vivono nella mezza manciata di terreno da cui ho spostato le foglie, solo l’uno per cento può essere coltivato e studiato in laboratorio. Le interdipendenze nel restante novantanove per cento sono talmente strette, e la nostra ignoranza su come imitare o replicare questi legami è così profonda, che i microbi muoiono se isolati dall’insieme. La comunità microbica del suolo è quindi un grande mistero, con la maggior parte dei suoi abitanti che continua a vivere priva di un nome e sconosciuta all’umanità.» [p. 238]

 

Immagini ravvicinate di un apparato radicale (immagini: shutterstock)

Benché sia a tutt’oggi un grande mistero, alcune cose le sappiamo e Haskell ce le racconta in pagine davvero notevoli e affascinanti. È un mondo in miniatura, dove i giganti sono radichette grandi come spilli o semi di acero che in rapporto al resto sono grandi come la Cappella Sistina. Insetti rosa minuscoli, detti rincoti, incrociano ragni piccolissimi che senza lente probabilmente non vedremmo.

Oppure i piccoli peli radicali delle piante, che immettono nel terreno ioni di idrogeno per liberare gli elementi nutritivi legati alle particelle di argilla e, contrariamente a ciò che avviene negli altri ambienti, dove è la morte a nutrire la vita, in questa parte di mondo la logica è capovolta, con le radici che pompano nel terreno zuccheri, grassi e proteine: «Questa mucillagine dall’elevato valore nutrizionale che si forma attorno alla radice crea un fermento di attività biologica, in particolar modo in prossimità dei peli radicali. Come in un fast food all’ora di pranzo, gran parte della vita si affolla attorno alla rizosfera, ossia alla porzione di suolo che circonda le radici delle piante. Qui, le densità microbiche sono cento volte superiori al resto del terreno; i protisti si accalcano nutrendosi di microbi; nematodi e insetti microscopici cercano di farsi largo fra la folla; i funghi affondano i loro filamenti in questo brodo vivente» [p. 241].

 

Batteri come gioielli

Ci parla anche degli actinomiceti, «gioielli fra i più preziosi, strani batteri che spesso vivono in colonie, da cui i biologi del suolo hanno estratto molti dei nostri antibiotici più efficaci». Se nella micologia medica gli antibiotici servono per salvare vite umane, per questi batteri gli antibiotici sono un’arma chimica da usare contro specie concorrenti. Ma non fanno solo questo, fanno molto altro e si trovano quasi ovunque nella foresta (e non solo, visto che il Mycobacterium tuberculosis, che provoca la tubercolosi, è un batterio dell’ordine degli actinomiceti): sono anche, per esempio, fra i batteri in grado di ridurre in humus le carcasse di animali, e sappiamo quanto l’humus sia necessario per la buona salute di qualsiasi terreno.

«Gli actinomiceti sono ovunque, ma raramente entrano nella nostra coscienza». Entrano però nel nostro naso, come responsabili dell’odore di terra buona. Dove non ci sono actinomiceti, non c’è “profumo di terra”: «Forse la nostra lunga storia evolutiva di cacciatori-raccoglitori e coltivatori ha insegnato alle nostre fosse nasali a riconoscere il terreno produttivo, instaurando in noi un legame inconscio con i microbi del suolo che definiscono la nicchia ecologica umana» [p. 238-239].

Perché in effetti, insieme a ogni pianta, animale o microbo, in tutto questo grande gioco che è la vita c’è anche l’essere umano. Un ominide curioso che ha anche inventato la plastica di cui è fatta la pallina da golf che un bel giorno Haskell, nel suo mandala di bosco, si ritrova davanti non senza sorpresa; un ominide che è anche capace di trascorrere molte ore immobile a osservare le lucciole danzare, oppure una zecca, una falena o alcuni cumuli di sterco di mammiferi erbivori pieni di informazioni e storie da indagare. Un animale strano, l’uomo, capace di molte aberrazioni, ma anche di studiare la vita in profondità, e di indagare i misteri dell’enorme cosmo e del proprio piccolo cervello con gli stessi strumenti preziosi che si è dato grazie al metodo scientifico. “Il metodo, non l’opera finale…”

Perché ogni mandala di foresta è diverso anno dopo anno, giorno dopo giorno, istante dopo istante. E per comprendere e studiare questi cambiamenti e la connessione di tutte le cose in modo efficace ed efficiente l’essere umano è stato capace, anche, di inventare il linguaggio e la scrittura, che stiamo usando proprio in questo momento per dirvi di leggere questo libro.

Se poi un vostro compagno di studi particolarmente portato per le scienze della vita dovesse chiedervi consigli per il futuro, ora avete la risposta pronta: «Ho letto un libro molto bello e interessante… Fossi in te studierei la rizosfera, lo Shangri-La della biologia!»

Se siete curiosi di vedere qualche immagine in più e di affondare le mani nel terreno come fa David Haskell, trovate un ulteriore assaggio delle sue pagine in questo book trailer:

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